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“La rosa”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

La rosa

Novella di Luigi Pirandello pubblicata ne La lettura (rivista mensile del Corriere della Sera) di Novembre 1914, poi in E domani, lunedì, Treves, Milano 1917; quindi confluita in Novelle per un anno, La candelora, edita nel 1928.
In tale redazione è reperibile qui, sul più che meritorio PirandelloWeb

La protagonista, Lucietta, sin dall’esordio della novella si rivela personaggio già variato. In treno – il luogo pirandelliano tipico dei momenti di ‘rivelazione’ e di ‘svolta’ –, si reca alla sua nuova destinazione, in cui è stata assunta quale telegrafista, con i due figli piccoli: è vedova di un uomo che la sposò, giovanissima, suggerisce Nettuno, Anni '30 . Effetto seppia - Diritti appartenenti ai rispettivi proprietaril’Autore, come una «bamboletta»; la morte di quegli, dai contorni ambigui, l’ha costretta a vender casa, e l’‘occhio sociale’, cui non sa sfuggire, a considerare da un lato la vita di prima più agiata di quanto non fosse, e dall’altro la condotta del marito più onesta, la sua morte più lineare se non addirittura eroica, «una vendetta politica».

Nelle pieghe della narrazione, trapela la critica alla disagiata condizione femminile reificata e manipolata per sottintesi interessi sessuali, così come la reazione della donna, che ad un livello morale mediocre e alle convenzioni non sfugge.

Pirandello nel 1932?Sul treno, la donna incontra il segretario comunale dello stesso paese verso cui sta viaggiando, un uomo malinconico, che la colpisce superficialmente per la sua aria e le sue parole da pensatore, da «filosofo»; i suoi «due occhi grandi, intenti e tristi», anzi, senza che lui lo voglia la infastidiscono, come segno dell’estraneità del mondo che le sarebbe sempre rimasto «lontano, lontanissimo e ignoto».

Ugualmente, l’uomo appare remoto, lui e le sue osservazioni vaghe – come una di esse, interessante per i richiami intertestuali pirandelliani che evoca, a specchio come il riflesso del lanternino dello scompartimento che appare, ‘dietro il vetro’, come una luce esterna che segue l’essere umano ed esiste solo con lui e per lui:

«come la fede… [ – quegli nota – ].  Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è più lume».

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

Il sonnacchioso paese è pressoché sconvolto dall’arrivo della nuova telegrafista, sia nella componente maschile, che entra in uno stato di sovraeccitazione che non ha come sfogarsi se non, nel tocco paradossale e corrosivo di Pirandello, con ..pedate a tradimento ai cani randagi, quegli stessi che, nella conversazione in treno, alla vedova avevano significato l’accidia costante del paese; sia in quella femminile, specialmente tra le «brutte donne», improvvisamente, per reazione di gelosia, solidale alle «povere bestie».

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

Significativamente stretta dall’anellino nuziale che non riesce più a levarsi dalla mano cresciuta, l’attraente vedova rinuncerebbe all’invito a una festa da ballo rivoltole dai soliti ‘ronzoni’ così spesso impietosamente ritratti dall’Autore, se inaspettata, in un vaso dentro casa, altrettanto allusivamente non fosse spuntata una «magnifica rosa rossa» a risvegliare vanità, forse sensualità, desiderio di ammirazione, la sua «gioja vestita di nero», la «gioja» dei suoi «vent’anni».

Già durante il viaggio il segretario aveva preannunciato alla signora l’avvenimento:

«fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
– Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
– Ballano i cani? – domandò.
– No: i “civili” di Pèola…»

Appunto tra questi «“civili”», causticamente virgolettati, nell’amaro umorismo pirandelliano «tragici in quel loro furore senile», appena la vedova fa il suo ingresso, di nuovo

«Fu l’ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia».

Velazquez, La Venere allo specchio  . Immagine in  pubblico dominio

Velazquez, La Venere allo specchio . Immagine in pubblico dominio

L’arrivo della donna, della sua femminilità sbocciata come la rosa – non una metafora sconosciuta, per lo studioso di letteratura – e, involontariamente?, offerta, sfrena le invidie cariche di ripicca delle donne e soprattutto il parossismo del desiderio nei maschi eccitati.

