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Del candore…

  Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_3Felice di aver potuto essere utile, con semplicità, ad una giovane studiosa di Pirandello, Pina Spampanato, autrice di un contributo recentemente presentato a Praga, in corso di stampa (e dal titolo assai accattivante: “Risate pirandelliane come meccanismo di disvelamento”).

pirandelloPina ha chiesto al gruppo PirandelloWeb (afferente al qui più volte citato sito padre) di procurarle il raro testo della commemorazione funebre tenuta da Massimo BontempelliPirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia d’Italia in Roma il 17 gennaio 1937. Grazie ad una fortunata consultazione di qualche anno fa – e al mio famigerato archivio, ricco unicamente per motivi di studio – ho potuto far opera di servizio culturale: e io ci credo veramente.Nuova Antologia 1937.1feb.1557 Bontempelli Massimo Pirandello o del candore Prima pagina

Che cosa vi aspettate da me?… Penso che qui siamo già in troppi

Così esordiva l’amico Bontempelli – amico che non sempre Pirandello poté forse considerare tale, ma che aveva colto uno dei tratti fondamentali del Maestro, dell’Uomo oltre che nell’Autore: il candore, la purezza, il pudore.


 La conferenza fu pubblicata sulla Nuova Antologia dell’1 febbraio 1937, n.1557, quindi in Massimo Bontempelli, Introduzioni e discorsi, Milano : Bompiani, 1964. Qui ne ho accennato commentando “La rosa“, una delle Novelle per un anno.

   Il sommario e la prima pagina della commemorazione sulla Nuova Antologia (tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari)

..et quod sequitur
Maria Amici

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2013 in review

Il 2013 di Nephelai secondo WordPress …

Grazie d’avermi seguito e… auguri d’un 2014 sereno, ricco di interessi e Conoscenza!

… et quod sequitur..

Maria Amici

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vinta la realtà con la surrealtà…

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«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è.
Non lo sapremo mai»

copertina Almanacco Bompiani 16:1938-Lessi questa frase di Luigi Pirandello, a mia volta, tra i Foglietti sparsi pubblicati nell’Almanacco letterario Bompiani del 1938, in edizione originale, rocambolescamente salvato dall’oblio e dai rifiuti nella biblioteca in cui lavoravo. Avevano peraltro già trovato edizione nella «Nuova Antologia» quattro anni prima, nel numero del 1° gennaio 1934 (in Nascita di personaggi): anch’esso ebbi la ventura di estrarlo da ammassi polverosi alcuni mesi dopo, curando che non mi si sfilacciasse tra le mani…

Pulvis es, peraltro, et in pulverem reverteris; in polvere sfumeremo nell’indifferenza, talvolta vendicativa o astiosa o semplicemente bruta prevaricatrice sul debole, di gente futile.

Genii, e non.

Pirandello le Mani«Vinta la realtà con la surrealtà», settantasette anni  or sono «un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio», abbandonando il vuoto beante e roboante che lo aveva tradito e recluso -e occasionalmente però blandito di «pagliacciate»-, finalmente nella conquistata e ribadita indifferenza di una conclusa giornata

(«La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…», commentò un giornalista francese che assistette – ma, come nessuno fece, non partecipò –  al suo funerale, Henri Mercadier),

innominato e oscuro Pirandello si confuse con la nebbia nella penombra di una raggelata mattina invernale romana. Neppure consapevole, essa, della mutilazione subìta:

come il 10 dicembre 1936, ricevendo la notizia, si sarebbe scritta Paola Masino, compagna di Massimo Bontempelli e lei pure amica personale dello scrittore.

«Il dolore che paralizza materialmente. Scrivo, e con il cervello so benissimo quanto dico e faccio, ma la mano prova la stessa difficoltà di quando avevo sei anni.

Pirandello con Marta Abba (venuta a salutarlo) e Paola Masino a Genova all'imbarco per Buenos Aires sulla Duilio: 17 Agosto 1933

Con Paola Masino e Marta Abba a Genova, 1933

Amavo Pirandello non come un uomo o come un parente o un amico, ma come un elemento del mondo che a me è palese. Quando mi hanno detto che è morto è stato come se all’improvviso mi avessero annunciato che l’erba o le nubi o le greggi sono scomparse da questo pianeta. Sapere che non vedrò più un prato mi darebbe lo stesso stupefatto stordimento. […]

Ripenso al mondo di un’ora fa, quando lui era ancora vivo, e mi pare un mondo completo, non zoppo come questo, non con questo buco vuoto nel fianco; e tuttavia so che camminando fino alla mia morte in questo nuovo mondo mutilato, niente potrà non farmelo ancora apparire completo d’erba e di greggi e tempeste, tanto quelle immagini sono abbeverate della mia sostanza.

E così è di Pirandello.

Scrivo queste cose qualunque per rispetto di lui che amava tutti gli sforzi contro la nostra pochezza. Il sonno. Tanto scoramento mi dà questa morte che vivo da qualche giorno sempre in una gran voglia di sonno. Dormire per non ascoltare il rumore di una vita che mi sembra ormai senza speranza stracciata.

Scrivere è un inutile tentativo di rammendo»

(Qui il testo)

Inane la scrittura quale impossibile rammendo. Una rapsodia anomala, invece, quella che oggi propongo su Nephelai, impedita non meno da difficoltà aborrite e tanto più incoerenti quanto incommisurate per accanimento (e gravità di conseguenze –fisiche e professionali–) alla debolezza dei disabili contro cui si abbattono, ridotti al silenzio – e nel silenzio anch’io sfumo, in attesa di vincere la surrealtà.

