Archivi del giorno: 16/11/2012

Medea: l’ineffabilità del sophòs indefinibilità dell’umano

– La scheda, integrata da ulteriori considerazioni, è desunta dal contributo recentemente pubblicato su Nephelai:

Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano” –

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Una complessa griglia concettuale accompagna nella tradizione la figura di Medea, inquietante (ma impossibile ad abbandonarsi) interlocutrice e speculum – nella varietà dei virtuali significati – della società, della cultura e soprattutto dell’umano.

Il mito di Medea, connesso a quello degli “Argonauti” – la cui vicenda coinvolge eroi più anziani di almeno una generazione di quelli dei due poemi omerici –, è assai antico e passibile di successive rielaborazioni: è attestato nella Teogonia di Esiodo, nella Guida della Grecia di Pausania; in  tragedie, non pervenute, di Eschilo e di Sofocle, nella Medea di Neofrone e in due di Euripide, le Peliadi e la più nota, e tràdita, Medea; il mito è per di più veicolato con notevoli varianti (ne tratta in un suo studio Bruno Gentili, riprendendo fonti risalenti all’VIII-VII secolo a.C., una testimonianza attribuibile a Creofilo di Samo in uno scolio di Didimo alla Medea di Euripide e inoltre uno scolio alla XIII Olimpica di Pindaro). L’attraversamento – anch’esso una serie di metamorfosi –, di diverse fasi, da vergine innamorata a donna passionale a maga sanguinaria, domina la figura nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, del III secolo a.C.

Segnata dall’archetipo dell’essere sinistro e demoniaco l’immagine che Ovidio nelle Metamorfosi e Seneca nella tragedia omonima trasmettono dell’eroina quale barbara terribile, presa dal furore della gelosia, donna crudele dominata dall’odio e dal desiderio di vendetta; tali caratteristiche tornano nelle opere di Boccaccio, di Corneille, di Anouilh; da Grillparzer (1822) a Corrado Alvaro si attesterà invece una decisiva umanizzazione della protagonista, che finirà per interpretare le problematiche più ricorrenti del XX sec.

Un frammento di papiro che riporta alcuni versi della Medea di Euripide

La dinamica passato-presente è fortemente attiva nella Medea di Euripide, e come anche in Cassandra si attiva nella cerniera della memoria e della ricerca tentata e sempre viva di rivedere tale dinamica in una consequenzialità schiacciante nella storia, come altri tragediografi hanno intravisto quale motore drammatico e impasse esistenziale per l’uomo il dramma di un passato-memoria della famiglia, atavico e però determinante per il presente.

La tragedia di Euripide si apre con uno squarcio che dà direttamente sulla memoria, un ponte nel tempo, un volo come quello della nave Argo: mai né esso né la ricerca del Vello d’oro si sarebbero dovuti compiere, né la nave si sarebbe mai dovuta costruire: cosicché mai Medea si sarebbe accesa d’amore per Giasone, mai da esso sarebbe stata schiacciata, mai avrebbe tramato la distruzione di Pelia ingannandone le figlie a compiere l’atroce parricidio… mai sarebbe venuta ad abitare, esule eppure inizialmente gradita ai cittadini, a Corinto. Mai dall’eroe sarebbe stata tradita, mai si sarebbe compiuto ciò che la nutrice, sin dall’inizio tremando per il futuro, paventa: “Temo per i figli”.

La memoria scava a riaffermare che le radici di quel che succede nel presente, con una consequenzialità atroce, si rivelano consolidate in un passato di orrori, di cui peraltro la stessa Medea è stata artefice.

Nel presente, ora, infelice, offesa, Medea invoca i giuramenti di un tempo, le solenni promesse fattele da Giasone, invoca gli dei a testimoni di ciò che ha ricevuto in cambio da Giasone, per i favori resigli nel passato. È un tòpos, quello dell’eroina amante abbandonata, dopo che ha aiutato l’amato, dopo che questi le ha giurato amore e fedeltà per il futuro: lo ritroviamo nell’Arianna di Catullo (carme 64), e nel libro III delle Argonautiche.

il mito di Medea in un sarcofago conservato nel Pergamon Museum di Berlino

La vicenda è nota: una giovanissima Medea, figlia di Eeta re dei Colchi e discendente del dio Sole, si innamora a prima vista dell’eroe cui suo padre aveva imposto prove proibitive da affrontare per conquistare il vello d’oro. Eeta spera di eliminare l’intruso, ma a Giasone la maga-fanciulla offre pozioni che gli permetteranno di superare la prova, conservando la vita contro le aspettative del re. Secondo alcune delle varianti Medea uccide il fratello Apsirto e ne smembra il cadavere costringendo il padre a desistere dall’inseguimento dei fuggiaschi per ricostituirlo, contro il terribile taboo della mancata sepoltura. Giunti a Corinto, Giasone mira al matrimonio con la figlia del re Creonte, abbandonando l’ormai inutile Medea malgrado i due figli avuti da lei.

