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Ciao, Vittorio…

desica-41374513Quarant’anni fa moriva Vittorio De Sica.

Dell’uomo ricco di ironia e spirito, dell’attore brillante e del regista profondoVittorio_De_Sica mi piace ricordare, in particolare, un film che ho visto e rivisto e sento particolarmente intenso:

“Il generale Della Rovere”, di Roberto Rossellini


In silenzio?

Il soggetto del primo film sonoro italiano in assoluto fu tratto da una novella di Luigi Pirandello.

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Eccone in alto, grazie alla solerzia di Silvia Montanari, la locandina; quella in basso è opera forse del pittore cartellonista Anselmo Ballester.

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La memoria, si sa, non mi assiste granché… ricordavo il fatto in sé, non il titolo: “La canzone dell’amore”.

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Fu effettivamente il primissimo film sonoro italiano, produzione nel 1930 di quella Cines di Pittaluga così spesso citata (e imprecata) da Pirandello in pittoreschi brani di lettere a Marta Abba.
(Mal) ricavato dalla novella “In silenzio”, opportun(istic)amente rimaneggiata da regista e sceneggiatore (rispettivamente Gennaro Righelli e Giorgio Simonelli), il film durante la lavorazione mutò titolo da “La piccola Butterfly” a “In silenzio” all’attuale. La decisione finale fu forse dettata da intenti promozionali, perché esso fosse sospinto di più grazie alla canzone del famoso, apprezzato C.A.Bixio: “Solo per te, Lucia”…

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La pellicola non ebbe però gran successo di pubblico, se non per la novità sorprendente, quindi solo in prima battuta. Tra gli spettatori, molti non capirono la difficoltà e il mancato effetto nel soggetto; i più raffinati non apprezzarono lo stravolgimento della novella, volgarmente banalizzata e cui fu imposto un lieto fine. Invece proprio la canzone restò, e resta tuttora, nell’ immaginario sonoro collettivo…

…et quod sequitur

Maria Amici


Un reperimento prezioso: Il fu Mattia Pascal di L’Herbier

Ivan Mozzhukhin carismatico interprete del protagonista ne Le feu Mathias Pascal, film di Marcel L'Herbier, 1926

Ivan Mozzhukhin, carismatico interprete del protagonista ne Le feu Mathias Pascal, film di Marcel L’Herbier, 1926*

Per i cultori, la possibilità inaudita – e, ritengo, il privilegio – di vedere, in italiano, il raro, prezioso film di Marcel L’Herbier, Il fu Mattia Pascal: denso di soluzioni tecniche interessanti e interpretato dal fascinoso Ivan Mozžuchin (o Mosjoukine), attore dotato di una recitazione equilibrata e carismatica…

Marcel L'Herbier, Pirandello e Ivan Mozzhukhin (Yvan Mosjoukin) 1925. Foto d'occasione per il film Il fu Mattia Pascal

Marcel L’Herbier, Pirandello e Ivan Mozzhukhin (Yvan Mosjoukin) 1925. Foto d’occasione per il film Le feu Mathias Pascal

..Talmente incisiva che, lessi, a distanza di anni lo stesso Pirandello, quando ripensava al suo Mattia, lo visualizzava nei modi e nel viso di Mosjoukine…

Feu Mathias Pascal Ivan Mozzhukhin (Yvan Mosjoukin) et Lois MoranLo avevo cercato parecchio, ma quando era ancora indisponibile, nei mesi prima dell’estate.

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Un grazie, di cuore, a Laura Nasta per l’erudita segnalazione e a Pirandelloweb per averla ospitata.

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N. B.:

I diritti appartengono ai rispettivi proprietari: l’indicazione su questo blog è effettuata esclusivamente per motivi e a finalità di studio, e mai di lucro.

*L’anno di produzione del film nelle attestazioni reperite curiosamente oscilla tra 1924, 1925, 1926; ugualmente l’ortografia del cognome dell’attore protagonista.

