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Claudio Abbado: in memoria

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Oggi, 20 gennaio 2014, Claudio Abbado si spegne, nel silenzio.

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Non è un eccesso, in riguardo ad una persona e un personaggio di tale profilo eppure di discrezione pari all’abnegazione, precisare che non necessita di presentazioni, tanto meno della mia.

via digitalconcerthall.com

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Desidero qui solo partecipare – con la famiglia e con chi lo ammirava ed amava – il dolore autentico che provo a leggere della Sua scomparsa.

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Le sue interpretazioni, che ho preziosamente amato, sono state -per me e per tanti- di profonda ispirazione e compagne di vita nei momenti critici infondendo, se non serenità, Significato.

Lo onoro quale musicista eccelso e spirito di eccezionale tempra in umanità, coscienza e virtù civile.

via contattonews.it

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Rispetto e ammiro oltre che il mirabile Direttore d’Orchestra, il Claudio Abbado Ichneuta, anch’egli ‘segugio’, cultore e trasmettitore instancabile di Arte e Conoscenza.

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Grazie, Maestro.

A presto.

et quod sequitur..

Maria Amici

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Abbado via web

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Claudio Abbado conduce la Quinta Sinfonia di Ludwig van Beethoven, HD

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Medea: l’ineffabilità del sophòs indefinibilità dell’umano

– La scheda, integrata da ulteriori considerazioni, è desunta dal contributo recentemente pubblicato su Nephelai:

Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano” –

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Una complessa griglia concettuale accompagna nella tradizione la figura di Medea, inquietante (ma impossibile ad abbandonarsi) interlocutrice e speculum – nella varietà dei virtuali significati – della società, della cultura e soprattutto dell’umano.

Il mito di Medea, connesso a quello degli “Argonauti” – la cui vicenda coinvolge eroi più anziani di almeno una generazione di quelli dei due poemi omerici –, è assai antico e passibile di successive rielaborazioni: è attestato nella Teogonia di Esiodo, nella Guida della Grecia di Pausania; in  tragedie, non pervenute, di Eschilo e di Sofocle, nella Medea di Neofrone e in due di Euripide, le Peliadi e la più nota, e tràdita, Medea; il mito è per di più veicolato con notevoli varianti (ne tratta in un suo studio Bruno Gentili, riprendendo fonti risalenti all’VIII-VII secolo a.C., una testimonianza attribuibile a Creofilo di Samo in uno scolio di Didimo alla Medea di Euripide e inoltre uno scolio alla XIII Olimpica di Pindaro). L’attraversamento – anch’esso una serie di metamorfosi –, di diverse fasi, da vergine innamorata a donna passionale a maga sanguinaria, domina la figura nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, del III secolo a.C.

Segnata dall’archetipo dell’essere sinistro e demoniaco l’immagine che Ovidio nelle Metamorfosi e Seneca nella tragedia omonima trasmettono dell’eroina quale barbara terribile, presa dal furore della gelosia, donna crudele dominata dall’odio e dal desiderio di vendetta; tali caratteristiche tornano nelle opere di Boccaccio, di Corneille, di Anouilh; da Grillparzer (1822) a Corrado Alvaro si attesterà invece una decisiva umanizzazione della protagonista, che finirà per interpretare le problematiche più ricorrenti del XX sec.

Un frammento di papiro che riporta alcuni versi della Medea di Euripide

La dinamica passato-presente è fortemente attiva nella Medea di Euripide, e come anche in Cassandra si attiva nella cerniera della memoria e della ricerca tentata e sempre viva di rivedere tale dinamica in una consequenzialità schiacciante nella storia, come altri tragediografi hanno intravisto quale motore drammatico e impasse esistenziale per l’uomo il dramma di un passato-memoria della famiglia, atavico e però determinante per il presente.

La tragedia di Euripide si apre con uno squarcio che dà direttamente sulla memoria, un ponte nel tempo, un volo come quello della nave Argo: mai né esso né la ricerca del Vello d’oro si sarebbero dovuti compiere, né la nave si sarebbe mai dovuta costruire: cosicché mai Medea si sarebbe accesa d’amore per Giasone, mai da esso sarebbe stata schiacciata, mai avrebbe tramato la distruzione di Pelia ingannandone le figlie a compiere l’atroce parricidio… mai sarebbe venuta ad abitare, esule eppure inizialmente gradita ai cittadini, a Corinto. Mai dall’eroe sarebbe stata tradita, mai si sarebbe compiuto ciò che la nutrice, sin dall’inizio tremando per il futuro, paventa: “Temo per i figli”.

La memoria scava a riaffermare che le radici di quel che succede nel presente, con una consequenzialità atroce, si rivelano consolidate in un passato di orrori, di cui peraltro la stessa Medea è stata artefice.