Online was in: http://www.indafondazione.org/

Valeria Moriconi interpreta Medea. Teatro greco di Siracusa, 1996

Non meno scomodo, problematico, esigente, il personaggio di Medea rispetto a quello di Cassandra, segnato, anch’esso, da un rapporto con la conoscenza e con la consapevolezza, che si rivelerà rovinoso: un processo, tuttavia, che non coinvolgerà lei in prima persona, ma precipiterà nell’Ade i suoi congiunti (la tragedia di Euripide prevede l’infanticidio) non meno che i suoi nemici; peraltro Medea giura per Ecate, che abita nei penetrali della sua casa, e di Ecate dea della magia legata al mondo delle Ombre (come scrive Eva Cantarella) Medea è sacerdotessa e conosce pozioni misteriose sinistramente connesse a quel mondo.

La conoscenza, la sapienza, che le viene infatti riconosciuta – e temuta – da Creonte, è proprio quella della maga: ma Euripide gliene attribuisce un’altra, ben più profonda, significativa e coinvolgente anche per l’intellettuale a lui e a noi contemporaneo.

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini, 1969

Euripide, la cui misoginia è un’ipotesi ermeneutica oggi scartata dai più autorevoli studiosi, concepisce il suo personaggio in una situazione di scacco provocata da difficoltà di plurima genesi:

– dallo status di donna (e per questo in situazione di inferiorità rispetto all’uomo, sociale non meno che tradizionale, atavica – sebbene non archetipica –);

– dallo status di straniera (infatti non accomuna la sua situazione a quella delle donne di Corinto, che inizialmente la appoggiano ma dall’esterno);

– dallo status di “saggia”: per le arti di maga, sì, ma anche proprio riflettendo la condizione dell’intellettuale e il conseguente disagio di chi per ciò solo è considerato inutile o pericoloso e paga in termini di incomprensione e ripulsa, e di emarginazione, il proprio essere sophòs.

Medea in un affresco pompeiano

In quest’ultimo infatti la società intuisce la nux dell’eversione implicita in un sapere che in grazia stessa del suo essere e del suo essere consapevole e critico può demistificare le ingiustizie e gli inganni su cui è fondato l’ordinamento politico e sociale:  primi tra tutti l’inferiorità etica e civile in cui la società relega la donna, la sopraffazione del diverso e dell’individuo in sé, e l’ipocrita presunzione di Atene d’essere detentrice di una democrazia indefettibilmente basata sugli alti valori della legge e di Dìke.

Vari personaggi, presentati in sinergia, riconoscono infatti la colpevolezza di Giasone, esprimendo una condanna non solo di ordine etico ma anche giuridico e religioso: non solo è il peggiore degli uomini ma è anche colpevole di adikein: e ciò implica che, qualora offesa dall’uomo, anche alla donna (e tra parentesi anche alla donna barbara), pur di per sé “indifesa e sottoposta alla discrezionalità altrui”, è riconosciuto che sia “titolare di diritti nei confronti del marito” (De Benedetto). In più, Giasone ha tradito i giuramenti, e dei giuramenti è custode Zeus. Medea è straniera a Corinto e pertanto non c’è istituto giuridico che la tuteli, ma Euripide chiama tout court ingiustizia ingiusta (per di più cioè commessa contro un benefattore) quella di Giasone e Glauce e rileva il vuoto normativo, l’insufficienza della situazione e della ritorsione punitiva della polis. Non è propositivo, ma polemico, Euripide: e inscena una linea di conseguenze esacerbate e anch’esse irrisarcibili, senza ritorno: la Medea è una tragedia senza catarsi.