..et quod sequitur

Maria Amici


Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

– Qui c’è la versione precedente della scheda –

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versacepubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

  Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

  Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

  In specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, di quel paesino si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica.
Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario, l’unico disponibile.

  In questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, la focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi è tale da appannare – apparentemente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

     Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzate retoriche, i personaggi dei due ragazzini, Francesco e Daniele.
  Francesco vive con amarezza il rapporto col padre e con la società. Quegli, sì, peraltro lo picchia spesso ma, altrettanto frequentemente, quasi per paura che il figlio resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, tuttavia isolandosi affettivamente e isolandolo. Se, infatti, dinanzi a “Cesco” – rifugiatosi dietro al soprannome a metà tra fumetti e spaghetti-western “Cesco Kid” –  coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”.
  Daniele è figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia: una scelta non sua, che lo costringe ad una diversa forma di emarginazione, indefinita ma penosa. I genitori sono spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco, ma il ragazzo non molla. Anzi, se il profilo di Daniele sembra quasi impallidire rispetto a quello del compagno, non si può non notare che la figura di Cesco non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

  Solo apparentemente, si diceva, viene tuttavia dissimulato il peso della dis-cultura  dominante: perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

  Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico non meno che luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita.
Quella passione diviene un prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti: non solo dei genitori e dei gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi o piuttosto suoi sogni.
Diviene, quella passione,  specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione.

  In questa dinamica si inserisce il furto delle locandine, che i ragazzi, intimamente solidali eppure in competizione reciproca non meno che ognuno con se stesso, sottraggono alla bacheca del bar e del cinema del paese, sfidandolo.
Le locandine si rivelano dunque ‘emblema’ della vita stessa. In un ambiente che proprio la vita non garantisce come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, locandine e vita, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, a non essere risucchiati da un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale,  nega accoglienza all’individuo come persona, tanto meno lo sostiene quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

  E infatti “l’ambiente”, “la vita” non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ne risulta così ribadita la caratteristica di provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

  Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale possa condividere il carattere precario, solo l’amicizia in qualche modo sopravvive: fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione: pur nella lontananza, pur nella definitiva assenza dell’altro.

  Ed è l’amicizia a strutturare l’essere umano, l’essere umani: a favorire la maturazione di una coscienza adulta.

Maria Amici


Il Settimo Sigillo e l’essenza della Quest..

“Non smetterò mai di pormi domande.

Non smetterò mai di cercare„

 

 

Il fotomontaggio (o_O) è mio.
Il film da cui ho tratto le immagini è
Il Settimo Sigillo, di Ingmar Bergman


Scrittura e identità

“mi succede tuttora di dubitare di aver vissuto quei giorni

di aver stretto quell’amicizia

d’aver conosciuto chi era appena cascato sotto i miei occhi.

A questo corpo occorreva respiro ed io ho scritto queste pagine

ai suoi occhi vuoti occorreva uno sguardo

alle sue labbra un ultimo lamento

a questo sogno occorreva un dormiente”

da Una pura formalità, di Giuseppe Tornatore – 1994

Scrittura come (ricerca di) identità..?


Leggere… leggero

..ossia… Libri Consigliati

Target orientativo (specifico per una delle situazioni didattiche che ho sperimentato, non è un criterio generale):
classi del triennio di liceo classico

ISTRUZIONI PER L’USO:

Di seguito trovate segnalati varii libri, con l’indicazione della classe cui sono preferibilmente destinati (ma non ci sono pastoie in proposito).

Alla narrativa (e saggistica) classica contemporanea si susseguono autori di narrativa straniera, quindi i classici della Letteratura Italiana dall’Ottocento in poi.
Infine, vengono segnalati alcuni titoli di Cinematografia particolarmente interessante

 

ITALO CALVINO
Destinazione: tutte le classi
Perché leggere i classici (saggi)
I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente) narrativa
Destinazione: II e III
Il castello dei destini incrociati narrativa
Italo Calvino legge l’Orlando Furioso di L.Ariosto– Destinazione: in specie la II –
Lezioni americane (saggi)
Se una notte d’inverno un viaggiatore narrativa (Destinazione: in specie in III)