Ma la memoria non si spegne, malgrado la mutilazione. Così, pur in un balbettio, mi è un’istanza naturale proporre un minimo tributo di lettura a Luigi Pirandello: oggi, peraltro, che è sì un anniversario, tuttavia in nulla diverso dagli altri giorni, non avendo bisogno della ricorrenza –e più onorando quell’uomo schivo– per soffermarmi sui suoi scritti più che sulla sua scrittura, per ripercorrere –appunto, in phoitesis, io ichneuta vana– il suo magistero esistenziale.

getsemaniAlle annotazioni di Masino, affianco uno stralcio, estratto anch’esso da «Nuova Antologia», di un contributo pubblicato poco meno di trent’anni fa, a firma dell’allora particolarmente seguìto Giorgio Saviane –di cui adolescente lessi Getsemani grazie a una madre non miope–: Presurrealismo in Pirandello, che mi è parso particolarmente significativo oggi

“..nello sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà”.

– l’articolo per intero è reperibile in «Nuova Antologia», a. 118, fasc. 2145, Gennaio-Marzo 1983, Firenze, Le Monnier, pp. 304-310 (qui passim da pp. 305-308).

“… in Pirandello la storia del surrealismo si capovolge, nasce già simbolico senza termini che lo definiscono per contribuire inconsapevolmente alla “scoperta” della parola. Che subito acquista la sua funzione di costituire un elemento di informazione maggiore anche con riferimenti a prima della comparsa della parola. Se infatti il surrealismo in Pirandello possiamo definirlo ora, prima come potevamo accreditare certi accostamenti dal punto di vista linguistico?

al Caos

al Caos

Ad esempio: «una notte di giugno io caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde. Qualcuna ogni tanto cade e si vede allora sì e no quel suo verde sospiro di luce in terra che pare perdutamente lontano. Così io vi caddi quella notte di giugno, che tant’altre lucciole gialle baluginavano su un colle dov’era una città la quale in quell’anno pativa una grande morìa. Per uno spavento che s’era preso a causa di questa grande moria, mia madre mi metteva al mondo prima del tempo previsto, in quella solitaria campagna lontana dove s’era rifugiata. Un mio zio andava con un lanternino in mano per quella campagna in cerca d’una contadina che aiutasse mia madre a mettermi al mondo. Ma già mia madre s’era aiutata da sé ed io ero nato prima che quel mio zio ritornasse con la contadina. Raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle… Io penso che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima».

Il brano che ho letto per la prima volta nel libro di Enzo Lauretta, Luigi Pirandello storia di un personaggio ‘fuori chiave’ (Mursia, Milano 1980), si può bellamente definire surreale seppure sia stato scritto prima della data di nascita del surrealismo.

Sarà surreale in Pirandello quel suo insistere sul dialogo con i propri personaggi fino a dichiarare che se non li accontenta gli scappano di mano. Bastano questi esempi per rendersi conto come il surrealismo prima di definirsi in una corrente letteraria e pittorica, era un atteggiamento interno, avvalorando la tesi fondamentale del surrealismo che mira a trascendere il reale per il magico, il sublime, l’eterno. E non vi è dubbio che la lucciola che cade

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

«in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare» è una comparazione iperreale che subito si fa surreale «raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle. Io penso […] che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima» con un ampio disporre del reale a significare il sospetto di una realtà tutta diversa, una realtà nient’affatto precostituita, una realtà che si arrampica verso l’inconoscibile con dati tuttavia realisticissimi: il registro dell’anagrafe di Girgenti, la campagna, la lucciola, il mare. Vi è cioè un salire alla maniera brunelleschiana con i mattoni reali verso una novità altrettanto reale che è la cupola del Duomo di Firenze che ha agganciato una regola di statica come un invisibile appoggio nel cielo. E mi sono soffermato su questo brano di Pirandello, modesto in fondo a paragone di altre sue cose, proprio per sottolineare che già l’idea è vocabolo, o comunque “spinta” al vocabolo.

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d'Autore, messinscena del Teatro d'Arte diretto da L.Pirandello, 1925

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d’Autore, messinscena del Teatro d’Arte diretto da L.Pirandello, 1925 – da web

Quel formarsi interiore della parola di cui si diceva prima può avere un risultato immediato (o apparentemente immediato) e uno invece differito nel tempo, più realistico, storicistico addirittura: seppur col destino di voler essere parola, il surrealismo già esisteva nella piccola realtà della lucciola di un brano di prosa.

La forza esplicita del surreale (e non importa, ripeto, se Pirandello conoscesse allora tale parola) è nei Sei personaggi in cerca d’autore che sono la personificazione magica di quel qualcosa che bussa ai cassetti del computer uomo per esservi incluso e aggiungere probabilità alla conquista dell’infinito.

Il funerale del commediografo descritto dal giornalista francese Henri Mercadier ci aiuta a decifrare l’immaginazione surreale che aveva spinto Pirandello (morto all’apice della sua grandezza due anni dopo aver ottenuto il Nobel) a disporre nel suo testamento quella cerimonia funebre raccapricciante e solitaria, densa di significanti magico-umanistici.

