Appunti da e su Lector in fabula, di Umberto Eco

Feb 24th, 2007

Appunti da Lector in fabula
A – frettolosa – cura di m.a.

“Conosci un altro modo per fregar la morte?”

Il libro:
Umberto Eco: Lector in fabula
la cooperazione interpretativa nei testi narrativi
Milano 1979.

Una lettura dell’Introduzione

Già in Opera aperta, del 1962, Eco rifletteva sullo statuto, dinamico, dell’opera d’arte – non solo letteraria.

Nelle sue parole, tratte dalla introduzione del saggio qui ripreso, affrontava il «problema di come un’opera d’arte da un lato postulasse un libero intervento interpretativo da parte dei propri destinatari, e dall’altro esibisse caratteristiche strutturali che insieme stimolavano e regolavano l’ordine delle sue interpretazioni».

Qualche anno dopo, scrivendo l’introduzione di Lector in fabula, indirettamente si avoca il merito di aver tracciato ante litteram un tentativo da afferire a quella che in seguito sarebbe stata chiamata pragmatica del testo, focalizzando nella «attività cooperativa che porta il destinatario a trarre dal testo quel che il testo non dice (ma presuppone, promette, implica ed implicita), a riempire spazi vuoti, a connettere quello che vi è in quel testo con il tessuto dell’intertestualità da cui quel testo si origina e in cui andrà a confluire» uno degli stimoli e insieme degli indicatori del godimento nella fruizione del testo, così come essa sarebbe poi stata descritta da Barthes ed Eco si annette come sottinteso dalla «fenomenologia.. delle esperienze di “apertura”» che egli aveva tentato.

Peraltro, precisa, il suo intento era piuttosto di «definire la forma o la struttura dell’apertura», «cosa nel testo stimolasse e regolasse a un tempo la libertà interpretativa», come supra accennato.

Quali erano i presupposti teorici con cui si trovava ad interagire con l’opera?

Sicuramente, ammette Eco, stimoli provenienti dall’Estetica di L. Pareyson, ma solo nelle edizioni successive di Opera aperta aveva potuto lucrare, per l’analisi teorica della strategia testuale, «del formalismo russo, della linguistica strutturale, delle proposte semiotiche di Jakobson, Barthes e altri», che pure oscuravano «l’intervento interpretativo del destinatario».

Claude Lévi-Strauss infatti (in Conversazioni con L.-S., Foucault e Lacan a cura di P. Caruso, Milano 1969, che riprende un’intervista del 1967) esprimeva perplessità proprio su quell’aspetto – contro la cui componente di arbitrarietà si era pronunciato peraltro anche Eco.

Criticava Lévi-Strauss, salvaguardando rigorosamente lo statuto autoriale dell’opera d’arte: «Quel che fa che un’opera sia un’opera non è il suo essere aperta ma il suo essere chiusa. L’opera è un oggetto dotato di proprietà precise, che spetta all’analisi individuare e che può essere interamente definita in base a tali proprietà…, come un oggetto che, una volta creato dall’autore, aveva la rigidezza, per così dire, di un cristallo: onde la nostra funzione (n.b.: alludendo all’analisi sua e di Jakobson di un sonetto di Baudelaire) si riduceva a metterne in luce le proprietà».

Tuttavia, lo strutturalista Jakobson aveva precisato nel 1958 tra le funzioni del linguaggio anche la necessità, nella comunicazione, di tener conto delle categorie di Emittente, Destinatario e Contesto; e proprio nell’analisi a Les Chats, afferma Eco, si compiono «operazioni complesse di inferenza testuale basata su competenza intertestuale», il che postula una serie di «scelte interpretative» da parte del lettore: in fondo sconfessando preliminarmente quanto poi affermato da Lévi-Strauss.

In realtà, il punto è che l’analisi strutturale non viene «inquinata» da elementi estranei al testo qualora venga attivata la «cooperazione del lettore»: piuttosto invece «il lettore come principio attivo dell’interpretazione» secondo una tale prospettiva «è parte del quadro generativo del testo stesso», anzi ciò significherebbe che i testi da Eco definiti “aperti” son quelli in cui è più evidentemente attivato un «principio che regola sia la generazione che l’interpretazione di ogni tipo di testo».

Il testo è in fondo «meccanismo pigro che vive sul plusvalore di senso immessovi dal destinatario», sebbene «desideri essere interpretato con un margine sufficiente di univocità»

Ad anni dalla pubblicazione di Opera aperta, Eco si dice consapevole che le sue successive analisi, da Apocalittici e integrati alla Struttura assente, a Le forme del contenuto sino al Trattato di semiotica generale, in realtà erano state volte a «cercare i fondamenti semiotici di quella esperienza di ‘apertura’ di cui avev[a] raccontato, ma di cui non avev[a] dato le regole, in Opera aperta».

Riprende, per quel che ricordo, abbastanza strettamente aspetti di Opera aperta anche la citazione finale dell’introduzione allo studio dello stesso Eco ai Misteri di Parigi di Sue, ripubblicato ne Il superuomo di massa: in essa Eco implicitamente ancora mette in guardia dalla forzosa strumentalizzazione dell’opera al servizio di «significazioni» attribuite poi dalla storia e dalla società, ribadendo che le «strutture narrative» non possono essere considerate solo «elementi neutri di una combinatoria assolutamente formalizzata» del tutto distaccati dall’opera stessa e dal suo rapporto con il ‘mondo’; così come tali significazioni, i «risultati pragmatici dell’opera-enunciato», non sono altro che «variazioni occasionali che non intaccano l’opera nella sua legge strutturale o addirittura ne risultano determinati»: e ben vano tentativo, «di fronte alla presenza, massiccia ed elusiva a un tempo, del puro significante».

«Ogni sforzo di definire una forma significante senza investirla già di un senso è vano e illusorio, così che ogni formalismo assoluto altro non è che un contenutismo mascherato.

Isolare delle strutture formali significa riconoscerle come pertinenti rispetto ad una ipotesi globale che si anticipa sul verso dell’opera; non c’è analisi di aspetti significanti pertinenti che non implichi già un’interpretazione e quindi un riempimento di senso».

Con chiara allusione a Barthes, l’autore conclude l’Introduzione con un ammiccamento suggestivo: «Ecco, ora si rompono gli indugi e questo lettore, sempre accanto, sempre addosso, sempre alle calcagna del testo, lo si colloca nel testo. Un modo di dargli credito ma, al tempo stesso, di limitarlo e di controllarlo.

Ma si trattava di fare una scelta: o parlare del piacere che dà il testo o del perché il testo può dare piacere. E si è scelta la seconda strada.

Luglio 1978»

N.d.A.:

A latere osservo che nel 1979 Italo Calvino pubblicava “Se una notte d’inverno un viaggiatore”.

Maria Amici

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