Archivi tag: Bontempelli

Del candore…

  Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_3Felice di aver potuto essere utile, con semplicità, ad una giovane studiosa di Pirandello, Pina Spampanato, autrice di un contributo recentemente presentato a Praga, in corso di stampa (e dal titolo assai accattivante: “Risate pirandelliane come meccanismo di disvelamento”).

pirandelloPina ha chiesto al gruppo PirandelloWeb (afferente al qui più volte citato sito padre) di procurarle il raro testo della commemorazione funebre tenuta da Massimo BontempelliPirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia d’Italia in Roma il 17 gennaio 1937. Grazie ad una fortunata consultazione di qualche anno fa – e al mio famigerato archivio, ricco unicamente per motivi di studio – ho potuto far opera di servizio culturale: e io ci credo veramente.Nuova Antologia 1937.1feb.1557 Bontempelli Massimo Pirandello o del candore Prima pagina

Che cosa vi aspettate da me?… Penso che qui siamo già in troppi

Così esordiva l’amico Bontempelli – amico che non sempre Pirandello poté forse considerare tale, ma che aveva colto uno dei tratti fondamentali del Maestro, dell’Uomo oltre che nell’Autore: il candore, la purezza, il pudore.


 La conferenza fu pubblicata sulla Nuova Antologia dell’1 febbraio 1937, n.1557, quindi in Massimo Bontempelli, Introduzioni e discorsi, Milano : Bompiani, 1964. Qui ne ho accennato commentando “La rosa“, una delle Novelle per un anno.

   Il sommario e la prima pagina della commemorazione sulla Nuova Antologia (tutti i diritti appartengono ai rispettivi proprietari)

..et quod sequitur
Maria Amici

Annunci

vinta la realtà con la surrealtà…

.

«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è.
Non lo sapremo mai»

copertina Almanacco Bompiani 16:1938-Lessi questa frase di Luigi Pirandello, a mia volta, tra i Foglietti sparsi pubblicati nell’Almanacco letterario Bompiani del 1938, in edizione originale, rocambolescamente salvato dall’oblio e dai rifiuti nella biblioteca in cui lavoravo. Avevano peraltro già trovato edizione nella «Nuova Antologia» quattro anni prima, nel numero del 1° gennaio 1934 (in Nascita di personaggi): anch’esso ebbi la ventura di estrarlo da ammassi polverosi alcuni mesi dopo, curando che non mi si sfilacciasse tra le mani…

Pulvis es, peraltro, et in pulverem reverteris; in polvere sfumeremo nell’indifferenza, talvolta vendicativa o astiosa o semplicemente bruta prevaricatrice sul debole, di gente futile.

Genii, e non.

Pirandello le Mani«Vinta la realtà con la surrealtà», settantasette anni  or sono «un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio», abbandonando il vuoto beante e roboante che lo aveva tradito e recluso -e occasionalmente però blandito di «pagliacciate»-, finalmente nella conquistata e ribadita indifferenza di una conclusa giornata

(«La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…», commentò un giornalista francese che assistette – ma, come nessuno fece, non partecipò –  al suo funerale, Henri Mercadier),

innominato e oscuro Pirandello si confuse con la nebbia nella penombra di una raggelata mattina invernale romana. Neppure consapevole, essa, della mutilazione subìta:

come il 10 dicembre 1936, ricevendo la notizia, si sarebbe scritta Paola Masino, compagna di Massimo Bontempelli e lei pure amica personale dello scrittore.

«Il dolore che paralizza materialmente. Scrivo, e con il cervello so benissimo quanto dico e faccio, ma la mano prova la stessa difficoltà di quando avevo sei anni.

Pirandello con Marta Abba (venuta a salutarlo) e Paola Masino a Genova all'imbarco per Buenos Aires sulla Duilio: 17 Agosto 1933

Con Paola Masino e Marta Abba a Genova, 1933

Amavo Pirandello non come un uomo o come un parente o un amico, ma come un elemento del mondo che a me è palese. Quando mi hanno detto che è morto è stato come se all’improvviso mi avessero annunciato che l’erba o le nubi o le greggi sono scomparse da questo pianeta. Sapere che non vedrò più un prato mi darebbe lo stesso stupefatto stordimento. […]

Ripenso al mondo di un’ora fa, quando lui era ancora vivo, e mi pare un mondo completo, non zoppo come questo, non con questo buco vuoto nel fianco; e tuttavia so che camminando fino alla mia morte in questo nuovo mondo mutilato, niente potrà non farmelo ancora apparire completo d’erba e di greggi e tempeste, tanto quelle immagini sono abbeverate della mia sostanza.