Pirandello Mie ultime volontà da rispettare, autografo«… il lugubre carro, solo tutto solo – scriverà Mercadier – discende per via Torlonia al piccolo trotto incosciente del cavallo nero. E’ grottesco, commovente, equivoco e segreto. Se ne va, anonimo e banale, sulla strada larga e calma: i rari passanti che lo incontrano salutano senza guardare. E’ un povero che passa. Il più povero dei poveri. Un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio. La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…»

pirandelloscuroMille surrealità danzano su questa scena descritta da Mercadier nella sua realtà di cronaca e tuttavia già inventata da Pirandello nel suo testamento. Il drammaturgo si sente piccolo di fronte all’inconoscibile che è la morte e vuole manifestarlo. Sceneggia così la sua uscita dalla vita, la pazienza di morire prima della morte, l’accettazione della morte, dato esplicitamente freudiano e perciò stesso più strettamente surreale. E vuole essere solo, forse a trarsi da una realtà ipocrita che costringe le facce alla esteriorità cruciata anziché alla meditazione e al dolore; forse nel gesto orgoglioso del grande che vuole distanziarsi nell’atto di morire dai tanti che l’hanno misconosciuto, o da tutti per quel soliloquio di grandezza ancora maggiore: non dichiarata però, rappresentata ambiguamente fino a significare anche il suo opposto. Dicevamo all’inizio che la parola quando si fa simbolo ha un significato immediato e molti mediati fino al suo opposto. Nella rappresentazione del funerale di Pirandello ne troviamo un esempio tangibile: il reale (lo scrivere il testamento) diventa iperreale (nel giocare d’anticipo la parte della sua morte); surreale (nei significati di quella rappresentazione).

Il termine surrealismo ha ormai solo in parte il significato letterario e storico che aveva al delinearsi del surrealismo: ha cioè acquistato il “potere” di definire uno status non creato dall’uomo ma scoperto dall’uomo come sono i colori della luce scomposti dal prisma che tuttavia non tinge il bianco che lo attraversa ma ne dichiara soltanto il mistero.

Marta Abba e l'urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Marta Abba e l’urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Mistero e surrealtà potrebbero essere sinonimi se non fosse che l’una tende sempre più a chiarire l’altro, attraverso una trascendenza pragmatica che è arte. Surrealismo potrebbe essere sinonimo di arte se no fosse che l’arte surrealista rivendica una sua indipendenza quasi fosse più arte, quasi fosse possibile l’esistenza di un più in arte: è invece il richiamo a non ripetere il naturalismo come perpetua pretesa dell’arte: arte è il raggiungere la ricchezza dell’informazione nell’impatto col segno è il culmine dell’informazione nella sua ricchezza ambigua.  Surrealtà quindi è arte quando non discorre del suo segno ma è segno. Che trascende la realtà per conquistare realtà, per accrescere la realtà.

«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è. Non lo sapremo mai». (Pirandello, Saggi. Foglietti, p. 1231).

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI - via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI – via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Quel «da poterlo dire agli altri com’è» può sembrare superfluo, ed è invece il dato surreale, esplicito: una cosa possibile che non esiste e che il poeta inventa e insieme disattende. E’ lo sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà

..et quod sequitur
Maria Amici


Grazie…

disegno del piccolo Enzo Frateili ritraente Pirandello e se stesso - Reperito sul web

disegno del piccolo Enzo Frateili ritraente Pirandello e se stesso – Reperito su web

…Ringrazio tutti coloro che hanno voluto seguire questo esperimento e questo nuvoloso phrontisterion

e coloro che vi si sono imbattuti per caso,

coloro che hanno voluto con me condividere alcune passioni e alcuni studii, stimolandomi e credendo in me e suggerendomi progetti,

Le immagini appartengono ai rispettivi proprietari. Il fotomontaggio è curato da me.

Le immagini appartengono ai rispettivi proprietari. Il fotomontaggio è curato da me.

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e chi è con la sua scrittura vivo nella mia mente, nei miei interessi, nella ricerca, accompagnandomi nel cammino,Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_2

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chi ha ritenuto che alcune mie analisi fossero di interesse comune e mi ha onorato di condividere i miei scritti su un portale, quale il prezioso PirandelloWeb, di

mia elaborazione di una schermata della home page di PirandelloWeb

mia elaborazione di una schermata della home page di PirandelloWeb

grandi spessore e diffusione;

i pochi che posso dire miei amici,
i tanti che conosco
e chi non conosco ma potrei,

chi pensa, con ragione, che stia scivolando nella retorica e chi sa cogliere l’autenticità,

coloro che restano e coloro che vanno.

Luigi Pirandello - disegno di De Chirico - Immagine reperita sul web

Luigi Pirandello – disegno di De Chirico – Immagine reperita su web

A tutti auguro un sereno e culturalmente proficuo 2013!

Maria Amici

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini (1969) - Immagine reperita su web

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini (1969) – Immagine reperita su web


L’amor sospeso, di Graziano Versace – invito

Graziano VersaceDa qualche tempo seguo con estremo interesse l’attività letteraria di Graziano Versace, che mi onora del dono della sua amicizia ma in cui soprattutto ho ritrovato, dopo anni, non solo la stessa naturale comunione di un tempo ma che l’amore per la lettura s’era fuso col δαίμων (dàimon) della scrittura.

La mia copia de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

La mia copia de L’angelo spezzato, di Graziano Versace

Nel mese scorso ho salutato l’imminente uscita in libreria del suo “I dodici punti”, edito da Leucotea; quasi in  contemporanea, ho avuto il piacere di dedicare forse la ..prima ‘recensione’ su web al suo “L’angelo spezzato”, che ha seguito ancora in novembre “Ladri di locandine” nei tipi delle Edizioni San Paolo, riscuotendo già vivo interesse.

Leopardi ritratto da Morelli - ritenuta l'immagine più fedele del poeta

All’inizio di dicembre,  sul noto  Samgha. I suicidati della società letteraria, viene pubblicato e reso interamente disponibile al pubblico un attesissimo racconto inedito, il vibrante e vertiginoso L’amor sospeso, che ad insolito protagonista assume Giacomo Leopardi: affascinante non meno che scabro e sgradevole.