Nella sala, si diffonde la «nebbia» vaporante della

«bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti»,

innescata dal richiamo erotico come dall’occasionalità, dall’eccezionalità del ballo: una vertigine che in diverso modo coinvolge anche la vedova.

Come dall’esterno, incarnazione mai vieta del pirandelliano osservatore spersonalizzato, estraneo, forestiero quasi, ancora una volta – ma ‘a specchio’ dacché la notazione era stata della vedova – «da lontano», il segretario comunale, distaccatosi dall’«esilio» che gli avevano imposto la delusione e l’infrangersi dei sogni, la segue con occhi inteneriti, ammirati, accesi da ben altro sentimento che i presenti, e che già l’aveva spinto a timide attenzioni nei giorni passati: «costernato» dall’attrazione che pur sente per quella rosa e ciò che essa in fondo significa nella vedova, in quel che egli reputa il suo coraggioso avventurarsi nella vita, eppure senza sapersi convincere ad avvicinarsi a quella «cara folle fatina vestita di nero», a distoglierla da quell’arena e i suoi fumi di bruta libidine, a proteggerla da quelli e da se stessa.

Non riesce: ma è lei, «con uno scatto da cerbiatta» – di biblica memoria di purezza – ad allontanarsi, nello «sgomento» che le suscita quella «bestiale sovreccitazione» maschile, nel «ribrezzo» e nell’«onta», entrambe, nel loro diverso portato accomunate, spesso parole chiave legate alla sfera della sensualità in Pirandello quando non sorvegliata dalla coscienza e dall’umanità.

Jenny Schulz-Lander

Jenny Schulz-Lander

Particolarmente «ribrezzo» è termine pirandelliano tipico a lessicalizzare la reazione della coscienza pura alla pulsione sessuale non solo non controllata ma di fatto svilita, disumanizzata, fondata su una visione strumentale dell’essere umano che la suscita, occasionale, di scarsa rilevanza e (ma si tratta piuttosto di un segno esteriore) non contestualizzata nell’unione matrimoniale.

E’, questo, uno degli indizi potenti del ‘pudore’, del ‘candore’* di Pirandello, non del suo moralismo – com’è stato spesso frettolosamente liquidato – ma di una concezione della donna e dei rapporti personali particolarmente elevata e vocata alla purezza, alla castità persino nel e dell’atto sessuale.
– Si sa peraltro che si ha difficoltà, e l’hanno anche i critici, a cogliere ciò che non appartiene.

Nell’atto subitaneo della vedova, la rosa, la magia e il mistero, soprattutto la naturalità e l’innocenza dell’attrattiva, le cade dai capelli ed è il sindaco, simbolicamente, a «ghermirla» con la mano animalesca perché la offra e si offra, lei, al suo favorito. La donna si ritrae, non sa come reagire a quel losco tentativo di compromissione.

Antonietta Portulano

Antonietta Portulano

Scorge allora – una scelta ben più rassicurante –, più «lontano», il segretario comunale, del quale non teme il coinvolgimento nella ridda dei desideri: gli altri insorgono per vendetta, con «sospetti maligni», denunciando, ma è un’illazione, l’intenzione riposta di quella scelta, nella donna: e, altrimenti, che comunque essa inveri il desiderio dell’uomo.

Luigi Pirandello.

Il turbamento del segretario, «la crudele sofferenza nei suoi occhi», a sua volta le inoculano il timore e il fastidio che quei sospetti, quella maldicenza gretta, fossero sì fondati, ma non su di lei, bensì nell’animo del timido segretario: che non aveva forse osato, per quella sua disposizione timida e distaccata, lontana, rivelarlesi e irresoluto non riesce adesso a schermirsi né ad opporsi alle insinuazioni, rivendicando la propria estraneità, peraltro non sentita.

Ecco allora che la vedova si rivolge a lui con incredulità e «dispetto», a difendere la propria onorabilità e nondimeno a ridimensionare e inibire, opponendo un veto implicito, i sentimenti e i desideri dell’uomo:

«E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?»