ANNA MARIA ORTESE
Destinazione: tutte le classi
Il mare non bagna Napoli

UMBERTO ECO
Destinazione: I
Il nome della rosa narrativa
Destinazione: II
L’isola del giorno prima narrativa
Destinazione: III
Sei passeggiate nei boschi narrativi (saggi)

JORGE L. BORGES
tutte le classi, in specie II e III:
L’Aleph
Finzioni

LEONARDO SCIASCIA
Destinazione: I
Il giorno della civetta narrativa
Il mare color del vino narrativa
Destinazione: II e III
La strega e il capitano narrativa (in specie in II)
Il cavaliere e la morte narrativa (in specie in III, insieme con “Il settimo sigillo” di Bergmann)
Todo modo narrativa
Porte aperte narrativa
Il contesto narrativa
A ciascuno il suo narrativa

CESARE PAVESE
Destinazione: I e II
La luna e i falò
Destinazione: II e III
Dialoghi con Leucò

C.E. GADDA

Destinazione: III
Quel pasticciaccio brutto de via Merulana

ANTONIO TABUCCHI
Destinazione: tutte le classi
La testa perduta di Damasceno Monteiranarrativa
Sostiene Pereira narrativa

 

Destinazione: tutte le classi

R.BRADBURY
Destinazione: in specie in I
Fahrenheit 451

JAMES JOYCE
Gente di Dublino

M.PROUST
Un amore di Swann (da Alla Ricerca del tempo perduto)

MILAN KUNDERA
in specie in III (e II)
L’insostenibile leggerezza dell’essere

HERMAN MELVILLE
Bartleby lo scrivano
Moby Dick

Senza tralasciare:

Destinazione: tutte le classi

MANZONI
I promessi sposi

VERGA
I Malavoglia

SVEVO
La Coscienza di Zeno

PIRANDELLO
Destinazione: I
Il fu Mattia Pascal
II e III
Uno nessuno centomila
Così è se vi pare

BASSANI

Il giardino dei Finzi Contini

 (l’elenco può e deve essere implementato)

CINEMATOGRAFIA

Destinazione: II
MEL GIBSON
Hamlet

I. BERGMANN
Destinazione: III
Il settimo sigillo (insieme con Il cavaliere e la morte di Sciascia)

W.WENDERS
Destinazione: I e II
Fino alla fine del mondo
III
Il cielo sopra Berlino
Così lontano così vicino


Sepolti dal tempo

Sepolti dal tempo

Il peccato di Lady Considine (Under capricorn), di Alfred Hitchcock

Film affascinante, e misteriosamente scomparso dalle programmazioni tv: “Il peccato di Lady Considine”, conosciuto (?) anche come “Sotto il capricorno” o “Gli amanti del capricorno” (figuriamoci).
Lo vidi da bambina in bianco e nero (e continuo a preferirlo tale, a colori diventa lezioso, sebbene sia dato come originariamente “Technicolor”).
“Under capricorn”, è il titolo originale, è un film di Alfred Hitchcock del 1949.

REGIA di A. Hitchcock – 1949
Sceneggiatura:
John Colton and Margaret Linden;
James Bridie
Hume Cronyn (adattamento)
Genere: Drammatico
Prodotto da: Sidney Bernstein
Alfred Hitchcock
Original Music by: Richard Addinsell
Fotografia di: Jack Cardiff
Cast:
Ingrid Bergman …. Lady Henrietta Flusky
Joseph Cotten Sam Flusky
Michael Wilding Hon. Charles Adare

Un giovanotto irlandese, Adare, cugino del governatore, si trasferisce in Australia: terra in cui ci si costruiva, ai tempi (il film è ambientato nel 1831) “una nuova vita” come altri, ex galeotti e giovani debosciati o cadetti in cerca di alternativa.

Moglie proprio di un ex carcerato che ha fatto fortuna è una cugina di Adare, che egli cerca di proteggere: le sue allucinazioni, le paranoie, sono davvero dovute all’alcool?

