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Chissà cosa ne avrebbero scritto…

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Amore e Patria era il nome del primissimo romanzo, dedicato alla guerra di indipendenza americana, composto da Verga all’età di sedici anni: lo si riteneva  disperso. Non diversa sorte subivano i manoscritti della prima stesura de I Malavoglia, le bozze del Mastro Don Gesualdo, de La Lupa, de I carbonari della montagna; le primissime stesure di tre romanzi mai finiti del “Ciclo dei vinti”: La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso; le corrispondenze con Gabriele D’Annunzio, Luigi Capuana, Benedetto Croce, con Luigi Pirandello…

WCENTER 0TNHBJOEFN Caption:#xa9; Daniele Stanisci ag. Toia Sequestro di Manoscritti appartenenti a Verga © Daniele Stanisci/ag. ToiatiIn realtà, attorno a questo e altro materiale, si aggrovigliava e infittiva di mistero una vicenda tortuosa, che ricordava più Todo modo o Il quinto evangelio o evidentemente non lontani trafugamenti di filologi medievali e umanisti, eroici ricercatori del Codice, ma sviliti in una assai meno dignitosa concorrenza nel sottrarsi, l’uno alla biblioteca degli altri, manoscritti originali o archetipi rari…

20130720_verghianaIncautamente – mai avverbio fu più appropriato – negli anni Trenta dello scorso secolo,

“36 manoscritti (romanzi e novelle), migliaia di stampe fotografiche di lettere, centinaia di lettere autografe, bozze, disegni e appunti di Giovanni Verga…„

sarebbero stati affidati – qui il verbo si trova a forte disagio – da Giovanni Verga Patriarca, figlio dello scrittore, ad uno studioso di Barcellona, cittadina della provincia di Messina. Malgrado le azioni legali profuse, poi addirittura interrogazioni parlamentari sollecitanti l’“esproprio per ragioni di pubblica utilità”, protrattesi per decenni, lo studioso prima, i suoi eredi poi, si sarebbero rifiutati di riconsegnare agli eredi Verga il patrimonio letterario detenuto: e finanche di farlo inventariare.

verga_manoscritti_foto_carabinieri-via adnkronos.comGli eredi dello scrittore nel frattempo avrebbero venduto nel suo complesso alla Regione Sicilia l’intero corpus di materiale autografo: la Sicilia, sì, l’acquistò in blocco, ma per decenni non entrò mai in possesso di quest’ennesimo suo patrimonio latitante.

verga_manoscritti via ms2.iol.itLa Soprintendenza ai Beni Librari della Regione Lombardia avrebbe poi recentemente individuato, per di più in precario stato di conservazione, il materiale ‘transfuga’ (invero una sua parte) messo in vendita presso una casa d’aste di Milano assai rinomata: ne sarebbe stato disposto il deposito temporaneo presso il Centro di ricerca del Fondo manoscritti dell’Università di Pavia intitolato a Maria Corti (ove è tuttora custodito). L’operazione dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale seguitò con ulteriori perquisizioni da parte della Procura di Roma, presso la casa dell’erede dello studioso, grazie alle quali sarebbe stato recuperato un ingente quantitativo di manoscritti e Verga00documenti verghiani …insieme con una corposa serie di oggetti archeologici integri provenienti da scavo clandestino, ugualmente posta sotto sequestro penale…

Autoritratto di Luigi Pirandello - non fa parte del Fondo Verga. - Via ubaldoriccobono.wordpress.com

Autoritratto di Luigi Pirandello – non fa parte del Fondo Verga. – via web

Oggi il materiale – manoscritti, carte, ed inoltre decine di scatole contenenti microfilm con le riproduzioni di lettere e manoscritti, e migliaia di fotografie di lettere e documenti, compresi degli acquerelli delle scenografie per la prima di una pièce a Milano al teatro Manzoni nel 1885 – attende d’essere ricongiunto al resto del Fondo Giovanni Verga…

Tra questi, lo schizzo d’un uomo barbuto pare sia un profilo autografo e firmato di Luigi Pirandello, che avrebbe apposto accanto una frase – venendo da lui – inquietante nella sua apparente, ingenua semplicità: «questo sono io».