Marta Abba, 1922 - Fondo Vittorio Martinelli Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Marta Abba, 1922 – Fondo Vittorio Martinelli -Archivio della Cineteca di Bologna – foto a qualità impoverita reperita su web

Ugualmente la donna, in definitiva, non sa sfuggire alla propria – già paventata – estraneità a quel mondo che in lei vede solo un corpo da possedere e tale fraintendimento estende decisamente, ciecamente, all’‘altro’, a chiunque; il «dispetto» ribadisce il suo «fastidio» già provato in precedenza per il segretario e per ciò che egli significava del mondo che, per lei, sarebbe stato sempre «indifferente» nei suoi confronti, o di lei avrebbe approfittato, ‘burlandosene’.

Entrambi condizionati dalla pressione inesorabile, e tràdita da secoli dalla Grecia omerica, di una tale ‘società di vergogna’, sintagma di doddsiana memoria*,

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

come lei ma con un più profondo senso di consapevolezza, anche l’uomo si trova intrappolato nella maschera impostagli successivamente da essa, dalla donna amata e dalla volontà di costei d’essere tutelata.

Pur di preservare, ancora, non solo l’onorabilità ma l’innocenza e la purezza della donna e dell’amore stesso, per fissare per sempre quell’amore nel «cerchio magico»* che lo sottragga allo svilirsi sulle bocche altrui e specialmente alla deperibilità e al decadimento della tensione spirituale e della dirittura morale, il segretario si rende conto che, così come lei imponeva, anche quel momento vertiginoso e critico della scelta

«esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durata per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa».

Così, nell’atto di restituirle la rosa perché la butti via, da allora e per il futuro il segretario rinuncia alla vita, alla reciprocità dell’amore, e in fondo a sottrarsi alla sua dimensione di «lontano».

Luigi Pirandello L’amore, peraltro, per come Pirandello pare intenderlo, è sentimento così assoluto, eterno ed elevato e imprendibile, e in definitiva ‘altro’, da rivelarsi fragilissimo se trasferito sul piano del contingente e del temporale: se il vagheggiamento si traduce in relazione effettiva, l’amore, che non sopporta la materialità ma neanche la realizzazione, ne è vulnerato spesso irreparabilmente, fino a svanire: così la scelta possibile, l’unica, è la rinuncia, restare «lontano».

«La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.

– Ecco, sì… grazie… – disse [il segretario]; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre».

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L’esito cinematografico*

Olimpia Barroero, 1919 - Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Olimpia Barroero, 1919 – Archivio della Cineteca di Bologna, immagine impoverita reperita su web

Nel 1921 da La rosa sarà tratto, a cura di Stefano Landi (nome d’arte di Stefano Pirandello figlio), un film, per la regia di Arnaldo Frateili:

Lo scrittore Bruno Barilli - immagine in pubblico dominio, legge 633.1941-128.2004

Lo scrittore Bruno Barilli – immagine in pubblico dominio

nel cast tra vari D’Amico figurano gli attori Lamberto Picasso e Olimpia Barroero e, oggi diremmo quale special guest, lo scrittore Bruno Barilli.

Nello stesso anno, ancora da novelle di Pirandello, sarà tratto il soggetto di Ma non è una cosa seria di Augusto Camerini (adattamento e cura di Camerini e Frateili) e Il viaggio di Gennaro Righelli.

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

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 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

* ‘Pudore’ e ‘candore’ sono espressioni tematiche rispettivamente di

La copertina de "L'uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino", di Luigi Filippo D'Amico

La copertina de “L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino”, di Luigi Filippo D’Amico

Luigi Filippo D’Amico ne L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino, Palermo : Sellerio, 2007; e

Massimo Bontempelli nell’orazione funebre Pirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia d’Italia il 17 gennaio 1937, poi in Id., Introduzioni e discorsi, Milano : Bompiani, 1964.