E così è di Pirandello.

Scrivo queste cose qualunque per rispetto di lui che amava tutti gli sforzi contro la nostra pochezza. Il sonno. Tanto scoramento mi dà questa morte che vivo da qualche giorno sempre in una gran voglia di sonno. Dormire per non ascoltare il rumore di una vita che mi sembra ormai senza speranza stracciata.

Scrivere è un inutile tentativo di rammendo»

(Qui il testo)

Inane la scrittura quale impossibile rammendo. Una rapsodia anomala, invece, quella che oggi propongo su Nephelai, impedita non meno da difficoltà aborrite e tanto più incoerenti quanto incommisurate per accanimento (e gravità di conseguenze –fisiche e professionali–) alla debolezza dei disabili contro cui si abbattono, ridotti al silenzio – e nel silenzio anch’io sfumo, in attesa di vincere la surrealtà.

Ma la memoria non si spegne, malgrado la mutilazione. Così, pur in un balbettio, mi è un’istanza naturale proporre un minimo tributo di lettura a Luigi Pirandello: oggi, peraltro, che è sì un anniversario, tuttavia in nulla diverso dagli altri giorni, non avendo bisogno della ricorrenza –e più onorando quell’uomo schivo– per soffermarmi sui suoi scritti più che sulla sua scrittura, per ripercorrere –appunto, in phoitesis, io ichneuta vana– il suo magistero esistenziale.

getsemaniAlle annotazioni di Masino, affianco uno stralcio, estratto anch’esso da «Nuova Antologia», di un contributo pubblicato poco meno di trent’anni fa, a firma dell’allora particolarmente seguìto Giorgio Saviane –di cui adolescente lessi Getsemani grazie a una madre non miope–: Presurrealismo in Pirandello, che mi è parso particolarmente significativo oggi

“..nello sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà”.

– l’articolo per intero è reperibile in «Nuova Antologia», a. 118, fasc. 2145, Gennaio-Marzo 1983, Firenze, Le Monnier, pp. 304-310 (qui passim da pp. 305-308).

“… in Pirandello la storia del surrealismo si capovolge, nasce già simbolico senza termini che lo definiscono per contribuire inconsapevolmente alla “scoperta” della parola. Che subito acquista la sua funzione di costituire un elemento di informazione maggiore anche con riferimenti a prima della comparsa della parola. Se infatti il surrealismo in Pirandello possiamo definirlo ora, prima come potevamo accreditare certi accostamenti dal punto di vista linguistico?

al Caos

al Caos

Ad esempio: «una notte di giugno io caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde. Qualcuna ogni tanto cade e si vede allora sì e no quel suo verde sospiro di luce in terra che pare perdutamente lontano. Così io vi caddi quella notte di giugno, che tant’altre lucciole gialle baluginavano su un colle dov’era una città la quale in quell’anno pativa una grande morìa. Per uno spavento che s’era preso a causa di questa grande moria, mia madre mi metteva al mondo prima del tempo previsto, in quella solitaria campagna lontana dove s’era rifugiata. Un mio zio andava con un lanternino in mano per quella campagna in cerca d’una contadina che aiutasse mia madre a mettermi al mondo. Ma già mia madre s’era aiutata da sé ed io ero nato prima che quel mio zio ritornasse con la contadina. Raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle… Io penso che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima».

Il brano che ho letto per la prima volta nel libro di Enzo Lauretta, Luigi Pirandello storia di un personaggio ‘fuori chiave’ (Mursia, Milano 1980), si può bellamente definire surreale seppure sia stato scritto prima della data di nascita del surrealismo.

