Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

Qui c’è la versione aggiornata della scheda

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versace, pubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato, ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

Di esso, specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica. Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario.

La focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi e le loro “gesta”, le sfide reciproche e all’”altro”, in questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, è tale da appannare – apparentemente, inizialmente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzati eroismi:
Francesco – il cui padre sì lo picchia spesso ma altrettanto frequentemente quasi per paura che resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, peraltro isolandolo e isolandosi affettivamente: “Cesco”, dinanzi al quale se coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”;
Daniele – figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia (scelta che lo costringe ad una, diversa e non definita ma penosa, se non pensosa, forma di emarginazione), e spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco -: Daniele, la cui figura sembra quasi ‘impallidire’ rispetto a quella del compagno, che pure non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

Solo apparentemente, si diceva, tuttavia, perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico;  diviene luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita; diviene prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti – non solo i genitori, i gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi, o i suoi sogni -;  diviene specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione:  le locandine, che peraltro i ragazzi intimamente solidali sfidano ognuno se stesso e l’amico a sottrarre alla bacheca del bar e del cinema del paese, si rivelano ‘emblema’ di una vita che, dall’ambiente non garantita come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, ad imporsi, senza esserne risucchiati, ad un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale (rapporto che ci è spontaneo cucire, se non suggerito dal testo),  non è intenzionato ad accogliere l’individuo – e giammai a curarlo o a metterlo in luce-, come persona sensibile, autonoma, protagonista, tanto meno quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

E infatti “l’ambiente”, “la vita”, non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ribadendone la provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale – e stretta dalla vita – possa condividere il carattere precario, è l’amicizia, fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione, a strutturare l’essere umano, l’essere umani, a favorire la maturazione e la formazione di una coscienza adulta.

Maria Amici

Un'immagine di Graziano Versace, l'Autore
Un’immagine di Graziano Versace, l’Autore
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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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