Il finale è straordinariamente intenso, ma più ancora certe scene in cui campeggia una Bergman fragile e dolente, nei suoi vaneggiamenti (ma sono tali?) da psicopatica.

La Bergman offre una prova, come disturbata psichica, eccellente – pari a quella di “Angoscia” – e Cotten a causa dell’ondeggiamento sul ruolo (marito crudele o premuroso?) è assai convincente – e in parte attira empatia più lui che la moglie.

Sicuramente ne attira più del fastidioso (forse volutamente) Wilding nel ruolo del cugino Adare, un personaggio in fondo leccato che in maniera sin troppo vista (almeno al giorno d’oggi) tira fuori infine il carattere.

Hitchcock, il sadico Hitch, è sempre lui: non ritengo si tratti di un film minore, sebbene così sia stato trattato dalle programmazioni che hanno seppellito la pellicola…

Io stessa al momento son riuscita a trovarne in dvd solo l’edizione originale, e con sforzo.

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“L’ombra del dubbio”, di Alfred Hitchcock

Regia Alfred Hitchcock

Soggetto Gordon McDonell
Sceneggiatura Thornton Wilder, Sally Benson e Alma Reville
Fotografia Joseph A. Valentine
Montaggio Milton Carruth
Musiche Franz Lehár e Dimitri Tiomkin
Personaggi e interpreti:
Teresa Wright: Carla
Joseph Cotten: Zio Carlo

Meno interessante, a mio avviso, ma l’ho visto ugualmente.

Sembra irrimediabilmente ‘vecchio’, in situazioni, dialoghi, atteggiamenti, cliché. Ma attendo di qui a poco il ‘colpo d’ala’ del maestro.

Lo scavo nel cattivo. La consapevolezza man mano sempre più inquietante, minacciosa tanto più quanto ad essa si sia refrattari, poi la fatica dell’essere una giovane Cassandra. Il ritratto ambiguo e affascinante del personaggio negativo eppure amato e creduto.

Non il film migliore di Hitchcock, ma malgrado qualche fitto velo di muffa, la non amata protagonista femminile e un doppiaggio ignobile, conserva il suo fascino.


Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

Qui c’è la versione aggiornata della scheda

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versace, pubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato, ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

Di esso, specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica. Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario.

La focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi e le loro “gesta”, le sfide reciproche e all’”altro”, in questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, è tale da appannare – apparentemente, inizialmente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzati eroismi:
Francesco – il cui padre sì lo picchia spesso ma altrettanto frequentemente quasi per paura che resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, peraltro isolandolo e isolandosi affettivamente: “Cesco”, dinanzi al quale se coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”;
Daniele – figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia (scelta che lo costringe ad una, diversa e non definita ma penosa, se non pensosa, forma di emarginazione), e spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco -: Daniele, la cui figura sembra quasi ‘impallidire’ rispetto a quella del compagno, che pure non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

Solo apparentemente, si diceva, tuttavia, perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico;  diviene luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita; diviene prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti – non solo i genitori, i gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi, o i suoi sogni -;  diviene specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione:  le locandine, che peraltro i ragazzi intimamente solidali sfidano ognuno se stesso e l’amico a sottrarre alla bacheca del bar e del cinema del paese, si rivelano ‘emblema’ di una vita che, dall’ambiente non garantita come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, ad imporsi, senza esserne risucchiati, ad un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale (rapporto che ci è spontaneo cucire, se non suggerito dal testo),  non è intenzionato ad accogliere l’individuo – e giammai a curarlo o a metterlo in luce-, come persona sensibile, autonoma, protagonista, tanto meno quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

E infatti “l’ambiente”, “la vita”, non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ribadendone la provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale – e stretta dalla vita – possa condividere il carattere precario, è l’amicizia, fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione, a strutturare l’essere umano, l’essere umani, a favorire la maturazione e la formazione di una coscienza adulta.

Maria Amici

Un'immagine di Graziano Versace, l'Autore
Un’immagine di Graziano Versace, l’Autore

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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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