Sarà surreale in Pirandello quel suo insistere sul dialogo con i propri personaggi fino a dichiarare che se non li accontenta gli scappano di mano. Bastano questi esempi per rendersi conto come il surrealismo prima di definirsi in una corrente letteraria e pittorica, era un atteggiamento interno, avvalorando la tesi fondamentale del surrealismo che mira a trascendere il reale per il magico, il sublime, l’eterno. E non vi è dubbio che la lucciola che cade

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

«in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare» è una comparazione iperreale che subito si fa surreale «raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle. Io penso […] che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima» con un ampio disporre del reale a significare il sospetto di una realtà tutta diversa, una realtà nient’affatto precostituita, una realtà che si arrampica verso l’inconoscibile con dati tuttavia realisticissimi: il registro dell’anagrafe di Girgenti, la campagna, la lucciola, il mare. Vi è cioè un salire alla maniera brunelleschiana con i mattoni reali verso una novità altrettanto reale che è la cupola del Duomo di Firenze che ha agganciato una regola di statica come un invisibile appoggio nel cielo. E mi sono soffermato su questo brano di Pirandello, modesto in fondo a paragone di altre sue cose, proprio per sottolineare che già l’idea è vocabolo, o comunque “spinta” al vocabolo.

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d'Autore, messinscena del Teatro d'Arte diretto da L.Pirandello, 1925

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d’Autore, messinscena del Teatro d’Arte diretto da L.Pirandello, 1925 – da web

Quel formarsi interiore della parola di cui si diceva prima può avere un risultato immediato (o apparentemente immediato) e uno invece differito nel tempo, più realistico, storicistico addirittura: seppur col destino di voler essere parola, il surrealismo già esisteva nella piccola realtà della lucciola di un brano di prosa.

La forza esplicita del surreale (e non importa, ripeto, se Pirandello conoscesse allora tale parola) è nei Sei personaggi in cerca d’autore che sono la personificazione magica di quel qualcosa che bussa ai cassetti del computer uomo per esservi incluso e aggiungere probabilità alla conquista dell’infinito.

Il funerale del commediografo descritto dal giornalista francese Henri Mercadier ci aiuta a decifrare l’immaginazione surreale che aveva spinto Pirandello (morto all’apice della sua grandezza due anni dopo aver ottenuto il Nobel) a disporre nel suo testamento quella cerimonia funebre raccapricciante e solitaria, densa di significanti magico-umanistici.

Pirandello Mie ultime volontà da rispettare, autografo«… il lugubre carro, solo tutto solo – scriverà Mercadier – discende per via Torlonia al piccolo trotto incosciente del cavallo nero. E’ grottesco, commovente, equivoco e segreto. Se ne va, anonimo e banale, sulla strada larga e calma: i rari passanti che lo incontrano salutano senza guardare. E’ un povero che passa. Il più povero dei poveri. Un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio. La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…»

pirandelloscuroMille surrealità danzano su questa scena descritta da Mercadier nella sua realtà di cronaca e tuttavia già inventata da Pirandello nel suo testamento. Il drammaturgo si sente piccolo di fronte all’inconoscibile che è la morte e vuole manifestarlo. Sceneggia così la sua uscita dalla vita, la pazienza di morire prima della morte, l’accettazione della morte, dato esplicitamente freudiano e perciò stesso più strettamente surreale. E vuole essere solo, forse a trarsi da una realtà ipocrita che costringe le facce alla esteriorità cruciata anziché alla meditazione e al dolore; forse nel gesto orgoglioso del grande che vuole distanziarsi nell’atto di morire dai tanti che l’hanno misconosciuto, o da tutti per quel soliloquio di grandezza ancora maggiore: non dichiarata però, rappresentata ambiguamente fino a significare anche il suo opposto. Dicevamo all’inizio che la parola quando si fa simbolo ha un significato immediato e molti mediati fino al suo opposto. Nella rappresentazione del funerale di Pirandello ne troviamo un esempio tangibile: il reale (lo scrivere il testamento) diventa iperreale (nel giocare d’anticipo la parte della sua morte); surreale (nei significati di quella rappresentazione).

Il termine surrealismo ha ormai solo in parte il significato letterario e storico che aveva al delinearsi del surrealismo: ha cioè acquistato il “potere” di definire uno status non creato dall’uomo ma scoperto dall’uomo come sono i colori della luce scomposti dal prisma che tuttavia non tinge il bianco che lo attraversa ma ne dichiara soltanto il mistero.