Pirandello a Villa Farnesina per il IV convegno Volta sul teatro drammatico, 1934.

Pirandello a Villa Farnesina per il IV convegno Volta sul teatro drammatico, 1934.

L’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, iniziata nel 2012, ha concluso dunque una vicenda scabrosa intricatasi via via per circa ottant’anni tra aule parlamentari e giudiziarie, o in chissà quali oscure cantine, piuttosto che sulle scrivanie di filologi e nelle pubbliche biblioteche, quale monumentum d’interesse culturale internazionale: chissà cosa avrebbe saputo scriverne la penna di un Borges, di un Pirandello, di uno Sciascia…

..et quod sequitur…

Maria Amici


Tra Croce e Pirandello: appunti su un gioco di impermeabilità…

Benedetto Croce con Stefano Jacini Giovanni Laterza in una foto degli anni '20 - Immagine reperita su web, da filosofico.net

Benedetto Croce con Stefano Jacini Giovanni Laterza in una foto degli anni ’20 – Immagine reperita su web, da filosofico.net

Oggi, 25 febbraio, giorno di nascita di Benedetto Croce, ricordiamo che nei confronti di Pirandello diede vita alla famigerata polemica annosa e spesso miope tra due grandi che però partivano da punti di vista inconciliabili -e inconciliati-?

Uno status quaestionis può essere reperito nella voce dedicata a Benedetto Croce nel libro di M. Manotta su Luigi Pirandello qui presente solo in anteprima.

Per l’excursus di proposte di lettura, utilizzo come base materiali forniti dall’eccellente portale PirandelloWeb.

Luigi Pirandello: "Arte e Scienza", Saggi, Roma 1908

Luigi Pirandello: “Arte e Scienza”, Saggi, Roma 1908

Cominciamo dalla… imparziale … penna di Pirandello, che si difendeva, in Arte e scienza?

Prima degli altri, tuttavia, mi è d’uopo presentare un’acuta disamina, senza peli sulla lingua, dei motivi della spietata operazione di ‘espunzione’ di Pirandello dalla storia della cultura da parte, anche, di Croce: nell’analisi di Leone De Castris, ripresa poi anche da Petrella.

Ancora dallo stesso portale, il fraintendimento, analizzato da Leonardo Sciascia, in Pirandello e il pirandellismo, dell’«uomo più libero che sia possibile trovare nell’Italia del fascismo» da parte dell’altro!…

…fraintendimento, come nota Sciascia, e individuato anche nel saggio di Angelini su Debenedetti,  di radice comune anche a Adriano Tilgher e fonte dell’altra annosa polemica.

L'umorismo, saggio di Luigi Pirandello - copertina 1908.

Dal citato PirandelloWeb, la ripresa della critica crociana all’Umorismo nel saggio di Paolo Spinicci dedicato alla suddetta teoria in Pirandello, e da parte di Corrado Alvaro, nella sua Prefazione alle Novelle per un anno; interessante anche un saggio in spagnolo sul tema.

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Dispaccio sorveglianza Croce

Una sintetica ripresa dei punti di collisione con Croce è nel saggio di T. Marciano su La crisi del poeta-vate.

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Pirandello sorvegliato dalla Polizia Politica fascista

-Didascalia: Pirandello e Croce oggetto di ‘attenzioni’ da parte della Polizia politica fascista-

Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_3

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Posso permettermi una considerazione, non meno estemporanea che questa veloce panoramica?

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Oggi, proprio per rendergli omaggio nell’anniversario di nascita di Croce, è forse da allontanare, pur senza ignorarla, proprio una delle idee-pregiudizio che lo mossero, che Pirandello non fosse che – con le parole di Manotta – un «parvenu» della letteratura con ambizioni filosofiche.