Samgha si propone quale comunità di lettori che diviene circuito di scrittura e lettura, di “lettori che raccontano i loro incontri con i libri” al di là degli stereotipi, delle tendenze, delle logiche di mercato.

E il racconto inedito di Graziano Versace che ospita, insieme con una breve intervista all’Autore (“uno scrittore fuori dal giro”), in effetti si distacca dagli schemi, per profondità, sensibilità artistica, sapiente attenzione alla competenza storica e letteraria – peraltro Versace è da anni docente di Materie letterarie e latino – e uno stile avvolgente, denso e lieve al tempo stesso.

Un’esperienza in bilico sulla linea indefinita tra proiezione onirica, storia della letteratura, scintilla dell’Arte e dell’Uomo ed empatia, quella de L’amor sospeso, a ricercare le scaturigini della Poesia tra emarginazione e comunione umana, tra lacerazione e mìasma –e nella deturpazione eccezionalità nella vocazione artistica-, tra sofferenza e desiderio, non meno che nel Mistero insondabile che procrastina non solo i tempi ma i termini stessi della risposta, suscitando – ma quali valori – dubbio, domanda, ricerca..

E l’inesausta nostalgia d’Amore..

et quod sequitur
Maria Amici


“La signorina”, novella di Luigi Pirandello…

– Novelle per un anno –

La signorina

Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel 1894 in Amori senza amore, Roma, stabilimento E. Bontempelli editore; poi confluita nell’Appendice a Novelle per un anno apparsa postuma nel 1938.

In tale edizione, la novella è disponibile su questa pagina dell’insostituibile PirandelloWeb.

L’esordio della novella, in medias res, cattura l’attenzione del lettore, che si trova subito inviluppato in un intrico di considerazioni sovrapposte e contrapposte -nel tribunale della coscienza-, riguardanti atti non compiuti e tuttavia sin dalle intenzioni percepiti già di per sé sleali, o lasciati a mezzo, all’avvertimento e al potenziale fraintendimento altrui o a volte dall’altro colti incidentalmente o senza profondità di desiderio;  un nodo di tradimenti, in una, non inusuale in Pirandello, sospensione della volontà in un limbo in cui essa galleggia impartecipe («senza quasi volerlo»);  un groviglio di intenzioni e atti definiti non si sa bene se solo nel pensiero o oltre, per via di allusioni e ‘trappole’ della conversazione galante; di decisioni proposte e di obiezioni, entrambe opposte del soggetto a se stesso;  un vortice di antipatie e di scelte per ripicca o per ripiego; di costruzioni e immaginazioni proprie promosse nel pensiero al rango di altrui intenzioni, modi e atti;  e a specchio un labirinto, sul piano narrativo, di prospettive e focalizzazioni sul personaggio continuamente oscillanti, di psicologie dissimili e contrastate, delineate con introspezione spietata e un sapiente gioco già drammaturgico in cui anche lo stesso personaggio, sia sulla linea dell’azione sia sdoppiandosi nelle proteste continue di coscienza ed onestà, sostiene più ruoli.

Luigi Pirandello (il secondo da sinistra) sulla terrazza della casa dello zio Rocco con due amici e il fratello Enzo, 1888

Di due amici, uno, l’avvocato Marzani, è incerto se chiedere o no in moglie una «signorina» senza dote; l’altro, Mabelli, ha fatto timide e combattute -ma non frenate- avance, ben accolte, alla stessa, per quanto, non essendo abbastanza danaroso, non possa sposarla.

Lo aveva fatto comunque, tuttavia, in un momento

«in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità»

e poi non aveva più saputo con sincerità e decisione né chiarirsi né impedire che le «supposizioni» di lei, cui quelle avance avevano dato adito, divenissero per lei «certezza, a cagione del suo silenzio» ed ella continuasse ad avvolgerlo, anzi «aggirarlo tra le spire della sua arguta malizia», né impedirsi di tradire, di fatto, l’amico «così, senza quasi volerlo» (“non si sa come”?), e parimenti il padre della donna, che confida in lui.

Sempre esitante, Marzani non gliene chiede subito conto, accenna solo a un proprio «sospetto», ma Mabelli lo depista, peraltro violando una confidenza della giovane, se non peggio: è un «equivoco», non lui fa la corte alla signorina, ella invece ha avuto un amore da ragazzina con un terzo, che i due amici considerano «un po’ traviato», l’Arnoldi, da poco tornato in città.

Giulia, la «signorina», «stizzita» dall’irresolutezza del Mabelli, decisa «più per puntiglio di vincere che per amore», tenta di comprometterlo con qualche atto «non del tutto inappuntabile», ma egli si ritrae, malgrado ella infine lo accusi di averla ingannata.

Mabelli non sa fare altro a questo punto che prospettarle una serie di vuote, frustrate, inibitorie proiezioni:

Pirandello nel 1892

«E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!»

In Mabelli, quindi, d’un tratto balugina – meno attenuando la mediocrità del personaggio di quanto non presenti lo svilimento di una figura che si vorrebbe meno indegna – l’ipotiposi dell’Artista, perduto in una rete di sogni velleitari che gli negano la vita: e peraltro la vita di Pirandello a questa impasse fu consona. Analogamente, infatti, nel Discorso al Convegno «Volta» sul teatro drammatico, a Roma, l’8 ottobre 1934, quasi quarant’anni dopo, lo scrittore avrebbe precisato e ammonito:

Pirandello a Villa Farnesina per il IV convegno Volta sul teatro drammatico, 1934.

«è vero che la vita o si vive o si scrive e che, quando la si vive, difficilmente nello stesso tempo, cioè in mezzo all’azione e alla passione, ci si può mettere in quelle condizioni che sono proprie dell’arte».