Marta Abba e l'urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Marta Abba e l’urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Mistero e surrealtà potrebbero essere sinonimi se non fosse che l’una tende sempre più a chiarire l’altro, attraverso una trascendenza pragmatica che è arte. Surrealismo potrebbe essere sinonimo di arte se no fosse che l’arte surrealista rivendica una sua indipendenza quasi fosse più arte, quasi fosse possibile l’esistenza di un più in arte: è invece il richiamo a non ripetere il naturalismo come perpetua pretesa dell’arte: arte è il raggiungere la ricchezza dell’informazione nell’impatto col segno è il culmine dell’informazione nella sua ricchezza ambigua.  Surrealtà quindi è arte quando non discorre del suo segno ma è segno. Che trascende la realtà per conquistare realtà, per accrescere la realtà.

«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è. Non lo sapremo mai». (Pirandello, Saggi. Foglietti, p. 1231).

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI - via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI – via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Quel «da poterlo dire agli altri com’è» può sembrare superfluo, ed è invece il dato surreale, esplicito: una cosa possibile che non esiste e che il poeta inventa e insieme disattende. E’ lo sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà

..et quod sequitur
Maria Amici


Anna, “il cammino è là, poco lontano”…

ANNA_PROCLEMERUn debutto impegnativo, quello di Anna Proclemer: era stato segnato, nel 1942, da Nostra Dea, di Massimo Bontempelli, con il Teatro dell’Università di Roma.

Nostra Dea di Bontempelli: l'autore con Lamberto Picasso, Marta Abba, Gina Graziosi, Enzo Biliotti

Nostra Dea di Bontempelli: l’autore con Lamberto Picasso, Marta Abba, Gina Graziosi, Enzo Biliotti

Proprio Nostra Dea suggerisce alla nostra memoria l’incontro artistico di Pirandello con Marta Abba, che (qualche anno dopo aver debuttato a Milano dinanzi a Eleonora Duse)  di Dea fu prima interprete e (a detta di Bontempelli) artefice del primo sicuro successo – non sempre con altre bissato –, il 22 aprile 1925, in occasione della prima esperienza di lei con il Teatro d’Arte del drammaturgo girgentino.

Un paio d’anni prima era nata appunto la Proclemer, oggi mancata a quasi un mese dai novant’anni.

Marta Abba al Teatro Lirico con Santa Giovanna di G.B. Shaw, Compagnia dei Grandi Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini, metà febbraio1936 - cCinecittàLuceSpA

Marta Abba al Teatro Lirico con Santa Giovanna di G.B. Shaw, Compagnia dei Grandi Spettacoli d’Arte diretta da G. Salvini, metà febbraio1936 – cCinecittàLuceSpA

Oltre a Pirandello – e più di Pirandello –,

avrebbe interpretato D’Annunzio, Lillian Hellman, George Bernard Shaw (di lui, oltre a La miliardaria, un altro ruolo che era stato anche di Marta Abba: Santa Giovanna), Sartre, Ibsen, Tennessee Williams, O’Neill, Beckett; un brutto, non ispirato Antonio e Cleopatra shakespeariano; il Requiem per una monaca da Camus trasposto dal romanzo di Faulkner; La voce di

proclemer in santagiovannashawCocteau; ancora in teatro, Chi ha paura di Virginia Woolf di Albee e l’Anna dei miracoli per il cui doppiaggio nell’edizione cinematografica italiana avrebbe prestato la propria voce a Anne Bancroft… – I puntini di sospensione sono necessari.

ne La voce di Cocteau

ne La voce di Cocteau

Avrebbe sposato Vitaliano Brancati. Avrebbe lavorato con Giorgio Albertazzi e Vittorio Gassman…

Avrebbe intrapreso anche l’esperienza di regia: in particolare qui la ricordiamo per una commedia di Pirandello: Come prima, meglio di prima.

Di essa sul giù citato sito scrive in maniera volubile, anzi – per citarla – «tiepidamente» (non meno centrifuga, apparentemente, la recensione intitolata «Ecco il mio Pirandello. Anna Proclemer regista dirige se stessa», di Giammusso, ivi reperibile insieme con un’altra risonanza dello stesso autore).

Sul medesimo lavoro, non promette bene, invece, il titolo di una recensione su stampa a nome di Aggeo Savioli: “Anna Proclemer addormenta Pirandello”.