Pirandello

Allo scrittore siciliano poco interessavano i distinzionismi filosofici e ben altro motivo aveva il suo (parole di Croce) «convulso inconcludente filosofare»: piuttosto – se è concessa quale definizione parziale di un uomo e uno scrittore indefinibile – in lui ebbe lo spessore di tormentata esperienza, umana e artistica, del relativismo, della scomposizione dell’io e del reale, del nulla di un’esistenza eternamente in sé rappresentazione dell’Enigma irrisolvibile perché nulla in se stesso: e della dignità di una sofferenza intima, inestinguibile, affrontata con una lucidità e un coraggio senza pari.

benedetto croce legge - Immagine reperita su web, da mizarmizar.

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Se possiamo consegnare proprio oggi al domani, pur necessariamente imperfetta, un’espressione di Croce su Luigi Pirandello, sceglieremmo forse invece questa:

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«Uomo tormentato e non un semplice industriante teatrale sulla materia di un immaginario tormento».

et quod sequitur
Maria Amici

Pirandello alla scrivania del suo studio a Monteluco, dov'è in vacanza col figlio Stefano e la sua famiglia nell'estate del 1924 (ritaglio) - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Pirandello alla scrivania del suo studio a Monteluco, dov’è in vacanza col figlio Stefano e la sua famiglia nell’estate del 1924 (ritaglio) – This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941


“Prima notte”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

Prima notte

Novella di Luigi Pirandello, pubblicata sul settimanale Il Marzocco, rivista fiorentina di letteratura e arte, il 18 novembre 1900; confluì nella raccolta Bianche e nere, Renzo Streglio e C. Editori, Torino, 1904; poi in Novelle per un anno: Scialle nero, 1922.

In tale edizione, qui ripresa, è reperibile sul meritorio PirandelloWeb

Il Marzocco n. 48 del 2 Dicembre 1900. - Firenze : Tip. L. Franceschini, 1896-1932. - 37 v. ; 58 cm. Settimanale. - Poi editore: Vallecchi. - 50 cm.

Il Marzocco n. 48 del 2 Dicembre 1900

L’amore, la sessualità – specie, ma non solo, se negati da altri o inibiti per scelta personale propria –, il matrimonio, si ritrovano spesso nell’opera pirandelliana indissolubilmente legati al dominio lessicale e metaforico, contestuale e narrativo della
| morte | : tanto che Sciascia noterà: «Sempre in Pirandello l’amore avrà questo sentore di morte»*.

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Pirandello tra il 1870 e il 1873 – Immagine in pubblico dominio

Né sarà necessario scomodare il precoce macabro episodio* dell’iniziazione indiretta tra i cadaveri nella camera mortuaria – e quindi indelebilmente connotata dall’oscurità della colpa, tra «un frullìo e un ansimare» di una coppia clandestina, e dall’opprimente orrore della morte, della fragilità, del degrado –, a spiegare un personalissimo, intimo sgomento psicologico che non solo rifugge da spiegazioni sovrastrutturali (sociali, etiche, religiose..) ma soprattutto, malgrado gli accenni anche a particolari biografici nella sua opera, dall’Autore girgentino è schermato da un velo di enigmatica discrezione che tali allusioni proietta, sfuggenti, nell’indeterminatezza.

Se il matrimonio può essere considerato un trapasso ad altra vita, quale ne sia la consistenza reale si può ben comprendere infatti dalle connotazioni lugubri, funeree, luttuose che esso assume: e la novella che qui leggiamo ne è una chiara metafora.

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino, con Rosso di San Secondo? e altri - forse Romagnoli?-, 1908-1912?

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino, con Rosso di San Secondo(?) e altri, tra il 1908 e il 1912(?)*

Il mutamento sotteso al coinvolgimento nell’amore è di per sé frequentemente significato da Pirandello quale accesso (quasi un salto) in un «cerchio magico»*, un tuffo “ad occhi chiusi”* che può tradursi ugualmente in vita o morte: e morte anche dell’amore, nel momento stesso in cui quel cerchio allude alla realizzazione dell’amore stesso*.