All’impasse, alla situazione di scacco su citata, Medea reagisce con la consapevolezza, reagisce mediante un lucido razionalismo che piuttosto che presentarsi in contrasto è la capacità che intravede una forza impossibile da dominare nel thymòs, forza irresistibile che reca conseguenze irreparabili e, Medea ne è cosciente, dense di una sofferenza che la lacererà: eppure – e questo a liquidare l’intellettualismo etico socratico – Medea sa che sta compiendo il male e che per esso soffrirà e dovrà sostenere, eroicamente (tàlaina tolmèso), mali tremendi: e però ugualmente agisce, e in un modo tale che a lei è conferito l’epiteto proprio di Ade, miaiphonos (colui che è macchiato di sangue).

Medea fugge sul carro del Sole, mentre Giasone brandisce la spada contro di lei, hydria lucana, attribuita al Pittore di Policoro, Policoro, Museo Nazionale della Siritide, 400 a.C. circa

E, come in generale nella tragedia greca la cultura magico-primitiva, il dato mitico di Medea sapiente anche nella magia – anche ma non solo, giacché capace di razionalismo impeccabile – conferisce una risonanza sinistra, uno sfondo inquietante, che si rivela irriducibile in una cultura di segno diverso, razionalistica e apollinea, che solo apparentemente si pone come vincente ed è invece travolta nel sangue e nell’oscurità.

Medea sul carro del Sole, dopo l’assassinio dei figli, cratere lucano a calice, vicino allo stile del Pittore di Policoro, Cleveland, Museum of Art, 400 a.C. circa

Così come il delirio da baccante faceva scivolare Cassandra nell’imprendibilità, definitivamente inafferrabile resta Medea, che sfugge ad un’unica categoria che possa incapsularla e da sola definirla, nel lessico come nell’agire: e ne è segno non solo la spiazzante impossibilità di immedesimazione nei suoi confronti (e a ciò serve l’infanticidio) bensì anche la finale utilizzazione di Medea stessa quale dea ex machina (deus ex machina, si ribadisce, di una tragedia senza soluzione), quando, ancora una volta affermandosi unica ad amare i propri figli e loro tutela e vindice, e rivendicandosi maga e di discendenza divina (dal Sole appunto), fugge, diretta ad Atene, sul carro alato del Sole.

Risulta così, Medea – e così il drammaturgo la consegna, stratificata e vibrante alla posterità -, non meno una amara riflessione da parte dell’intellettuale scomodo Euripide, che una metafora inquietante dell’ineffabilità, della – essa sola definitiva – indefinibilità dell’umano.

Maria Amici


Cassandra: l’ineffabilità della conoscenza scomoda

– La scheda, integrata da ulteriori considerazioni, è desunta dal contributo recentemente pubblicato su Nephelai:

Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano” –

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Nella percezione comune, Cassandra vive particolarmente nell’antonomasia che col suo nome lessicalizza l’inascoltato portatore di previsioni di sventure: o persino lo iettatore, il menagramo.

Il personaggio in tale consistenza drammatica attraversa di fatto i millenni: tuttavia da subito assume una dimensione assai più profonda, una poliedricità inquietante per i suoi significati e perché riflesso di società e cultura non meno che della perenne indagine critica cui sono sottoposte da parte di intellettuali (ugualmente inascoltati?)

Dell’arte profetica di Cassandra non è attestazione nei poemi omerici:

Clitennestra uccide Cassandra: Kylix attica a figure rosse, 430 a.C., attribuita al Pittore di Marlay. Tomba 264 Valle Trebba

  •  nell’Iliade è nominata due volte, una per le qualità estetiche (è detta la più bella delle figlie di Priamo e promessa sposa a Otrionèo) e l’altra perché avvista il padre Priamo tornare recando il corpo di Ettore;
  •  nella nèkyia dell’Odissea durante la katàbasis del protagonista nell’Ade, in un incontro con l’inconoscibile e l’inconnu da parte di Ulisse, ma ex post facto per il personaggio narrante, l’ombra di Agamennone racconta la morte propria e di Cassandra per mano di Clitennestra.

Cassandra, principessa troiana tra i figli legittimi di Priamo in quanto nata da Ecuba, in leggende post-omeriche e nelle diverse rielaborazioni letterarie diviene il simbolo del personaggio calpestato e vilipeso: scomodo detentore di una conoscenza difficile e inascoltata, e vittima precipua e la più oltraggiata dal sistema-guerra.

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Nella sua doppia “maledizione” d’esser donna e figlia di nazioni sconfitte, paga infatti, e non da sola, lo scotto maggiore dell’esito di condizioni e iniziative (e politiche) non sue: nello spirito e nel corpo brutalizzati quale oggetto di stupro, ulteriormente svalorizzato e dequalificato perché ridotto a schiava – e concubina –  del vincitore, e in generale reificato in quanto “bottino di guerra”.