Una poetica dell’esclusione, quindi: che Pirandello visse, ma tragicamente e con dignità, con estrema, disillusa coerenza.

D’altronde anche quell’amore, e Mabelli lo rileva in un guizzo metanarrativo, non era nato che in un atto in germe ‘artistico’, quale la catoptria nella narrazione di un sentimento -peraltro labile- e la proiezione nel sentimento di quella narrazione, durante il racconto, da parte di un altro (la «signorina»), del ricordo dell’amore giovanile di lei.

 Forse Mabelli coglie anche confusamente, ma più con un’intuizione cattiva e autoassolutoria, il «puntiglio» di lei di sposarsi.

Allora perché non con l’Arnoldi, che si è ripresentato al padre di lei, e questi proprio a Mabelli ha chiesto consiglio? Ma meglio Marzani!, si dice l’“artista” manipolatore: e a quegli si volge a proporgli di interporsi nel matrimonio, non peritandosi di ‘limare’ le proprie non del tutto innocenti responsabilità, ma al contempo sentendosi «trattenuto», come «internamente» da «qualcuno», un “altro” se stesso appena percepito.

Pirandello con Antonietta (la prima da sinistra) e parenti, nel 1894

Similmente, in un vertiginoso e inquietante effetto di straniamento, un “altro”, il Mabelli, «parla per bocca» di una Giulia plagiata e consapevole insieme, motivando il suo rifiuto a sposare chiunque. Inquietante, perché effetto non voluto da lui, che ai genitori della donna propone allora Arnoldi: e a lei, con una «freddezza un po’ ironica», nell’alternarsi dei suoi atteggiamenti, peraltro ambigui – e penosi, con quella sfumatura di coscienza tuttavia obliterata.

La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo proposto, senza amore, per ripicca: per quel «puntiglio» che così spesso l’aveva connotata.

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L’esito drammaturgico

Al termine della sintesi infra ripresa,  Gioanola in Pirandello’s story, cit.,  pag. 265), nota:

 “Dal […] racconto, diventato famoso nell’adattamento teatrale, L’amica delle mogli, abbiamo già ricavato qualche osservazione: la protagonista rappresenta una specie di perfetta incarnazione dell’amore assoluto, che per restare tale deve rinunciare a darsi qualche chance di realizzazione: «Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire. E lei si vendica, facendoci innamorare invano»”.

“L’amica delle mogli”: una scena con Marta Abba e Lamberto Picasso

 Tuttavia L’amica delle mogli, commedia composta nella seconda metà del 1926 e rappresentata dal 28 aprile 1927, più direttamente deriva dall’omonima novella, pubblicata anch’essa in “Amori senza amore” (Roma : stabilimento E. Bontempelli), nel 1894.

La signorina può essere richiamata, come fa Gioanola, quale antecedente del dramma suddetto magari per qualche analogia formale, superficialmente nella situazione per cui attorno ad un’unica donna s’aggirano più pretendenti, tra loro in rapporti d’amicizia sottilmente suscettibile d’esser tradita.

Ben diverso invece L’amica delle mogli, sia per gli esiti della situazione, sia soprattutto per l’intensità drammatica e nella costruzione del personaggio della protagonista, che non solo da sé ‘motiva’ l’opera e ne sposta la focalizzazione tematica, ma risulta di ben altra levatura e spessore, non meno per la stratificazione dei moventi che per la complessità della psicologia.

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 Un consiglio per la bibliografia

  Elio Gioanola in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive (Milano : Jaca Book, 2007, pag. 264),
assume la novella – una delle quali, La ricca, del 1892, e altre di Amore senza amori – ad esemplificazione di una situazione limite la cui percezione è viva in Pirandello da ben prima delle note traversie personali:

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma - immagine in pubblico dominio in Italia

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma

“della donna non si può fare a meno, ma convivere con lei non è possibile”; tuttavia (per la profonda moralità da cui egli è animato), il matrimonio è l’“unica via di rapporto amoroso socialmente riconosciuto e moralmente accettato”: e l’una e l’altro necessari.

“Così il matrimonio diventa un’impossibile possibilità, in uno scontro di assoluti che esclude ogni possibile mediazione dialettica. Così non soltanto il matrimonio realizzato è causa di infelicità, ma [lo è] anche quello impossibile a realizzarsi tra chi veramente si ama”.

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In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 265.

La novella “sviluppa un nodo ancora più intricato di reciproci veti, con al centro una ragazza ambita da un avvocato, mentre lei è del tutto indifferente perché innamorata del miglior amico del suo spasimante. Costui, a sua volta, non può sposarla per non tradire i suoi alti e vani ideali: «E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!». Si fa avanti un terzo uomo – amoretto studentesco della «signorina» – e chiede la sua mano. L’aspirante artista consiglia l’amico avvocato a fare lui la richiesta, ma la donna rifiuta e, per sfuggire all’impasse in cui si trova, decide di sposare l’ultimo arrivato, che non ama affatto.

et quod sequitur
Maria Amici


“..la pazzia di mia moglie sono io…”

Pirandello tra il 1905 e il 1907 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Pirandello tra il 1905 e il 1907

  Luigi Pirandello, lettera a Ugo Ojetti, 10 aprile 1914.

– Il testo parziale della lettera è tratto da “Biografia del figlio cambiato”, di Andrea Camilleri; note e riflessioni sono mie -.

Mio caro Ugo,
non so che dire!

La lunga lettera* dell’Albertini, sì, cortesissima, rispettosissima, è vero, ma è stato per me in questo momento, Ugo mio, un vero colpo di grazia!

