Archivi del mese: ottobre 2012

“Parole e letture per Chiara Palazzolo”

Leggo in ritardo che oggi, mercoledì 31 ottobre, alle ore 17 la Casa delle Letterature (piazza dell’Orologio, 3, Roma) ospiterà

Per Chiara Palazzolo“Per Chiara.
Parole e letture per Chiara Palazzolo„

  La scrittrice di origine siciliana recentemente scomparsa, e che oggi avrebbe compiuto cinquantuno anni, sarà ricordata da colleghi, da giornalisti e intellettuali come Rita Charbonnier, poliedrica scrittrice e autrice di soggetti e sceneggiature per la televisione, lo sceneggiatore Gianni Romoli, Maria Giulia Castagnone, editor della casa editrice, Piemme, per cui Chiara Palazzolo ha scritto parecchi libri di successo, e altri nomi noti del panorama culturale italiano.

  La penna e la notorietà di Chiara Palazzolo, che con la sua opera narrativa ha in pubblico e critica ravvivato l’interesse per il fantastico/horror italiano ma con spunti per il La trilogia di Mirta/Lunaromanzo non-di-genere, sono nell’immaginario collettivo collegate alla “Trilogia di Mirta-Luna” (Non mi uccidere del 2005, Strappami il cuore, 2006 e Ti porterò nel sangue,  2007).

Difficilmente, tuttavia, anche i non appassionati del genere sono riusciti a non essere ‘stregati’ dalla enigmatica, sibillina espressione che si fa elemento trainante del più recente Nel bosco di Aus (2011):

«Ci sono due stregheQuindi una di troppo. In tutto tre».

Non a caso, il romanzo è stato candidato a “Libro dell’anno” dalla seguita trasmissione radiofonica Fahrenheit

Proprio Rita Charbonnier, del cui blog Non solo Mozart sono attenta e interessata lettrice – e della cui attenzione al mio Nephelai mi reputo onorata -, in una sua pagina ripercorre esperienze comuni e punti di contatto con Chiara Palazzolo, in un riconosciuto commosso commovente senso di «gemellaggio», punteggiato «da tante strane coincidenze»; se ne desume la (forse rara) reciproca stima tra le due scrittrici, a loro volta intente lettrici l’una dell’altra.

Con la sua non casuale profondità, la testimonianza viva di Rita Charbonnier stimola la riflessione e un più stratificato coinvolgimento nel vivere, non a caso – credo – mediato dall’esperienza della lettura/scrittura che ha coinvolto entrambe.

E’ forse il dovere di chi resta – mi sembra – contribuire ad interpretare la vita secondo non tanto e non solo gli ideali di coloro che l’hanno e ci hanno lasciati ma interpellati anche da quelle consonanze misteriose e suggestive che avvicinano gli esseri umani gli uni agli altri, spesso impensatamente..

Se non il dovere, comunque una sorta di missione con il risvolto caro – e però anche caro come prezzo da pagare – della vicinanza, per quanto ancora più consapevolmente inattingibile, con chi abbiamo amato o stimato, con i nostri amici il cui destino, per un punto inspiegabile di diversione dalla tangenza, è diverso dal nostro.

Pure «io.. sai .. ho una malattia..» – di cui parlo troppo, a fini eminentemente (e pateticamente) apotropaici -; sono sicura (perciò?) che Chiara stessa abbia provato intensa quella vicinanza per quanto l’assedio della malattia la potesse distogliere: e la provi adesso in questa nuova sua declinazione che solo in apparenza rende incomunicabili.
E forse le è stata almeno interlocutrice nello spingersi ad interrogare in modalità alternative e non necessariamente banali l’enigma che misterioso limita a suggerire l’esistenza.

In ricerca inesausta di varchi a quell’enigma (tuttavia consapevole che sempre si rinviino ‘oltre’), farò in modo di condividere il raro piacere di leggere un libro di entrambe:  grata di quanto, sono sicura, ciò  comunque mi donerà.

Da questo e dall’altro limes della linea d’ombra.

Maria Amici

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Pirandello e Einstein (riletture, riscritture, riletture…)

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in questi testi, una lettera di Einstein e una “di” Pirandello, nel blog “CriticaMente, Filosofia e Teoria delle Scienze Umane – Fondatore e Curatore, Federico Sollazzo”.