Qualche caduta di ritmo, insomma, in una carriera peraltro significativa, sulla quale in modo più pregnante rimandiamo al suo sito ufficiale, inteso come scritto in prima persona, su cui e di cui, per amara coincidenza proprio oggi!, leggiamo:

Proclemer ne La figlia di Jorio

Proclemer ne La figlia di Jorio

«Il prodotto può essere conservato a temperatura ambiente e non ha data di scadenza. Vale a dire che quando l’attrice “tirerà il calzino”, come dicono magnificamente a Firenze, il Sito resterà qui, per vostro uso e consumo».

E di questo, di ben altro che ti immortala,

grazie, Anna.

et quod sequitur

Maria Amici


“La rosa”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

La rosa

Novella di Luigi Pirandello pubblicata ne La lettura (rivista mensile del Corriere della Sera) di Novembre 1914, poi in E domani, lunedì, Treves, Milano 1917; quindi confluita in Novelle per un anno, La candelora, edita nel 1928.
In tale redazione è reperibile qui, sul più che meritorio PirandelloWeb

La protagonista, Lucietta, sin dall’esordio della novella si rivela personaggio già variato. In treno – il luogo pirandelliano tipico dei momenti di ‘rivelazione’ e di ‘svolta’ –, si reca alla sua nuova destinazione, in cui è stata assunta quale telegrafista, con i due figli piccoli: è vedova di un uomo che la sposò, giovanissima, suggerisce Nettuno, Anni '30 . Effetto seppia - Diritti appartenenti ai rispettivi proprietaril’Autore, come una «bamboletta»; la morte di quegli, dai contorni ambigui, l’ha costretta a vender casa, e l’‘occhio sociale’, cui non sa sfuggire, a considerare da un lato la vita di prima più agiata di quanto non fosse, e dall’altro la condotta del marito più onesta, la sua morte più lineare se non addirittura eroica, «una vendetta politica».

Nelle pieghe della narrazione, trapela la critica alla disagiata condizione femminile reificata e manipolata per sottintesi interessi sessuali, così come la reazione della donna, che ad un livello morale mediocre e alle convenzioni non sfugge.

Pirandello nel 1932?Sul treno, la donna incontra il segretario comunale dello stesso paese verso cui sta viaggiando, un uomo malinconico, che la colpisce superficialmente per la sua aria e le sue parole da pensatore, da «filosofo»; i suoi «due occhi grandi, intenti e tristi», anzi, senza che lui lo voglia la infastidiscono, come segno dell’estraneità del mondo che le sarebbe sempre rimasto «lontano, lontanissimo e ignoto».

Ugualmente, l’uomo appare remoto, lui e le sue osservazioni vaghe – come una di esse, interessante per i richiami intertestuali pirandelliani che evoca, a specchio come il riflesso del lanternino dello scompartimento che appare, ‘dietro il vetro’, come una luce esterna che segue l’essere umano ed esiste solo con lui e per lui:

«come la fede… [ – quegli nota – ].  Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è più lume».

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

Il sonnacchioso paese è pressoché sconvolto dall’arrivo della nuova telegrafista, sia nella componente maschile, che entra in uno stato di sovraeccitazione che non ha come sfogarsi se non, nel tocco paradossale e corrosivo di Pirandello, con ..pedate a tradimento ai cani randagi, quegli stessi che, nella conversazione in treno, alla vedova avevano significato l’accidia costante del paese; sia in quella femminile, specialmente tra le «brutte donne», improvvisamente, per reazione di gelosia, solidale alle «povere bestie».

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

Significativamente stretta dall’anellino nuziale che non riesce più a levarsi dalla mano cresciuta, l’attraente vedova rinuncerebbe all’invito a una festa da ballo rivoltole dai soliti ‘ronzoni’ così spesso impietosamente ritratti dall’Autore, se inaspettata, in un vaso dentro casa, altrettanto allusivamente non fosse spuntata una «magnifica rosa rossa» a risvegliare vanità, forse sensualità, desiderio di ammirazione, la sua «gioja vestita di nero», la «gioja» dei suoi «vent’anni».

Già durante il viaggio il segretario aveva preannunciato alla signora l’avvenimento:

«fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
– Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
– Ballano i cani? – domandò.
– No: i “civili” di Pèola…»

Appunto tra questi «“civili”», causticamente virgolettati, nell’amaro umorismo pirandelliano «tragici in quel loro furore senile», appena la vedova fa il suo ingresso, di nuovo

«Fu l’ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia».