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Si tenga tuttavia presente che la definizione dell’autore de La vita intensa e Nostra Dea risente della sua impostazione teorica dell’approccio con la realtà tipica del suo ‘realismo magico’; con tutto ciò la lettura di Bontempelli ha punti interessanti, sia sul piano personale sia perché nella definizione della sincerità nell’anima candida nel suo istinto delle cose, nell’approccio dell’artista con il reale, con l’ingenuità del «bambino che è pirandello non parlo di me copertina feltrinellistato», riprende molto da vicino un articolo di Pirandello, Non parlo di me, pubblicato sulla rivista “Occidente” nel 1933 e altri, citati in Simona Micali, Pirandello e il mito come archetipo, reperibile su PirandelloWeb.

*Per la distinzione tra società-civiltà-cultura “della colpa” e “della vergogna”, si legga E. R. Dodds, The Greeks and the irrational, University of California, Berkeley & Los Angeles 1951: trad. it.:  I greci e l’irrazionale (con presentazione di Arnaldo Momigliano), Firenze : Sansoni, 2003.

* Sul «cerchio magico» ci si sofferma su Nephelai anche nella lettura della novella Prima notte.

* Un elenco su web di film tratti da opere di Pirandello si trova anche alla voce Pirandello, Luigi, nell’Enciclopedia del cinema Treccani e altrove.

* Sul film La rosa di Frateili – e anche sull’abitudine al coinvolgimento reciproco (esclusivo?) dei membri del ‘clan’ D’Amico-Frateili-(Cecchi) -, La forma del fuoco e la memoria del vento: Gabriele Baldini saggista e narratore, a cura di Viola Papetti, Roma : Edizioni di storia e letteratura, 2005.

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In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 200.

“una bella vedova, giovanissima, […] si trova sbalestrata in un paese del sud a fare la telefonista. Qui è fatta oggetto della tenera ammirazione del segretario comunale e delle mire oscene dei notabili del luogo. Partecipa a un ballo con una rosa tra i capelli, «intatta e pura» nella sua gioia in mezzo alla «bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata» dei ballerini, mentre il segretario la segue con lo sguardo estasiato.
«Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei». Il giovane è uno di quelli che guardano «come da lontano ogni cosa, perduto in un esilio angoscioso». Lei, accortasi a un tratto della «bestiale sovreccitazione» di quegli uomini, prova «ribrezzo e onta». La rosa le cade dai capelli, il sindaco la raccoglie e le propone di darla ad uno dei presenti in segno d’amore. La donna scarta tutti i ballerini e cerca il segretario, che impallidisce mortalmente, turbatissimo per la possibilità che gli si presenta. Tutti gridano che è una dichiarazione e lei gli chiede se davvero creda che lo sia. Lui, per salvaguardare l’innocente purezza della vedova, è costretto a dire di no e le restituisce la rosa.

Così rinuncia a realizzare l’amore, ma nello stesso tempo lo salvaguarda dal suo possibile degrado. Le rose si vagheggiano, non si colgono”.

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Nota bene

Le immagini di Jenny Schulz-Lander, Antonietta Portulano, Marta Abba non sono utilizzate in quanto allusive alla tematica della novella.

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et quod sequitur

Maria Amici


“La signorina”, novella di Luigi Pirandello…

– Novelle per un anno –

La signorina

Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel 1894 in Amori senza amore, Roma, stabilimento E. Bontempelli editore; poi confluita nell’Appendice a Novelle per un anno apparsa postuma nel 1938.

In tale edizione, la novella è disponibile su questa pagina dell’insostituibile PirandelloWeb.

L’esordio della novella, in medias res, cattura l’attenzione del lettore, che si trova subito inviluppato in un intrico di considerazioni sovrapposte e contrapposte -nel tribunale della coscienza-, riguardanti atti non compiuti e tuttavia sin dalle intenzioni percepiti già di per sé sleali, o lasciati a mezzo, all’avvertimento e al potenziale fraintendimento altrui o a volte dall’altro colti incidentalmente o senza profondità di desiderio;  un nodo di tradimenti, in una, non inusuale in Pirandello, sospensione della volontà in un limbo in cui essa galleggia impartecipe («senza quasi volerlo»);  un groviglio di intenzioni e atti definiti non si sa bene se solo nel pensiero o oltre, per via di allusioni e ‘trappole’ della conversazione galante; di decisioni proposte e di obiezioni, entrambe opposte del soggetto a se stesso;  un vortice di antipatie e di scelte per ripicca o per ripiego; di costruzioni e immaginazioni proprie promosse nel pensiero al rango di altrui intenzioni, modi e atti;  e a specchio un labirinto, sul piano narrativo, di prospettive e focalizzazioni sul personaggio continuamente oscillanti, di psicologie dissimili e contrastate, delineate con introspezione spietata e un sapiente gioco già drammaturgico in cui anche lo stesso personaggio, sia sulla linea dell’azione sia sdoppiandosi nelle proteste continue di coscienza ed onestà, sostiene più ruoli.