Non posso pronunciarmi su Einstein.

La lettera di Pirandello è – a quanto ne so – una, pur suggestiva, riscrittura.
Suggestiva peraltro.

Dopo averlo approfondito (e anche insegnato..) nelle opere e nelle infinite – e non del tutto attendibili – analisi critiche, sto studiando con interesse – e con empatia – il Pirandello proporzionalmente più trascurato, frainteso e sottovalutato, quello del teatro dal 1925 in poi, quello dell’epistolario a Marta Abba, e la figura in sé dell’ |attrice|, dell’ |attore| per come da Pirandello teorizzata, delineata e voluta nella regia teatrale.

Tematica su cui di imparziale non c’è moltissimo.

Con empatia profonda ho letto anche la “riscrittura” da parte di Federico Sollazzo.

C’è molto dell’animo e dell’anima di Pirandello – non, peraltro, della reale scrittura, non stilisticamente e -ipotizzo- non, forse purtroppo per lui, della reale praticabilità e possibilità di esprimersi così con la “sua” Marta, che quando lui si esponeva tanto (e molte volte lo fa) o si lasciava andare a firmare col proprio nome o sognava un “tuo Luigi”, finiva per rispedirgli indietro le lettere o firmarsi a sua volta, invece, con nome e cognome, o addirittura con una sigla formale.

D’altronde, alcune lettere dell’epistolario neppure le abbiamo, o perché come promessole Pirandello le ha distrutte, persino inghiottite (quelle di Marta), o perché alcune la signora Abba non le ha pubblicate – e due di Pirandello non sono state sicuramente pubblicate dagli eredi (si sa che l’asse ereditario peraltro era complicato).

Considero, inoltre, anche queste mie letture con estremo ritegno nei loro confronti.

Tuttavia, per citare uno studio di Frassica – che ho appena iniziato (questo libro almeno) e mi pare delicato: e infine è il primo e l’unico che abbia letto che non tace che il prezzo più alto in fondo l’ha pagato Marta Abba -, l’epistolario mi resta irrinunciabile, dacché vi si prova un rapporto profondo, da vasi comunicanti, con l’opera pirandelliana, con il suo teatro…

..et quod sequitur...

Maria Amici


L’angelo spezzato, di Graziano Versace

La copertina de “L’angelo spezzato”, il nuovo libro di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012.

La copertina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

  Un altro preadolescente, il protagonista del nuovo Bildungsroman di Graziano Versace, appena pubblicato dallo stesso editore che ha ospitato il suo “Ladri di locandine” e “Tutto il mondo dentro”, mentre aspettiamo di poter leggere “I dodici punti, edito in questo stesso anno da Leucotea.

  Il dodicenne Matteo vive anch’egli in Calabria (nel nostro immaginario, non lontano da Daniele o da Maria, protagonisti di libri precedenti di Versace), in un paesino della provincia, che si riconosce ed egli stesso riconosce dai profumi dell’«olio nuovo», dall’odore della pioggia e della nebbia che confonde i contorni delle cose, delle persone, eppure non tutte insensibili alla solidarietà inaspettata, delle case via via disabitate in borghi e in un Paese che sembrano abbandonati.

  Vive in un contesto sociale, se non di abbandono, di grave difficoltà, in cui una figura indimenticabile di madre è costretta ai lavori più faticosi e agli orari più proibitivi per mantenere quanto rimane della propria famiglia, lei e il loro bambino, dopo la morte del marito in un incidente sul lavoro.

  Vive, Matteo, nondimeno in un ambiente “magico”, grazie al ricordo dell’insegnamento sorridente di un padre che mai era stato lontano: «Guarda che la natura, e la vita, sono  belle e misteriose».

  E, mentre cala la notte, il fanciullo più ne prende coscienza: «C’era la magia, fuori. Ma per trovarla, bisognava imparare a cercarla».