Ugo Ojetti

Ugo Ojetti

Ti dico il perché… ma già forse da un pezzo ti sarà arrivata agli orecchi la notizia delle mie immeritamente sciagurate condizioni familiari. Non è vero? Ho la moglie, caro Ugo, da cinque* anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia – io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato del tutto dal consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja*, del resto ereditaria nella sua famiglia.

Un frammento della lettera di Pirandello a Ugo Ojetti, 1914

“Non mi pare di meritarmi un siffatto trattamento. Sono stato umile e remissivo, tanto con il “Corriere” quanto con “La Lettura”… non mi son mai avuto a male, se mi hanno rimandato qualche novella… Ma che vogliano fare così anche con un romanzo, no!”

Non ti darei l’afflizione di sentire direttamente da me queste notizie, mio vecchio amico, se la disgrazia che mi capita adesso con l’Albertini non avesse qualche attinenza con essa.

Intenderai facilmente, che per quanto io guadagni lavorando in queste condizioni, per quanto ella, mia moglie, abbia di suo un discreto reddito, non c’è denaro che basti: tutto quello che entra è subito ingojato, divorato dal disordine che regna in casa da sovrano assoluto e con in capo il berretto a sonagli della follia.

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Ora è qua con me; ma lunedì, proprio lunedì venturo partirà di nuovo per la Sicilia: ha già i bauli pronti, e mi toccherà andarla a lasciare a Girgenti con uno dei figliuoli.

M’arriva a buon punto, come vedi, questo rifiuto del romanzo, su cui contavo per far fronte a bisogni gravi e urgenti„

N.B.

 * Con la lettera cui Pirandello accenna, autorevolmente Albertini, direttore del “Corriere della Sera”, piuttosto che Renato Simoni, il direttore del supplemento “La lettura” per il quale era stato proposto, rifiuta di pubblicare a puntate il romanzo “Si gira” (che sarà poi intitolato “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”).

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

 * Pirandello qui rannoda l’inizio della pazzia della moglie al 1909, non al 1903, l’anno del disastro della zolfara in cui Stefano Pirandello aveva investito i soldi della dote di Antonietta -l’allagamento in cui si perdono uomini e materiali e denaro-, alla notizia del quale Antonietta ha una crisi: non la prima peraltro, ma a seguito della quale rimane temporaneamente paralizzata – tempo dopo ne guarirà grazie alle cure profuse dal marito.

Nel 1909 muore invece il suocero, Calogero Portulano: che nella mente di Antonietta – per quanto invero fosse stato assai manchevole come padre – restava il suo sostegno e la sua indipendenza, o comunque autorità, economica, dacché anche dopo sfumata la dote quegli era stato tenuto alla reintegrazione di essa – e peraltro aveva scelto di usare “titoli non trasferibili di reddito minimo per fare un ulteriore dispetto” a Luigi, come commenta Camilleri –; il padre, che inoltre le scriveva, richiesto dal genero, nei momenti dei più gravi accessi della malattia, in modo da tentare di tranquillizzarla – probabilmente di restituirle la dimensione a lei più familiare, quella inculcatale, di figlia bambina che non era stata educata a crescere, piuttosto che di donna, moglie, madre.

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906. Foto in pubblico dominio L.633/1941

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906

Antonietta ne ha un ulteriore peggioramento: tale che, per la sua eccessiva turbolenza e per le scenate furibonde di gelosia – in cui non si limita a inveire contro le cameriere e a mandare in frantumi stoviglie e  porcellane -, il marito deve spesso prendere una stanza in affitto altrove e allontanarsi di casa, o – per volere di lei – accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli, a Bonamorone dove viveva il padre e la donna sarebbe restata con i fratelli, o in seguito, non potendo o non volendo più essi, con una cameriera in una residenza da Luigi presa in affitto, il villino Catalisano, vicino a Girgenti ma in campagna, con vista in lontananza sul mare.

     Elio Gioanola, critico letterario di taglio “psicanalitico”, nel suo Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive(Milano, Jaca Book, 2007) p. 260, spiega altrimenti il mutamento del 1909 e che venga risentito da Pirandello come il momento di scaturigine della follia: “Pirandello fa

la casa di Calogero Portulano a Girgenti

datare l’inizio della follia della moglie dal 1909, che è l’anno della morte di Portolano, quando Antonietta si fa forte dell’eredità paterna e può permettersi l’ossessivo andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi, dando vita così alle ricorrenti, complicate separazioni provvisorie dal marito (lei non accetterà mai la separazione legale e continuerà a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello*). Ma sappiamo bene come la follia mostri traccia della sua presenza fin dalle origini della vita coniugale, come aveva preannunciato lo zio Vincenzo”.

– A questo proposito, precedentemente (p. 232) il critico aveva citato – a proposito della rinuncia al matrimonio, da parte di Luigi, nel 1892, a causa delle asfissianti condizioni imposte da Calogero Portulano – un’iniziativa di “Vincenzo, fratello di mamma Caterina”, che mandò una lettera di “congratulazioni per lo scampato pericolo insieme a questo inquietante sigillo: «Antonietta è figlia di due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori»”.

En passant noto che altri studiosi, e la nipote di Pirandello stesso, Maria Luisa Aguirre D’Amico (nel suo “Vivere con Pirandello”), non presenta ugualmente la disposizione di Antonietta alla separazione legale.

– Nel certificato medico stilato in seguito (probabilmente in occasione del ricovero di Antonietta nella casa di salute “Villa Giuseppina”, sulla via Nomentana, a Roma), l’11 gennaio 1919, dal dottor Ferruccio Montesano della Regia Università di Roma “La Sapienza”, si legge che «Portulano Antonietta in Pirandello affetta da delirio paranoide si è resa pericolosa per sé e per gli altri».