Velazquez, La Venere allo specchio  . Immagine in  pubblico dominio

Velazquez, La Venere allo specchio . Immagine in pubblico dominio

L’arrivo della donna, della sua femminilità sbocciata come la rosa – non una metafora sconosciuta, per lo studioso di letteratura – e, involontariamente?, offerta, sfrena le invidie cariche di ripicca delle donne e soprattutto il parossismo del desiderio nei maschi eccitati.

Nella sala, si diffonde la «nebbia» vaporante della

«bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti»,

innescata dal richiamo erotico come dall’occasionalità, dall’eccezionalità del ballo: una vertigine che in diverso modo coinvolge anche la vedova.

Come dall’esterno, incarnazione mai vieta del pirandelliano osservatore spersonalizzato, estraneo, forestiero quasi, ancora una volta – ma ‘a specchio’ dacché la notazione era stata della vedova – «da lontano», il segretario comunale, distaccatosi dall’«esilio» che gli avevano imposto la delusione e l’infrangersi dei sogni, la segue con occhi inteneriti, ammirati, accesi da ben altro sentimento che i presenti, e che già l’aveva spinto a timide attenzioni nei giorni passati: «costernato» dall’attrazione che pur sente per quella rosa e ciò che essa in fondo significa nella vedova, in quel che egli reputa il suo coraggioso avventurarsi nella vita, eppure senza sapersi convincere ad avvicinarsi a quella «cara folle fatina vestita di nero», a distoglierla da quell’arena e i suoi fumi di bruta libidine, a proteggerla da quelli e da se stessa.

Non riesce: ma è lei, «con uno scatto da cerbiatta» – di biblica memoria di purezza – ad allontanarsi, nello «sgomento» che le suscita quella «bestiale sovreccitazione» maschile, nel «ribrezzo» e nell’«onta», entrambe, nel loro diverso portato accomunate, spesso parole chiave legate alla sfera della sensualità in Pirandello quando non sorvegliata dalla coscienza e dall’umanità.

Jenny Schulz-Lander

Jenny Schulz-Lander

Particolarmente «ribrezzo» è termine pirandelliano tipico a lessicalizzare la reazione della coscienza pura alla pulsione sessuale non solo non controllata ma di fatto svilita, disumanizzata, fondata su una visione strumentale dell’essere umano che la suscita, occasionale, di scarsa rilevanza e (ma si tratta piuttosto di un segno esteriore) non contestualizzata nell’unione matrimoniale.

E’, questo, uno degli indizi potenti del ‘pudore’, del ‘candore’* di Pirandello, non del suo moralismo – com’è stato spesso frettolosamente liquidato – ma di una concezione della donna e dei rapporti personali particolarmente elevata e vocata alla purezza, alla castità persino nel e dell’atto sessuale.
– Si sa peraltro che si ha difficoltà, e l’hanno anche i critici, a cogliere ciò che non appartiene.

Nell’atto subitaneo della vedova, la rosa, la magia e il mistero, soprattutto la naturalità e l’innocenza dell’attrattiva, le cade dai capelli ed è il sindaco, simbolicamente, a «ghermirla» con la mano animalesca perché la offra e si offra, lei, al suo favorito. La donna si ritrae, non sa come reagire a quel losco tentativo di compromissione.

Antonietta Portulano

Antonietta Portulano

Scorge allora – una scelta ben più rassicurante –, più «lontano», il segretario comunale, del quale non teme il coinvolgimento nella ridda dei desideri: gli altri insorgono per vendetta, con «sospetti maligni», denunciando, ma è un’illazione, l’intenzione riposta di quella scelta, nella donna: e, altrimenti, che comunque essa inveri il desiderio dell’uomo.

Luigi Pirandello.

Il turbamento del segretario, «la crudele sofferenza nei suoi occhi», a sua volta le inoculano il timore e il fastidio che quei sospetti, quella maldicenza gretta, fossero sì fondati, ma non su di lei, bensì nell’animo del timido segretario: che non aveva forse osato, per quella sua disposizione timida e distaccata, lontana, rivelarlesi e irresoluto non riesce adesso a schermirsi né ad opporsi alle insinuazioni, rivendicando la propria estraneità, peraltro non sentita.