Anche sotto questo rispetto, si affileranno le critiche antimilitariste dell’Euripide delle Troiane, tragedia che riassume il dramma di un popolo, e nondimeno dell’essere umano, nelle diverse sorti, e tipologie, di prigioniere:

Caduta di Troia: al centro la statua di Pallade Atena cui si rifugia Cassandra inseguita da Aiace (Cratere attico a figure rosse dalla tomba 136A di Valle Pega, Ferrara, Museo Archeologico Nazionale)

Andromaca, Ecuba, Cassandra, purtroppo profili attualissimi a tutt’oggi in note, e famigerate, vicende belliche, forse persino più efferate dello scempio e del massacro, da parte ateniese, degli abitanti della isola di Melo, renitenti alla lega delio-attica, che furono uno dei moventi occasionali della suddetta tragedia euripidea.

Cassandra è però differenziata in un tratto che potrebbe renderla invece protagonista, in autorità e decisionalità: non tanto perché figlia di re (dato poco rilevante), ma come “portatrice sana” di un dono eccelso in cui è ravvisabile – apparentemente – un privilegio: la divinazione, la predizione del futuro, derivata non da chiaroveggenza ma (come in altre artes, non ultima la poesia) dall’enthousiasmòs, dall’essere posseduti dal divino.

Citiamo due diverse versioni quanto all’origine del conferimento di tale potere:

  •  secondo una, che viene riferita anche da Scholia all’Iliade, Cassandra e il gemello Eleno, infanti, sarebbero stati toccati con la lingua nei loro organi di senso da due serpenti mentre erano incustoditi durante festeggiamenti alla reggia;

    Apollo tenta di rapire Dafne. Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini (1622-1625), Galleria Borghese a Roma.

  •  secondo un’altra più nota, attestata anche dalla Biblioteca (opera risalente al I-II secolo e successivamente epitomata, ma compilazione di materiali leggendari tradizionali preesistenti, legati alla mitologia greca e all’epica eroica, e oggi attribuita ad autore convenzionalmente indicato come Pseudo-Apollodoro), sarebbe stato Apollo, innamorato di lei e respinto, ad insegnarle l’arte profetica ma anche a negarle il dono della persuasione.

La ierogamia per il ritrarsi di Cassandra non si consuma, il corpo della sacerdotessa per il suo rifiuto non ha sino in fondo accolto in sé lo pnèuma enthousiastikòn (e sottraendosi al possesso divino resta in balìa della profanazione da parte del desiderio umano): giacché Cassandra non volle concedersi al dio, questi le avrebbe lasciato il dono della profezia ma privandola d’esser considerata attendibile.

Vaticinio della caduta di Troia da parte di Cassandra, presenti Priamo, Paride, Ettore, dalla Casa del Forno, Pompei (I, 2, 28), III stile pompeiano (20-30 d.C.), ora in Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inv. nr. 111476)

Conseguentemente, Cassandra continuava sì ad esercitare la predizione e ad avvertire gli interlocutori dei disastri imminenti (la riammissione di Paride a corte, il suo viaggio a Sparta e il ritorno a Troia con Elena avrebbero provocato la guerra di Ilio; e poi l’introduzione del Cavallo entro le mura la distruzione della città) ma, ben lungi dall’essere integrata al potere e suo (utile) strumento organico, non solo non ne veniva creduta ma la sua era considerata una insania, una follia inaffidabile, uno stigma e un mìasma, segno di maledizione, da deridere e allontanare.

Eminentemente scomodo risulta infatti un personaggio che tratti semantici o solo concettuali condivide con altri manteis, sin dall’Iliade ugualmente ispidi, come interpreti non sempre ascoltati – o almeno non fino alle estreme conseguenze –: si pensi agli indovini convocati da Agamennone per la disamina delle viscere e dei segni del cielo a comprendere l’ira di quale dio e a cosa sia dovuta la contaminazione che distoglie dalla vittoria, fino al non meno indesiderabile Tiresia dell’Edipo Re sofocleo, e oltre. Essi infatti sanno leggere (diremmo, con sintagma iliadico) pròsso kài opìsso (avanti e indietro, il prima e il dopo, con suggestiva cooperazione degli ambiti spazio-tempo). La loro peculiarità è non solo il leggere il futuro, ma la capacità di metterlo in rapporto significativo e cogente, consequenziale, con il passato: sanno cogliere non solo l’esito distruttore, ma l’innesco rovinoso, trasversale nel tempo e nello spazio.