Nelle opere del Girgentino, quasi mai amore e suo culmine-concretizzazione nel matrimonio – unica scelta ritenuta possibile ma ugualmente esiziale – si rivelano dinamiche strettamente collegate e compatibili. Se persiste l’uno, l’altro è

Pirandello legge a Marta Abba "Trovarsi", Lido di Camaiore, Agosto? 1932

Pirandello legge a Marta Abba “Trovarsi”, Lido di Camaiore, Agosto? 1932

per una rete di reciproci ‘veti’ impossibilitato quasi per proteggere quell’amore; se si addiviene all’altro, non è con chi si ama, o proprio il matrimonio catalizza una serie di sventure rovinose che annichilano l’amore e la persona stessa, come puntualizzano il citato Gioanola ma soprattutto una serie di occorrenze nell’opera pirandelliana*.

Tale concezione, come premesso, non si rifà solo alle contingenze sociali e storiche o biografiche, ma ritrova echi in un’intimità misteriosa, pura e turbata insieme, radicata nell’uomo Pirandello a profondità primigenie:  tuttavia, come l’Autore implicitamente denuncia, nella società a lui contemporanea – e ben al di là della propria esperienza sa che

Quietanza di Stefano Pirandello per somme prestategli dal genero Alfonso Agrò, 1900

Quietanza di Stefano Pirandello per somme prestategli dal genero Alfonso Agrò, 1900

l’uso percorre i secoli –, l’impulso al matrimonio di solito non ha connessione alcuna con motivazioni sentimentali ma proviene, particolare usuale e già svilente, dall’interesse economico.

Nel caso di Prima notte, si profila la necessità di dare sistemazione alla figlia, dopo la tragica morte del padre doganiere, che con altri due colleghi è perito in mare: e quel mare la cui massa livida e grigia si richiude sui naufraghi greve come il coperchio di una bara, ai lettori non solo di Verga e di Melville evoca e ribadisce associazioni funebri.

Di esse la novella è intessuta.

donne con scialle nero - immagine reperita su webNon solo il padre è morto, alla protagonista allora giovanissima, Marastella, pregiudicandole così – in un tale contesto – il futuro, ma altresì, nello stesso incidente sul lavoro, l’uomo segretamente amato. Ai funerali, quando le sfugge un singhiozzo disperato, inequivocabile, la madre di questi, stringendola a sé

«come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto»

e ‘riconoscendola’ come «figlia», a lui assimilandola, per i parametri di quel sistema culturale atavico la ‘seppellisce’ socialmente insieme col proprio figlio.

La madre di lei, Mamm’Anto’, tuttavia non demorde: per sette anni tutto sacrifica per prepararle un corredo, con l’enumerazione delle componenti del quale la novella si apre: ma subito interviene a riaffermare il quadro di riferimento fondamentale la cassa in cui sono conservati i capi del corredo, che dovrebbero essere promessa di un futuro nuovo, di una nuova vita, e invece acquistano la connotazione d’un sudario:

«la vecchia cassapanca d’abete, lunga e stretta che pareva una bara».

D’altronde, anche l’abito da sposa non è bianco ma grigio: «una galanteria», ma perfettamente consono.

Lo sposo, don Lisi Chirico, non sfugge alla medesima atmosfera.

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell'Ambasciata del Cile presso il Quirinale

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell’Ambasciata del Cile presso il Quirinale

La prima considerazione che su di lui oppone alla scelta materna Marastella è il suo esser «quasi vecchio». Non è naturalmente solo un dato fisiologico ma storico-antropologico: come tipico sin dalle società arcaiche, in cui frequente e prevista in una prospettiva di potere e autorità era la distanza anagrafica tra sposo e consorte, per cui la fanciulla dalla tutela paterna passava a quella analoga del marito – coetaneo del padre,

«sarebbe stato […], di quest’altra [moglie], padre e marito insieme»,

così si propone lo stesso Chirico.