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici

  La sua ricerca prende l’avvio da una difficoltà imprevista e traumatica: a causa di un’intemperanza di quella stessa natura da rispettare quantunque sappia far danni, l’angelo di gesso, regalo della nonna morta alla sua mamma, l’angelo che li avrebbe salvati dalla miseria, l’angelo che aveva vegliato sulla sua famiglia, e di cui lui, Matteo, era diventato il custode, invece caduto per terra s’era spaccato, aveva perso le ali.

  Quell’angelo spezzato non è forse il segno materiale di un trauma che, dalla morte, dalle difficoltà, dalle ingiustizie, dalle assenze irreversibili, da una società assente che non sa elaborare una rete di protezione nelle disgrazie e nella povertà, la sua famiglia e il ragazzo stesso subiscono?

  Non è l’amara condizione del ragazzo stesso, della madre, dell’Uomo?

  Di lì a poco infatti Matteo incontrerà un altro uomo non meno spezzato, non meno travolto dalla povertà e dal lutto, «scavato» dal dubbio, dal ricordo, dal dolore: il misterioso zi’ Giovanni.

  Il «vecchio, metà del viso in ombra», gli farà da mistagogo nella quest e in un borgo fantasma, all’interno del palazzo della marchesa, vecchia anche più di lui, appena ripartita da un palazzo di cui non cura di chiudere le porte, un palazzo altrettanto sepolto nell’ombra in cui galleggiano «bomboniere, statuette, bambole, macinini da caffè, qualche libro ingiallito, piatti e bicchieri decorativi, teiere, clessidre, cornici» significativamente «senza fotografia, orologi, bottigliette verdi e gialle».

  Nelle stanze padronali del palazzo, solo le polverose collezioni di cianfrusaglie – che si possono indovinare appena, nel buio e nella accumulazione, anche narrativa, quasi caotica e preziosa – emergono alla coscienza, e per di più quali “buone cose di pessimo gusto”, “le cose che potevano essere e non sono state”, reperti incomunicanti da un passato che non ha saputo spiegare né le proprie incongruenze, né perché non sappia mantenere le promesse, sfumando la figura quasi «rimbambita», e assente, della vecchia signora.

  In paese lo chiamano «l’angelo dei poveri», zi’ Giovanni, perché quel vecchio abbattuto, strano e inoffensivo, «prega per tutti», «sempre poveri disgraziati come lui», sebbene magari i soldi li abbiano: perché in fondo il male non guarda in faccia nessuno.

  E il vecchio, il nonno che Matteo rimpiange di non aver avuto, gli si fa angelo, ‘aiutante’, messaggero e testimone: gli insegna a pregare, a nutrire speranza, ad affidarsi, a vegliare.
Salva e si lascia salvare: è custode e insegna indirettamente a Matteo cosa significhi essere realmente custode, per se stesso, per la famiglia, per il mondo fuori.

  Grazie a lui e al suo esempio, Matteo scopre non solo e non tanto l’esperienza e la pratica dell’orazione, ma l’infinita intima potenzialità della preghiera di avvivarsi vera e di segnare la vita, proprio e solo quando essa non è la superstiziosa monetina gettata nel juke box a favore di se stessi ma uno sconvolgente, critico atto di abnegazione, di dono.

  Solo questa, la preghiera che sa accendere gli animi e le anime, nata dalla generosità e che provoca generosità, è la preghiera autentica, il vero rapporto con un Dio la cui autenticità è l’Offerta estrema d’Amore.

  Alla fine, la formazione e il romanzo di formazione sono compiuti. Il piccolo eroe trova un ‘tu’ nella corresponsione limpida di una coetanea; saprà lenire il dolore dell’uomo perché anch’egli deprivato e altruista; saprà riscoprirsi accanto, vivo, il ricordo ‘vigilante’ del papà e ancora di più essere vicino alla mamma e sostenerla; saprà tornare alla sua vita, cosciente del fatto che non si “rimette a posto da sola”, ma ognuno debba saper fare «la sua parte», angeli spezzati ma solidali l’uno all’altro.

  L’Autore, in questo Canto di Natale la cui lettura continuerà a sapersi rendere interlocutrice in qualsiasi periodo dell’anno e della vita, ha saputo di nuovo mettersi a confronto con la fase critica dell’acquisizione -da parte dell’uomo- della maturità e della coscienza del proprio significato e della propria vocazione: che in tutti i personaggi, a loro volta “angeli spezzati”, si rivela essere la donatività.