È una tematica che paradigmaticamente ritroviamo nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle: il mìasma, la piaga – la maledizione da parte degli dei di chi ha mancato contro lo statuto esclusivo del dio, non concesso all’umano, eccedendo in hybris –,  non viene ritorto e rivolto solo ad personam, ma anche alla stirpe.

Nell’Agamennone di Eschilo, che, in un’ottantina di versi,

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

su Cassandra è la fonte principale, la profetessa rievoca significativamente le azioni terribili degli Atridi, che ne hanno funestato la discendenza e avrebbero coinvolto in una spirale di sangue e orrore anche Agamennone e i suoi figli:

Oreste uccide Clitemnestra che si scopre il seno, alla presenza di una Erinni che lo minaccia (cfr. Aesch., Cho., vv. 896-898), Anfora pestana attribuita al Pittore di Würzburg H 5739, 350-340 a.C. circa, Malibu, J.P. Getty Museum 80.AE.155.1

e Cassandra in un crescendo drammatico non esita a preannunziarla, né teme che coinvolgerà anche lei stessa, votata – in un sacrificio di sangue ma non purificatore – alla stessa morte dell’Atride per mano di Clitennestra, e ugualmente prevede la vendetta di Oreste che “fuggiasco, bandito da questa terra, ritornerà qui a mettere il suggello all’edificio di sciagure innalzato dai suoi”.

Aiace rapisce Cassandra, Pittore di Kleophrades, hydria attica a figure rosse, ca. 480-475 a.C.. Napoli, Museo Archeologico Nazionale 2422

Tuttavia, inutile è la prescienza – e la conoscenza – di Cassandra: lei stessa previene il Coro: Apollo che le ha concesso l’ars, “vegliava” perché lei fosse “sbeffeggiata” e nessuno le prestasse fede.

Nell’Agamennone eschileo Cassandra è invasata dal furore profetico e dal dio in un tremito che è lessicalmente assimilato (mediante la scelta di pònos) al travaglio e per questo considerato con deferenza ma solo finché non se ne rivela il messaggio, naturalmente inaccettato.

Aiace (AIVAS) e Cassandra (CAŠNTRA): Tomba François di Vulci

Nelle Troiane euripidee è sbattuta dal delirio a vagare in una comunicazione fittamente segnata da ambiguità tra predizione e canto nuziale confuso con la preghiera votiva ad Ecate signora dell’oltretomba, venati – predizione e imeneo – di tratti sinistri ancorché riflettenti una realtà una volta di più respinta dagli ascoltatori: e dalla madre Ecuba per prima, che interviene a conculcare gli slanci pervasi da insania, da “menade frenetica” e dissennata, di una figlia cui – afferma, e il paradosso solo il fruitore (spettatore, lettore..) può coglierlo – neppure la sventura ha restituito l’equilibrio.

Aiace rapisce Cassandra: cratere a volute del Pittore di Licurgo (Museo Nazionale di Napoli) (360-350 a.C.)

Neanche la condivisione del destino stimola simpatia e com-passione per chi ‘sa’ e non tace: e che peraltro (ed ecco la frattura che genera il tragico) non può tacere perché al suo silenzio vede legata la rovina del proprio mondo – o almeno, nel proprio canto pur inascoltato, la prospettiva di un riscatto.

Prima di ulteriori riusi, la figura di Cassandra chiude -da un certo punto di vista- l’età antica, non meno misteriosa nei suoi vaneggiamenti: nella Alessandra di Licofrone, poema drammatico in trimetri giambici risalente forse al III sec. a.C., l’inascoltabilità della profetessa è ribadita da uno stile sapiente, che talora indulge al realismo macabro, ma sempre resta allusivo e nebuloso nell’evocazione dei miti.

L’Alessandra, nei secoli dibattuta dalla critica con avversi esiti, si propone dunque così a temporaneo suggello di un personaggio più di altri – per l’intellettuale e per l’uomo che si faccia realmente testimone e ‘profeta‘ del presente, in una società che illude soltanto di accettarlo -, segno dilaniato e contaminato dell’ineffabilità di verità scomode e rimosse.

Maria Amici


“Jeri sera sono andato a vedere…„

Pirandello nel 1929?