Man mano nella novella si punteggiano le osservazioni sull’aspetto fatiscente dello sposo, aggravato sia dalla barba bianca sia dall’impressione delle guance incavate dopo che se la rade per apparire ..più giovane.

In più egli, sì, ha uno stipendio fisso, però come becchino, e infatti abita accanto al cimitero: cosicché la sposa andrebbe ad abitare in una «cameretta bianca, pulita, piena d’aria»: un’aggettivazione che talora accompagna nell’immaginario comune la camera mortuaria.

E’ inoltre un vedovo inconsolabile – tanto che si lamenta con la sorella perché vorrebbe limitare i ‘festeggiamenti’ sponsali per non distaccarsi da un’atmosfera di lutto -: ma subito interviene, in quelle mentalità primitive, la motivazione greve, materiale e utilitaristica. Principalmente, si risposava

«più per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d’una donna lassù, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera. Ecco perché si riammogliava»:

perché ha bisogno, dunque, e un bisogno che non ha nulla di spirituale.

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la  sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

Anche questo risulta dato assolutamente non insolito sia nella società e nella psicologia indotta, sia nella pensosa, corrosiva elaborazione nelle novelle pirandelliane: un dato che, insieme con l’interesse della famiglia d’origine alla ‘sistemazione’ della figlia, ribadisce la condizione femminile di sudditanza all’interesse economico e materiale in ogni senso, così come l’interesse spesso eminentemente legato, nel maschio, a risolvere il soddisfacimento del bisogno sessuale e dell’economia domestica, a ribadire la traumatica condizione umana, esistenziale, per come essa via via s’aggroviglia.

Che la cerimonia nuziale sia un corrispettivo di quella funebre è sottolineato da più segnali: l’accompagnamento alla sposa nella sua nuova casa e poi lo sfilare degli invitati nel loro ritorno verso le proprie case si configura come un corteo funebre, senz’altro ribadito sia dai partecipanti sia dagli osservatori:

«Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale. E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: – Povera sposa!»

Come si confà più al funerale che alle nozze, bagnate tradizionalmente di un pianto diverso

(«Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia. Si sa!»),

scorrono lacrime continue, prima e dopo il momento dell’unione in matrimonio, e soprattutto quando, dopo la festa nuziale, gli invitati defluiscono, e poi coloro che hanno accompagnato la sposa alla sua nuova residenza se ne tornano a casa lasciandola sola con la madre e due amiche, allontanatosi lo sposo per suonare l’avemaria serale, interpretabile in tanti sensi come un segnale di congedo.

Luigi Pirandello, La Trappola. Progetti di copertina per libro. Olio su tela. Collez. privata. Immagine reperita su web

Luigi Pirandello, La Trappola. Progetti di copertina per libro. Olio su tela. Collez. privata. Immagine reperita su web

Ricollegabile al, tutto pirandelliano, sistema di apparenze e finzioni che la madre della sposa e la sorella dello sposo tentano di costruire per invogliare (intrappolare, si direbbe, con parola chiave?) la sposina, e intanto mistificandone e fraintendendone le reazioni, già attivato nell’iniziale tentativo di mitigare le perplessità di Marastella sul ‘pretendente’, la madre di fronte alle sue lacrime risulta estranea alle ragioni intime del dolore della figlia, le reinterpreta nel modo che più può a sua volta seppellire non solo nel non detto ma nell’obnubilamento della consapevolezza. (Altro che profondità del legame affettivo familiare, di cui cianciano alcune analisi non solo su web quale tema della novella…)

Più sagace invece lo sposo:

«Comprendeva e compativa. Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime».