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 – Fotografia in pubblico dominio, L.633/1941

Tuttavia, Pirandello per più di vent’anni, malgrado tutto, aveva rifiutato, nonostante le pressioni dei medici, di ricoverare la moglie in una clinica, vulgo manicomio: anche quando l’alterazione del suo stato mentale aveva comportato aggressioni non solo verbali a lui, accuse insensate a lui e alla figlia, la necessità addirittura che anche Lietta lasciasse per qualche tempo la casa. Non tanto, forse, per scontare d’essere il marito che, preso dall’arte “le sfugge in una dimensione a lei  ignota” (l’espressione -il misunderstanding?-, è  di  Sciascia,

Luigi Pirandello

e così ripreso da Camilleri) ma per la speranza e l’errore – per tanti critici abissale! – d’aver voluto, quella dimensione altra e alta, condividerla con la donna cui aveva legato la sua esistenza e cui d’esser unito per la vita –lui così profondamente leale, fedele e monogamo –,  nel bene e nel male, aveva promesso: e mantenne, a costo di consumarsi, malgrado avesse potuto in seguito trovare in un’altra donna una più profonda comunione spirituale e intellettuale – ma, e una volta di più,  forse non l’amore.

et quod sequitur
Maria Amici


L’angelo spezzato, di Graziano Versace

La copertina de “L’angelo spezzato”, il nuovo libro di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012.

La copertina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

  Un altro preadolescente, il protagonista del nuovo Bildungsroman di Graziano Versace, appena pubblicato dallo stesso editore che ha ospitato il suo “Ladri di locandine” e “Tutto il mondo dentro”, mentre aspettiamo di poter leggere “I dodici punti, edito in questo stesso anno da Leucotea.

  Il dodicenne Matteo vive anch’egli in Calabria (nel nostro immaginario, non lontano da Daniele o da Maria, protagonisti di libri precedenti di Versace), in un paesino della provincia, che si riconosce ed egli stesso riconosce dai profumi dell’«olio nuovo», dall’odore della pioggia e della nebbia che confonde i contorni delle cose, delle persone, eppure non tutte insensibili alla solidarietà inaspettata, delle case via via disabitate in borghi e in un Paese che sembrano abbandonati.

  Vive in un contesto sociale, se non di abbandono, di grave difficoltà, in cui una figura indimenticabile di madre è costretta ai lavori più faticosi e agli orari più proibitivi per mantenere quanto rimane della propria famiglia, lei e il loro bambino, dopo la morte del marito in un incidente sul lavoro.

  Vive, Matteo, nondimeno in un ambiente “magico”, grazie al ricordo dell’insegnamento sorridente di un padre che mai era stato lontano: «Guarda che la natura, e la vita, sono  belle e misteriose».

  E, mentre cala la notte, il fanciullo più ne prende coscienza: «C’era la magia, fuori. Ma per trovarla, bisognava imparare a cercarla».

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici

  La sua ricerca prende l’avvio da una difficoltà imprevista e traumatica: a causa di un’intemperanza di quella stessa natura da rispettare quantunque sappia far danni, l’angelo di gesso, regalo della nonna morta alla sua mamma, l’angelo che li avrebbe salvati dalla miseria, l’angelo che aveva vegliato sulla sua famiglia, e di cui lui, Matteo, era diventato il custode, invece caduto per terra s’era spaccato, aveva perso le ali.

  Quell’angelo spezzato non è forse il segno materiale di un trauma che, dalla morte, dalle difficoltà, dalle ingiustizie, dalle assenze irreversibili, da una società assente che non sa elaborare una rete di protezione nelle disgrazie e nella povertà, la sua famiglia e il ragazzo stesso subiscono?

  Non è l’amara condizione del ragazzo stesso, della madre, dell’Uomo?

  Di lì a poco infatti Matteo incontrerà un altro uomo non meno spezzato, non meno travolto dalla povertà e dal lutto, «scavato» dal dubbio, dal ricordo, dal dolore: il misterioso zi’ Giovanni.

  Il «vecchio, metà del viso in ombra», gli farà da mistagogo nella quest e in un borgo fantasma, all’interno del palazzo della marchesa, vecchia anche più di lui, appena ripartita da un palazzo di cui non cura di chiudere le porte, un palazzo altrettanto sepolto nell’ombra in cui galleggiano «bomboniere, statuette, bambole, macinini da caffè, qualche libro ingiallito, piatti e bicchieri decorativi, teiere, clessidre, cornici» significativamente «senza fotografia, orologi, bottigliette verdi e gialle».

  Nelle stanze padronali del palazzo, solo le polverose collezioni di cianfrusaglie – che si possono indovinare appena, nel buio e nella accumulazione, anche narrativa, quasi caotica e preziosa – emergono alla coscienza, e per di più quali “buone cose di pessimo gusto”, “le cose che potevano essere e non sono state”, reperti incomunicanti da un passato che non ha saputo spiegare né le proprie incongruenze, né perché non sappia mantenere le promesse, sfumando la figura quasi «rimbambita», e assente, della vecchia signora.

  In paese lo chiamano «l’angelo dei poveri», zi’ Giovanni, perché quel vecchio abbattuto, strano e inoffensivo, «prega per tutti», «sempre poveri disgraziati come lui», sebbene magari i soldi li abbiano: perché in fondo il male non guarda in faccia nessuno.

  E il vecchio, il nonno che Matteo rimpiange di non aver avuto, gli si fa angelo, ‘aiutante’, messaggero e testimone: gli insegna a pregare, a nutrire speranza, ad affidarsi, a vegliare.
Salva e si lascia salvare: è custode e insegna indirettamente a Matteo cosa significhi essere realmente custode, per se stesso, per la famiglia, per il mondo fuori.