Mi affascina la ricezione della forma teatrale da parte di un autore che di quell’arte sia Maestro: autentico, non per inflazionato titolo; non meno che la capacità del teatro di vivere in sé dei problemi della società, non solo assorbendo ma imprimendo di sé, per come quei problemi elabora, l’immaginario comune e le coscienze, o talora soltanto nel promuovere la discussione.

Ho letto recentemente un articolo pubblicato su “Revista Persona” – che ne esercita il copyright – : Pirandello e la bioetica, di Luisella Battaglia.

“In questo quadro appare complessivamente di grande rilievo per la bioetica la via tracciata da Luigi Pirandello che nella sua opera ha saputo affrontare non solo i temi esistenziali innescati dal rapporto problematico tra scienza ed etica, ma ha precorso i dilemmi morali posti oggi alla nostra coscienza dalle sfide delle scienze della vita: la medicina, la biologia, l’ecologia, l’etologia… [eqs.]

Mi è sembrato nel suo insieme interessante e desidero proporlo anche alla vostra lettura – miei quattroventiquattro lettori – , senza intriderlo della mia paene ad verbum.

La copertina de L’innesto, ed. Bemporad, 1926

L’unico punto in cui – pur non essendo io non favorevole alla inseminazione eterologa quando necessaria – mi ha suscitato un qualche fastidio, al di là della profonda solidarietà umana per il problema, è stato  a latere de L’innesto, dove l’autrice obnubila volontariamente il significato profondo (e terribile: ma sublime) della vicenda e della scelta personale che ne scaturisce, per come Pirandello la presentava.
Probabilmente, un tentativo nel senso del “politically correct”, anche un po’ un ammicco alla opinione vigente (e un po’ alla ‘moda’, non strictu sensu intesa).

Luigi Pirandello: “Arte e Scienza”, Saggi, Roma 1908

Dagli scritti di  Pirandello non meno che dalle testimonianze di intellettuali che lo conobbero e a tratti gli furono vicini, emerge che nel suo ultimo cosmopolita decennio egli frequentò spesso il teatro e la vita culturale, vivendo diversamente il riserbo intimo in cui si era mantenuto per anni. Tuttavia anche nel passato era apparso sempre attento – e ricettivo in maniera complessa – ai dibattiti della modernità, pure di carattere etico-scientifico: lo dimostrò sia utilizzando la sua scrittura per far riflettere, sia con suoi giudizi tranchant ma acuti, motivati, espressi in pubblico come in privato.

Marta Abba nel 1928?

Per esempio, su una tematica diversa: in una lettera del settembre 1929, scritta dal suo “esilio” a Berlino a Marta Abba – l’attrice che per più di undici anni fu sua interprete, collaboratrice, amica -, lo scrittore e regista teatrale che cinque anni dopo avrebbe ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura, criticava – sdegnato – un dramma di nome Chiangali allora rappresentato:

Foto con dedica a Pirandello di Angelo Musco, il primo Liolà. 1916

“Jeri sera sono andato a vedere Chiangali, l’unico successo, per modo di dire, della stagione: è un dramma a tendenza anch’esso, per difendere il diritto alla donna d’abortire, figurati con questi lumi di luna in Italia: ‘Chiangali’ è un rimedio, o meglio, un veleno che procura l’aborto. E si vede a teatro questo magnifico spettacolo, con certe tirate che mandano in visibilio tutti i comunisti seguaci del verbo di Mosca…„

Non interessa qui soffermarsi sulle sue idee politiche: la loro complessità peraltro, che si desume anche a una lettura non superficiale di queste poche righe, non è sempre stata indagata con imparzialità.

Pirandello a Berlino

Piuttosto, si nota con evidenza, in un intellettuale che non ha mai sentito di doversi esimere dallo stimolare il pubblico al confronto e alla critica,  che sia la ‘strumentalizzazione’ a muovergli indignazione, in quanto irrispettosa del teatro non meno che le incursioni, nei suoi drammi, della farsa di un Musco – con il quale non a caso i rapporti non furono mai sereni.
Che poi tali mezzi potessero e possano riscuotere successo di pubblico, è un fatto, e i motivi si radicano nella qualità della vita sociale e culturale: ma il teatro per Pirandello è tutt’altro che un solleticare l’audience con ciò ch’è moda o in cui la pubblica opinione si pasce – a qualunque tendenza afferisca – come del ‘nuovo “verbo” ‘…

et quod sequitur

Maria Amici


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