La commozione è peraltro subito riportata ad una chiusura nell’ego: non può ammettere in sé che la moglie precedente, nessun’altra che la moglie defunta egli può piangere. E tuttavia dinanzi alla ‘sua’ «crocetta di quel camposanto» da lei aveva preso commiato, s’era «licenziato», dacché aveva promesso che

«sarebbe stato tutto di quest’altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant’anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassù sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti».

In definitiva, il legame avvertito come insolubile, imprescindibile, non è quello con la donna, non con la moglie morta né con quella viva: bensì quello con i ‘suoi’ morti, ribadito dalla promessa di proseguirne la cura, la «custodia». Non si vive che in funzione della morte.

La conclusione della novella, con quella sua venatura di paradosso umoristico, è consequenziale, e ancora una volta si distacca dall’ambito realistico-naturalista che pur fa da ambientazione alle novelle di Pirandello.

Ormai soli, la sposa chiede allo sposo di condurla alla tomba del padre, ma il becchino sa bene chi ella cerchi: «C’è anche lo Sparti», l’avverte brevemente.

L’uomo un tempo amato condivide la porzione del cimitero così come il regno dei morti col padre (nuovamente unificate, le due figure), ed entrambi di fatto avevano seppellito e assimilato a sé anche Marastella*.

Cimitero di Pere Lachaise

Cimitero di Pere Lachaise

I due così, marito e moglie, si aggirano nel cimitero, al «lume» evocativo della «lanterna del cielo», alla ricerca dell’altro, del proprio doppio, del corrispettivo in cui sono evidentemente annullati, assimilati e morti essi stessi al mondo, in un’esclusione sancita come definitiva.

Marastella sulla tomba del suo vecchio pretendente, don Lisi su quella della moglie, si abbandonano al pianto disperato e da esso più che da ogni altra cosa sono accomunati: ed è questa la loro Prima notte, in cui pure, presenziando Ecate – la luna – si celebra un’unione e una ulteriore comunanza alternativa, ancora più ancestrale, col mondo dei morti.

Così come la vita presente e reale in tutte le sue componenti, personaggi, atti, luoghi, parole, è continuamente rimetaforizzata dai rinvii lessicali al dominio funebre, altresì di fatto sfuma continuamente nella predominante, ingombrante presenza e contiguità della morte, del cimitero, delle tombe, di una devozione persistente che, nella prospettiva dell’effimero di fronte ad una condizione segnata dall’eterno, soggioga ed esclude ogni altra.

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 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

* Leonardo Sciascia, Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta-Roma : S.Sciascia, 1961; Milano : Adelphi, 1996. E precisamente:

«Sempre in Pirandello l’amore avrà questo sentore di morte. Non l’idea della morte: ma la fisica putrescente presenza della morte. O sarà intorbidato dalla pazzia. O avvelenato dalla incomprensione e dai tradimenti».

La copertina de "L'uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino", di Luigi Filippo D'Amico

La copertina de “L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino”, di Luigi Filippo D’Amico

* Alla traumatica rivelazione dell’amore carnale che sarebbe incolta al Pirandello bambino nella torre adibita a obitorio, si trova cenno in Luigi Filippo D’Amico, L’uomo delle contraddizioni: Pirandello visto da vicino, Palermo : Sellerio, 2007 (anche in Pirandello visto da vicino. Dieci conversazioni di L.F. Camilleri, Biografia del figlio cambiato copertinaD’Amico per il Terzo Anello di Radio3), che farebbe tesoro di racconti della suocera Lietta; in Marco Manotta: Luigi Pirandello, Milano : B. Mondadori, 1998; in Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato,  Milano : Rizzoli 2000; in Elio Gioanola, Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007; e inoltre in Luciano Lucignani, Un uomo solo, laRepubblica 02.12.1986.