  Grazie a lui e al suo esempio, Matteo scopre non solo e non tanto l’esperienza e la pratica dell’orazione, ma l’infinita intima potenzialità della preghiera di avvivarsi vera e di segnare la vita, proprio e solo quando essa non è la superstiziosa monetina gettata nel juke box a favore di se stessi ma uno sconvolgente, critico atto di abnegazione, di dono.

  Solo questa, la preghiera che sa accendere gli animi e le anime, nata dalla generosità e che provoca generosità, è la preghiera autentica, il vero rapporto con un Dio la cui autenticità è l’Offerta estrema d’Amore.

  Alla fine, la formazione e il romanzo di formazione sono compiuti. Il piccolo eroe trova un ‘tu’ nella corresponsione limpida di una coetanea; saprà lenire il dolore dell’uomo perché anch’egli deprivato e altruista; saprà riscoprirsi accanto, vivo, il ricordo ‘vigilante’ del papà e ancora di più essere vicino alla mamma e sostenerla; saprà tornare alla sua vita, cosciente del fatto che non si “rimette a posto da sola”, ma ognuno debba saper fare «la sua parte», angeli spezzati ma solidali l’uno all’altro.

  L’Autore, in questo Canto di Natale la cui lettura continuerà a sapersi rendere interlocutrice in qualsiasi periodo dell’anno e della vita, ha saputo di nuovo mettersi a confronto con la fase critica dell’acquisizione -da parte dell’uomo- della maturità e della coscienza del proprio significato e della propria vocazione: che in tutti i personaggi, a loro volta “angeli spezzati”, si rivela essere la donatività.

  Con la forza e l’estrema delicatezza di lessico e di sentimenti che lo contraddistinguono, Versace ha calibrato storia e personaggi vividi e riconoscibili, così da gradualmente coinvolgerli – come in ogni narrazione sapiente, che riesca ad evocare la tradizione millenaria del racconto – ognuno nella propria quest “risolutiva”.

  E ognuno l’Autore ha saputo rendere indimenticabile, dai due protagonisti alla figura dolente e fratta, ma generosa, della madre di Matteo, che per la maggior parte del tempo è “fuori scena”, sì, ma proprio lei, che Matteo sa che si sarebbe sentita persa senza l’angelo, resta così pregnante che, quando torna a casa e nella scrittura, il lettore rimane stravolto dalla forza del suo dolore, del suo amore, della sua dedizione, fulgidi nell’abbraccio tenero al figlio e in quegli occhi «così stanchi ma così belli, due grandi olive che sprigionavano bontà e calore».

  La generosità si vive ma non si racconta: così la madre, ora protetta, non saprà dell’“avventura” del figlio, tuttavia questi, accanto a lei e nel mondo, è ormai, finalmente, «una luce. Una piccola luce piena di vita. O una preghiera, si disse [Matteo] pensando a zi’ Giovanni. Una preghiera che finalmente è stata esaudita».

Maria Amici

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici


Su 
Nephelai è disponibile alla lettura l’incipit del libro (>>non per il momento<<). 

  Nelle immagini , la mia copia de “L’angelo spezzato”, di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012 – Foto di Maria Amici

La mia copia de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

La mia copia de L’angelo spezzato, di Graziano Versace – Immagine realizzata da Maria Amici


Protetto: “L’angelo spezzato”, di Graziano Versace: incipit

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Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

– Qui c’è la versione precedente della scheda –

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versacepubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

  Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

  Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

  In specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, di quel paesino si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica.
Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario, l’unico disponibile.

  In questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, la focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi è tale da appannare – apparentemente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

     Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzate retoriche, i personaggi dei due ragazzini, Francesco e Daniele.
  Francesco vive con amarezza il rapporto col padre e con la società. Quegli, sì, peraltro lo picchia spesso ma, altrettanto frequentemente, quasi per paura che il figlio resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, tuttavia isolandosi affettivamente e isolandolo. Se, infatti, dinanzi a “Cesco” – rifugiatosi dietro al soprannome a metà tra fumetti e spaghetti-western “Cesco Kid” –  coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”.
  Daniele è figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia: una scelta non sua, che lo costringe ad una diversa forma di emarginazione, indefinita ma penosa. I genitori sono spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco, ma il ragazzo non molla. Anzi, se il profilo di Daniele sembra quasi impallidire rispetto a quello del compagno, non si può non notare che la figura di Cesco non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

  Solo apparentemente, si diceva, viene tuttavia dissimulato il peso della dis-cultura  dominante: perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

  Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico non meno che luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita.
Quella passione diviene un prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti: non solo dei genitori e dei gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi o piuttosto suoi sogni.
Diviene, quella passione,  specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione.

  In questa dinamica si inserisce il furto delle locandine, che i ragazzi, intimamente solidali eppure in competizione reciproca non meno che ognuno con se stesso, sottraggono alla bacheca del bar e del cinema del paese, sfidandolo.
Le locandine si rivelano dunque ‘emblema’ della vita stessa. In un ambiente che proprio la vita non garantisce come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, locandine e vita, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, a non essere risucchiati da un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale,  nega accoglienza all’individuo come persona, tanto meno lo sostiene quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

  E infatti “l’ambiente”, “la vita” non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ne risulta così ribadita la caratteristica di provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

  Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale possa condividere il carattere precario, solo l’amicizia in qualche modo sopravvive: fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione: pur nella lontananza, pur nella definitiva assenza dell’altro.

  Ed è l’amicizia a strutturare l’essere umano, l’essere umani: a favorire la maturazione di una coscienza adulta.

Maria Amici


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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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