Luigi Pirandello (il secondo da sinistra) sulla terrazza della casa dello zio Rocco con due amici e il fratello Enzo, 1888

Di due amici, uno, l’avvocato Marzani, è incerto se chiedere o no in moglie una «signorina» senza dote; l’altro, Mabelli, ha fatto timide e combattute -ma non frenate- avance, ben accolte, alla stessa, per quanto, non essendo abbastanza danaroso, non possa sposarla.

Lo aveva fatto comunque, tuttavia, in un momento

«in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità»

e poi non aveva più saputo con sincerità e decisione né chiarirsi né impedire che le «supposizioni» di lei, cui quelle avance avevano dato adito, divenissero per lei «certezza, a cagione del suo silenzio» ed ella continuasse ad avvolgerlo, anzi «aggirarlo tra le spire della sua arguta malizia», né impedirsi di tradire, di fatto, l’amico «così, senza quasi volerlo» (“non si sa come”?), e parimenti il padre della donna, che confida in lui.

Sempre esitante, Marzani non gliene chiede subito conto, accenna solo a un proprio «sospetto», ma Mabelli lo depista, peraltro violando una confidenza della giovane, se non peggio: è un «equivoco», non lui fa la corte alla signorina, ella invece ha avuto un amore da ragazzina con un terzo, che i due amici considerano «un po’ traviato», l’Arnoldi, da poco tornato in città.

Giulia, la «signorina», «stizzita» dall’irresolutezza del Mabelli, decisa «più per puntiglio di vincere che per amore», tenta di comprometterlo con qualche atto «non del tutto inappuntabile», ma egli si ritrae, malgrado ella infine lo accusi di averla ingannata.

Mabelli non sa fare altro a questo punto che prospettarle una serie di vuote, frustrate, inibitorie proiezioni:

Pirandello nel 1892

«E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!»

In Mabelli, quindi, d’un tratto balugina – meno attenuando la mediocrità del personaggio di quanto non presenti lo svilimento di una figura che si vorrebbe meno indegna – l’ipotiposi dell’Artista, perduto in una rete di sogni velleitari che gli negano la vita: e peraltro la vita di Pirandello a questa impasse fu consona. Analogamente, infatti, nel Discorso al Convegno «Volta» sul teatro drammatico, a Roma, l’8 ottobre 1934, quasi quarant’anni dopo, lo scrittore avrebbe precisato e ammonito:

Pirandello a Villa Farnesina per il IV convegno Volta sul teatro drammatico, 1934.

«è vero che la vita o si vive o si scrive e che, quando la si vive, difficilmente nello stesso tempo, cioè in mezzo all’azione e alla passione, ci si può mettere in quelle condizioni che sono proprie dell’arte».

Una poetica dell’esclusione, quindi: che Pirandello visse, ma tragicamente e con dignità, con estrema, disillusa coerenza.

D’altronde anche quell’amore, e Mabelli lo rileva in un guizzo metanarrativo, non era nato che in un atto in germe ‘artistico’, quale la catoptria nella narrazione di un sentimento -peraltro labile- e la proiezione nel sentimento di quella narrazione, durante il racconto, da parte di un altro (la «signorina»), del ricordo dell’amore giovanile di lei.

 Forse Mabelli coglie anche confusamente, ma più con un’intuizione cattiva e autoassolutoria, il «puntiglio» di lei di sposarsi.