Valeria Moriconi in Trovarsi, di Luigi Pirandello, regia G. Patroni Griffi

Valeria Moriconi in Trovarsi, di Luigi Pirandello, regia G. Patroni Griffi

* Il «cerchio magico» ha una valenza misterica, secondo la concezione atavica ripresa dalla Grecia arcaica, così come la ha in quella sorta di girotondo delle bambine che, tradotto, si chiamava tartatartaruga; il sintagma è ad esempio tratto da La rosa, reperibile su PirandelloWeb. Ci si sofferma su di esso nella lettura de La rosa su Nephelai).

Pirandello: Trovarsi, ed. Mursia. In copertina, Marta Abba

Pirandello: Trovarsi, ed. Mursia. In copertina, Marta Abba

* «Chi ama, chiude gli occhi» è, per esempio, proprio uno dei nodi fondamentali (ribadito dalle numerose occorrenze del sintagma ‘chiudere gli occhi’) che aggruma la situazione umana ed esistenziale della donna e della donna-attrice, e in assoluto dell’Uomo, nel Trovarsi scritto nel luglio-agosto 1932 e rappresentato il successivo 4 novembre. Reperibile su PirandelloWeb qui.

* Forse su questa stessa foto a Soriano – che, nel caso, sarebbe “datata 1910: con alle spalle la mole del Castello Orsini, un gruppo di signori posa davanti all’obiettivo. Pirandello vi appare con la moglie e i figli, accanto al commediografo Pier Maria Rosso di San Secondo e al grecista Ettore Romagnoli” – si veda l’articolo di Matteo Collura Pirandello in fuga dal suo “personaggio”, pubblicato sul Corriere della Sera dell’11 agosto 1997, reperito su web.

* Si legga per esempio la già citata La rosa su Nephelai.

* Per tali considerazioni in particolare non ci si limita a Gioanola, infra citato, p. 261.

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini (1969)* Nell’antichità greca e latina era connesso al processo di identificazione nel lutto, per esempio, che specie le donne (ma non solo) nel compianto funebre si strappassero i capelli, si lacerassero gli abiti e si coprissero il capo di terra e cenere per rendersi simili, identificandosi, ai loro morti.
Tanto che presto, per chi se lo poteva permettere, si ovviò al disagio con la creazione di una figura ‘professionale’, la prefica (il lemma deriva dal latino praefica), che compiva, prezzolata, quegli atti e tramandava le nenie funebri.

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In estrema sintesi

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 261.

“Una ragazza perde il fidanzato in un naufragio e la madre le trova come marito un vedovo che può contare, come becchino, su una paga di cinque lire al giorno: «Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale»”.

Nota bene.

– Le immagini riguardanti la famiglia Pirandello o Marta Abba o chiunque non hanno riferimento diretto col testo. –

et quod sequitur

Maria Amici


Personaggi in cerca d’..udienza

La copertina di "Omaggio a Pirandello", a cura di Leonardo SciasciaUna prima lettura della voce Udienza, da “Alfabeto pirandelliano”, di Leonardo Sciascia.

UDIENZA. – «E’ mia vecchia abitudine dare udienza, ogni domenica mattina, ai personaggi delle mie future novelle… Non so perché, di solito accorre a queste mie udienze la gente più scontenta del mondo… Io ascolto tutti con sopportazione… Sopportazione,

scuola elementare Racalmuto con arredi sciasciani

scuola elementare Racalmuto con arredi sciasciani

buona grazia, sì; ma esser gabbato non mi piace. E voglio penetrare in fondo al loro animo con lunga e sottile indagine».

Così, ripreso poi parzialmente da Sciascia, l’esordio della novella “La tragedia di un personaggio” di Luigi Pirandello, pubblicata dapprima (19 ottobre 1911) sul “Corriere della Sera” quindi (nel 1915) ne “La Trappola”, ed. Treves.

(Il testo della novella e un commento si possono leggere anche su questa pagina dell’interessantissimo PirandelloWeb).