Ecco allora che la vedova si rivolge a lui con incredulità e «dispetto», a difendere la propria onorabilità e nondimeno a ridimensionare e inibire, opponendo un veto implicito, i sentimenti e i desideri dell’uomo:

«E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?»

Marta Abba, 1922 - Fondo Vittorio Martinelli Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Marta Abba, 1922 – Fondo Vittorio Martinelli -Archivio della Cineteca di Bologna – foto a qualità impoverita reperita su web

Ugualmente la donna, in definitiva, non sa sfuggire alla propria – già paventata – estraneità a quel mondo che in lei vede solo un corpo da possedere e tale fraintendimento estende decisamente, ciecamente, all’‘altro’, a chiunque; il «dispetto» ribadisce il suo «fastidio» già provato in precedenza per il segretario e per ciò che egli significava del mondo che, per lei, sarebbe stato sempre «indifferente» nei suoi confronti, o di lei avrebbe approfittato, ‘burlandosene’.

Entrambi condizionati dalla pressione inesorabile, e tràdita da secoli dalla Grecia omerica, di una tale ‘società di vergogna’, sintagma di doddsiana memoria*,

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

come lei ma con un più profondo senso di consapevolezza, anche l’uomo si trova intrappolato nella maschera impostagli successivamente da essa, dalla donna amata e dalla volontà di costei d’essere tutelata.

Pur di preservare, ancora, non solo l’onorabilità ma l’innocenza e la purezza della donna e dell’amore stesso, per fissare per sempre quell’amore nel «cerchio magico»* che lo sottragga allo svilirsi sulle bocche altrui e specialmente alla deperibilità e al decadimento della tensione spirituale e della dirittura morale, il segretario si rende conto che, così come lei imponeva, anche quel momento vertiginoso e critico della scelta

«esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durata per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa».

Così, nell’atto di restituirle la rosa perché la butti via, da allora e per il futuro il segretario rinuncia alla vita, alla reciprocità dell’amore, e in fondo a sottrarsi alla sua dimensione di «lontano».

Luigi Pirandello L’amore, peraltro, per come Pirandello pare intenderlo, è sentimento così assoluto, eterno ed elevato e imprendibile, e in definitiva ‘altro’, da rivelarsi fragilissimo se trasferito sul piano del contingente e del temporale: se il vagheggiamento si traduce in relazione effettiva, l’amore, che non sopporta la materialità ma neanche la realizzazione, ne è vulnerato spesso irreparabilmente, fino a svanire: così la scelta possibile, l’unica, è la rinuncia, restare «lontano».

«La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.

– Ecco, sì… grazie… – disse [il segretario]; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre».

__________________________________

L’esito cinematografico*

Olimpia Barroero, 1919 - Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Olimpia Barroero, 1919 – Archivio della Cineteca di Bologna, immagine impoverita reperita su web

Nel 1921 da La rosa sarà tratto, a cura di Stefano Landi (nome d’arte di Stefano Pirandello figlio), un film, per la regia di Arnaldo Frateili:

Lo scrittore Bruno Barilli - immagine in pubblico dominio, legge 633.1941-128.2004

Lo scrittore Bruno Barilli – immagine in pubblico dominio

nel cast tra vari D’Amico figurano gli attori Lamberto Picasso e Olimpia Barroero e, oggi diremmo quale special guest, lo scrittore Bruno Barilli.

Nello stesso anno, ancora da novelle di Pirandello, sarà tratto il soggetto di Ma non è una cosa seria di Augusto Camerini (adattamento e cura di Camerini e Frateili) e Il viaggio di Gennaro Righelli.

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

__________________________________

 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

* ‘Pudore’ e ‘candore’ sono espressioni tematiche rispettivamente di

La copertina de "L'uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino", di Luigi Filippo D'Amico

La copertina de “L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino”, di Luigi Filippo D’Amico

Luigi Filippo D’Amico ne L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino, Palermo : Sellerio, 2007; e

Massimo Bontempelli nell’orazione funebre Pirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia d’Italia il 17 gennaio 1937, poi in Id., Introduzioni e discorsi, Milano : Bompiani, 1964.