  Con la forza e l’estrema delicatezza di lessico e di sentimenti che lo contraddistinguono, Versace ha calibrato storia e personaggi vividi e riconoscibili, così da gradualmente coinvolgerli – come in ogni narrazione sapiente, che riesca ad evocare la tradizione millenaria del racconto – ognuno nella propria quest “risolutiva”.

  E ognuno l’Autore ha saputo rendere indimenticabile, dai due protagonisti alla figura dolente e fratta, ma generosa, della madre di Matteo, che per la maggior parte del tempo è “fuori scena”, sì, ma proprio lei, che Matteo sa che si sarebbe sentita persa senza l’angelo, resta così pregnante che, quando torna a casa e nella scrittura, il lettore rimane stravolto dalla forza del suo dolore, del suo amore, della sua dedizione, fulgidi nell’abbraccio tenero al figlio e in quegli occhi «così stanchi ma così belli, due grandi olive che sprigionavano bontà e calore».

  La generosità si vive ma non si racconta: così la madre, ora protetta, non saprà dell’“avventura” del figlio, tuttavia questi, accanto a lei e nel mondo, è ormai, finalmente, «una luce. Una piccola luce piena di vita. O una preghiera, si disse [Matteo] pensando a zi’ Giovanni. Una preghiera che finalmente è stata esaudita».

Maria Amici

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici


Su 
Nephelai è disponibile alla lettura l’incipit del libro (>>non per il momento<<). 

  Nelle immagini , la mia copia de “L’angelo spezzato”, di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012 – Foto di Maria Amici

La mia copia de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

La mia copia de L’angelo spezzato, di Graziano Versace – Immagine realizzata da Maria Amici


Protetto: “L’angelo spezzato”, di Graziano Versace: incipit

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Protetto: “Tutto il mondo dentro”, di Graziano Versace: Incipit

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Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

– Qui c’è la versione precedente della scheda –

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versacepubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

  Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

  Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

  In specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, di quel paesino si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica.
Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario, l’unico disponibile.

  In questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, la focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi è tale da appannare – apparentemente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

     Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzate retoriche, i personaggi dei due ragazzini, Francesco e Daniele.
  Francesco vive con amarezza il rapporto col padre e con la società. Quegli, sì, peraltro lo picchia spesso ma, altrettanto frequentemente, quasi per paura che il figlio resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, tuttavia isolandosi affettivamente e isolandolo. Se, infatti, dinanzi a “Cesco” – rifugiatosi dietro al soprannome a metà tra fumetti e spaghetti-western “Cesco Kid” –  coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”.
  Daniele è figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia: una scelta non sua, che lo costringe ad una diversa forma di emarginazione, indefinita ma penosa. I genitori sono spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco, ma il ragazzo non molla. Anzi, se il profilo di Daniele sembra quasi impallidire rispetto a quello del compagno, non si può non notare che la figura di Cesco non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

  Solo apparentemente, si diceva, viene tuttavia dissimulato il peso della dis-cultura  dominante: perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

  Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico non meno che luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita.
Quella passione diviene un prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti: non solo dei genitori e dei gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi o piuttosto suoi sogni.
Diviene, quella passione,  specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione.

  In questa dinamica si inserisce il furto delle locandine, che i ragazzi, intimamente solidali eppure in competizione reciproca non meno che ognuno con se stesso, sottraggono alla bacheca del bar e del cinema del paese, sfidandolo.
Le locandine si rivelano dunque ‘emblema’ della vita stessa. In un ambiente che proprio la vita non garantisce come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, locandine e vita, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, a non essere risucchiati da un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale,  nega accoglienza all’individuo come persona, tanto meno lo sostiene quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

  E infatti “l’ambiente”, “la vita” non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ne risulta così ribadita la caratteristica di provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

  Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale possa condividere il carattere precario, solo l’amicizia in qualche modo sopravvive: fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione: pur nella lontananza, pur nella definitiva assenza dell’altro.

  Ed è l’amicizia a strutturare l’essere umano, l’essere umani: a favorire la maturazione di una coscienza adulta.

Maria Amici


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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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