La presentazione dei Sei personaggi in cerca d’autore (Compagnia dei Giovani, 1964-1965)

Sarebbe ideale soffermarsi anche su altri aspetti, evocati – come si presentano essi stessi nella mente sulla scena – dai Sei personaggi in cerca d’Autore (1921-1925) – e sugli altri antecedenti dell’opera, tra cui l’omonimo romanzo appena abbozzato, pervenuto in un “foglietto” databile tra il 1910 e il 1912, e i Colloqui coi personaggi del 1915.

Intanto proseguiamo però nella lettura della ‘voce’ del lessico ricostruito da Sciascia (il corsivo sarà mio):

Udienza è la fase dibattimentale di un processo: l’ascoltare, da parte di un giudice, gli imputati, le parti offese, i testimoni, gli avvocati; e ne risulta poi la sentenza. Ma il chiedere udienza, il chiedere ascolto, è anche istanza di giudizio, a chi sta in alto, sui propri bisogni: per vivere, per sopravvivere. Dall’udienza, dall’ascoltare, dal capire – dal sapere ascoltare, dal saper capire – il sentimento popolare aspetta giustizia o misericordia, giustizia e misericordia insieme.

L'allestimento dei "Sei personaggi in cerca d'autore" di Georges Pitóeff, in scena il 10 aprile 1923 alla Comédie des Champs-Elysées di Parigi: l'arrivo col montacarichi di servizio dei Personaggi, vestiti di nero e avvolti da una luce verdastra

L’allestimento dei “Sei personaggi in cerca d’autore” di Georges Pitóeff, in scena il 10 aprile 1923 alla Comédie des Champs-Elysées di Parigi: l’arrivo col montacarichi di servizio dei Personaggi, vestiti di nero e avvolti da una luce verdastra

Ci sono le udienze dei tribunali e ci sono le udienze della Madonna dell’Udienza, le sentenze giuste dei tribunali e quelle misericordiose della Madonna (particolarmente diffuso in due paesi della provincia di Agrigento, Sambuca e Menfi, il culto della Madonna dell’Udienza: e viene dalla leggenda, dice il Pitrè, «che Maria, ogni anno, dopo la Pasqua, si recava sul Monte Carmelo, ne’ Luoghi Santi per ascoltare i bisogni de’ fedeli»).

Programma teatrale del New Oxford Theatre (Londra) per la rappresentazione dei "Sei personaggi in cerca d'autore", della Compagnia del Teatro d'Arte di Roma, diretta da Luigi Pirandello: 15,16,17 Giugno 1925

Programma teatrale del New Oxford Theatre (Londra) per la rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore”, della Compagnia del Teatro d’Arte di Roma, diretta da Luigi Pirandello: 15,16,17 Giugno 1925

E ci sono le udienze dello scrittore, ogni domenica mattina, «dalle otto alle tredici». Erano, nei paesi, il giorno e le ore delle udienze della cosidetta Conciliazione, in cui il giudice di nomina, non di professione, risolveva le piccole controversie.

Quel giorno e quelle ore Pirandello, forse inavvertitamente balenandogli la parola «conciliazione», e il senso, li adotta per dare udienza ai suoi personaggi: per conciliarli, nell’arte, a se stessi: con giustizia spietata e insieme con grande misericordia.

et quod sequitur
Maria Amici

Pirandello chiamato alla ribalta dopo la rappresentazione di “Sei personaggi in cerca d’autore”, 1925 o 1926 - Foto in pubblico dominio, L.633:1941

1925 o 1926: Pirandello chiamato a ricevere gli applausi del pubblico come autore e regista dopo la rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” da parte della compagnia del Teatro d’Arte, con Lamberto Picasso (il Padre), Marta Abba (la Figliastra) e Gino Cervi (il Figlio): all’Odescalchi di Roma -la prima è il 18 maggio 1925-, oppure al Politeama di Como, dal 30 settembre al 9 ottobre 1925 o dall’11 al 20 maggio 1926 – This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941.
Un sentito ringraziamento a Salvatore Sottile per aver individuato, come me, Marta Abba, e, a differenza di me che non riuscii, Lamberto Picasso.


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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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