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Si tenga tuttavia presente che la definizione dell’autore de La vita intensa e Nostra Dea risente della sua impostazione teorica dell’approccio con la realtà tipica del suo ‘realismo magico’; con tutto ciò la lettura di Bontempelli ha punti interessanti, sia sul piano personale sia perché nella definizione della sincerità nell’anima candida nel suo istinto delle cose, nell’approccio dell’artista con il reale, con l’ingenuità del «bambino che è pirandello non parlo di me copertina feltrinellistato», riprende molto da vicino un articolo di Pirandello, Non parlo di me, pubblicato sulla rivista “Occidente” nel 1933 e altri, citati in Simona Micali, Pirandello e il mito come archetipo, reperibile su PirandelloWeb.

*Per la distinzione tra società-civiltà-cultura “della colpa” e “della vergogna”, si legga E. R. Dodds, The Greeks and the irrational, University of California, Berkeley & Los Angeles 1951: trad. it.:  I greci e l’irrazionale (con presentazione di Arnaldo Momigliano), Firenze : Sansoni, 2003.

* Sul «cerchio magico» ci si sofferma su Nephelai anche nella lettura della novella Prima notte.

* Un elenco su web di film tratti da opere di Pirandello si trova anche alla voce Pirandello, Luigi, nell’Enciclopedia del cinema Treccani e altrove.

* Sul film La rosa di Frateili – e anche sull’abitudine al coinvolgimento reciproco (esclusivo?) dei membri del ‘clan’ D’Amico-Frateili-(Cecchi) -, La forma del fuoco e la memoria del vento: Gabriele Baldini saggista e narratore, a cura di Viola Papetti, Roma : Edizioni di storia e letteratura, 2005.

__________________________________

In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 200.

“una bella vedova, giovanissima, […] si trova sbalestrata in un paese del sud a fare la telefonista. Qui è fatta oggetto della tenera ammirazione del segretario comunale e delle mire oscene dei notabili del luogo. Partecipa a un ballo con una rosa tra i capelli, «intatta e pura» nella sua gioia in mezzo alla «bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata» dei ballerini, mentre il segretario la segue con lo sguardo estasiato.
«Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei». Il giovane è uno di quelli che guardano «come da lontano ogni cosa, perduto in un esilio angoscioso». Lei, accortasi a un tratto della «bestiale sovreccitazione» di quegli uomini, prova «ribrezzo e onta». La rosa le cade dai capelli, il sindaco la raccoglie e le propone di darla ad uno dei presenti in segno d’amore. La donna scarta tutti i ballerini e cerca il segretario, che impallidisce mortalmente, turbatissimo per la possibilità che gli si presenta. Tutti gridano che è una dichiarazione e lei gli chiede se davvero creda che lo sia. Lui, per salvaguardare l’innocente purezza della vedova, è costretto a dire di no e le restituisce la rosa.

Così rinuncia a realizzare l’amore, ma nello stesso tempo lo salvaguarda dal suo possibile degrado. Le rose si vagheggiano, non si colgono”.

_____________________________________________

Nota bene

Le immagini di Jenny Schulz-Lander, Antonietta Portulano, Marta Abba non sono utilizzate in quanto allusive alla tematica della novella.

_____________________________________________

et quod sequitur

Maria Amici


Emeroteca Maurolico Messina

Emeroteca del Liceo Classico "Maurolico" di Messina

la Ciarla

a cura di Giovanni Pistolato

Oggi nella Storia

"Oggi nella Storia" è un almanacco storico. Ogni giorno, scorrendo il calendario all'indietro, l'appuntamento con un avvenimento del passato.

Non solo Mozart

Il blog di Rita Charbonnier: scritture, ascolti, visioni

Nephelai

........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

Andrea Amici

Musica e scrittura nel labirinto della conoscenza umana

Il Blog di SanPaoloStore

Il Blog Ufficiale di San Paolo Store. Trovi recensioni e consigli su libri italiani, libri religiosi, libri per bambini, film in dvd e musica , oggetti sacri e articoli religiosi disponibili all'acquisto su SanPaolostore.it

Profumo d'antan

........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

LA LOCANDIERA

........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

Andrea Amici

........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

Non solo Mozart

........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

existence !

blog de philosophie imprévisible, dir. Jean-Paul Galibert