Allora perché non con l’Arnoldi, che si è ripresentato al padre di lei, e questi proprio a Mabelli ha chiesto consiglio? Ma meglio Marzani!, si dice l’“artista” manipolatore: e a quegli si volge a proporgli di interporsi nel matrimonio, non peritandosi di ‘limare’ le proprie non del tutto innocenti responsabilità, ma al contempo sentendosi «trattenuto», come «internamente» da «qualcuno», un “altro” se stesso appena percepito.

Pirandello con Antonietta (la prima da sinistra) e parenti, nel 1894

Similmente, in un vertiginoso e inquietante effetto di straniamento, un “altro”, il Mabelli, «parla per bocca» di una Giulia plagiata e consapevole insieme, motivando il suo rifiuto a sposare chiunque. Inquietante, perché effetto non voluto da lui, che ai genitori della donna propone allora Arnoldi: e a lei, con una «freddezza un po’ ironica», nell’alternarsi dei suoi atteggiamenti, peraltro ambigui – e penosi, con quella sfumatura di coscienza tuttavia obliterata.

La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo proposto, senza amore, per ripicca: per quel «puntiglio» che così spesso l’aveva connotata.

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L’esito drammaturgico

Al termine della sintesi infra ripresa,  Gioanola in Pirandello’s story, cit.,  pag. 265), nota:

 “Dal […] racconto, diventato famoso nell’adattamento teatrale, L’amica delle mogli, abbiamo già ricavato qualche osservazione: la protagonista rappresenta una specie di perfetta incarnazione dell’amore assoluto, che per restare tale deve rinunciare a darsi qualche chance di realizzazione: «Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire. E lei si vendica, facendoci innamorare invano»”.

“L’amica delle mogli”: una scena con Marta Abba e Lamberto Picasso

 Tuttavia L’amica delle mogli, commedia composta nella seconda metà del 1926 e rappresentata dal 28 aprile 1927, più direttamente deriva dall’omonima novella, pubblicata anch’essa in “Amori senza amore” (Roma : stabilimento E. Bontempelli), nel 1894.

La signorina può essere richiamata, come fa Gioanola, quale antecedente del dramma suddetto magari per qualche analogia formale, superficialmente nella situazione per cui attorno ad un’unica donna s’aggirano più pretendenti, tra loro in rapporti d’amicizia sottilmente suscettibile d’esser tradita.

Ben diverso invece L’amica delle mogli, sia per gli esiti della situazione, sia soprattutto per l’intensità drammatica e nella costruzione del personaggio della protagonista, che non solo da sé ‘motiva’ l’opera e ne sposta la focalizzazione tematica, ma risulta di ben altra levatura e spessore, non meno per la stratificazione dei moventi che per la complessità della psicologia.

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 Un consiglio per la bibliografia

  Elio Gioanola in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive (Milano : Jaca Book, 2007, pag. 264),
assume la novella – una delle quali, La ricca, del 1892, e altre di Amore senza amori – ad esemplificazione di una situazione limite la cui percezione è viva in Pirandello da ben prima delle note traversie personali:

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma - immagine in pubblico dominio in Italia

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma

“della donna non si può fare a meno, ma convivere con lei non è possibile”; tuttavia (per la profonda moralità da cui egli è animato), il matrimonio è l’“unica via di rapporto amoroso socialmente riconosciuto e moralmente accettato”: e l’una e l’altro necessari.

“Così il matrimonio diventa un’impossibile possibilità, in uno scontro di assoluti che esclude ogni possibile mediazione dialettica. Così non soltanto il matrimonio realizzato è causa di infelicità, ma [lo è] anche quello impossibile a realizzarsi tra chi veramente si ama”.

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In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 265.

La novella “sviluppa un nodo ancora più intricato di reciproci veti, con al centro una ragazza ambita da un avvocato, mentre lei è del tutto indifferente perché innamorata del miglior amico del suo spasimante. Costui, a sua volta, non può sposarla per non tradire i suoi alti e vani ideali: «E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!». Si fa avanti un terzo uomo – amoretto studentesco della «signorina» – e chiede la sua mano. L’aspirante artista consiglia l’amico avvocato a fare lui la richiesta, ma la donna rifiuta e, per sfuggire all’impasse in cui si trova, decide di sposare l’ultimo arrivato, che non ama affatto.

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