Nel presente, ora, infelice, offesa, Medea invoca i giuramenti di un tempo, le solenni promesse fattele da Giasone, invoca gli dei a testimoni di ciò che ha ricevuto in cambio da Giasone, per i favori resigli nel passato. È un tòpos, quello dell’eroina amante abbandonata, dopo che ha aiutato l’amato, dopo che questi le ha giurato amore e fedeltà per il futuro: lo ritroviamo nell’Arianna di Catullo (carme 64), e nel libro III delle Argonautiche.

il mito di Medea in un sarcofago conservato nel Pergamon Museum di Berlino

La vicenda è nota: una giovanissima Medea, figlia di Eeta re dei Colchi e discendente del dio Sole, si innamora a prima vista dell’eroe cui suo padre aveva imposto prove proibitive da affrontare per conquistare il vello d’oro. Eeta spera di eliminare l’intruso, ma a Giasone la maga-fanciulla offre pozioni che gli permetteranno di superare la prova, conservando la vita contro le aspettative del re. Secondo alcune delle varianti Medea uccide il fratello Apsirto e ne smembra il cadavere costringendo il padre a desistere dall’inseguimento dei fuggiaschi per ricostituirlo, contro il terribile taboo della mancata sepoltura. Giunti a Corinto, Giasone mira al matrimonio con la figlia del re Creonte, abbandonando l’ormai inutile Medea malgrado i due figli avuti da lei.

Online was in: http://www.indafondazione.org/

Valeria Moriconi interpreta Medea. Teatro greco di Siracusa, 1996

Non meno scomodo, problematico, esigente, il personaggio di Medea rispetto a quello di Cassandra, segnato, anch’esso, da un rapporto con la conoscenza e con la consapevolezza, che si rivelerà rovinoso: un processo, tuttavia, che non coinvolgerà lei in prima persona, ma precipiterà nell’Ade i suoi congiunti (la tragedia di Euripide prevede l’infanticidio) non meno che i suoi nemici; peraltro Medea giura per Ecate, che abita nei penetrali della sua casa, e di Ecate dea della magia legata al mondo delle Ombre (come scrive Eva Cantarella) Medea è sacerdotessa e conosce pozioni misteriose sinistramente connesse a quel mondo.

La conoscenza, la sapienza, che le viene infatti riconosciuta – e temuta – da Creonte, è proprio quella della maga: ma Euripide gliene attribuisce un’altra, ben più profonda, significativa e coinvolgente anche per l’intellettuale a lui e a noi contemporaneo.

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini, 1969

Euripide, la cui misoginia è un’ipotesi ermeneutica oggi scartata dai più autorevoli studiosi, concepisce il suo personaggio in una situazione di scacco provocata da difficoltà di plurima genesi:

– dallo status di donna (e per questo in situazione di inferiorità rispetto all’uomo, sociale non meno che tradizionale, atavica – sebbene non archetipica –);

– dallo status di straniera (infatti non accomuna la sua situazione a quella delle donne di Corinto, che inizialmente la appoggiano ma dall’esterno);

– dallo status di “saggia”: per le arti di maga, sì, ma anche proprio riflettendo la condizione dell’intellettuale e il conseguente disagio di chi per ciò solo è considerato inutile o pericoloso e paga in termini di incomprensione e ripulsa, e di emarginazione, il proprio essere sophòs.

Medea in un affresco pompeiano

In quest’ultimo infatti la società intuisce la nux dell’eversione implicita in un sapere che in grazia stessa del suo essere e del suo essere consapevole e critico può demistificare le ingiustizie e gli inganni su cui è fondato l’ordinamento politico e sociale:  primi tra tutti l’inferiorità etica e civile in cui la società relega la donna, la sopraffazione del diverso e dell’individuo in sé, e l’ipocrita presunzione di Atene d’essere detentrice di una democrazia indefettibilmente basata sugli alti valori della legge e di Dìke.

Vari personaggi, presentati in sinergia, riconoscono infatti la colpevolezza di Giasone, esprimendo una condanna non solo di ordine etico ma anche giuridico e religioso: non solo è il peggiore degli uomini ma è anche colpevole di adikein: e ciò implica che, qualora offesa dall’uomo, anche alla donna (e tra parentesi anche alla donna barbara), pur di per sé “indifesa e sottoposta alla discrezionalità altrui”, è riconosciuto che sia “titolare di diritti nei confronti del marito” (De Benedetto). In più, Giasone ha tradito i giuramenti, e dei giuramenti è custode Zeus. Medea è straniera a Corinto e pertanto non c’è istituto giuridico che la tuteli, ma Euripide chiama tout court ingiustizia ingiusta (per di più cioè commessa contro un benefattore) quella di Giasone e Glauce e rileva il vuoto normativo, l’insufficienza della situazione e della ritorsione punitiva della polis. Non è propositivo, ma polemico, Euripide: e inscena una linea di conseguenze esacerbate e anch’esse irrisarcibili, senza ritorno: la Medea è una tragedia senza catarsi.

All’impasse, alla situazione di scacco su citata, Medea reagisce con la consapevolezza, reagisce mediante un lucido razionalismo che piuttosto che presentarsi in contrasto è la capacità che intravede una forza impossibile da dominare nel thymòs, forza irresistibile che reca conseguenze irreparabili e, Medea ne è cosciente, dense di una sofferenza che la lacererà: eppure – e questo a liquidare l’intellettualismo etico socratico – Medea sa che sta compiendo il male e che per esso soffrirà e dovrà sostenere, eroicamente (tàlaina tolmèso), mali tremendi: e però ugualmente agisce, e in un modo tale che a lei è conferito l’epiteto proprio di Ade, miaiphonos (colui che è macchiato di sangue).

Medea fugge sul carro del Sole, mentre Giasone brandisce la spada contro di lei, hydria lucana, attribuita al Pittore di Policoro, Policoro, Museo Nazionale della Siritide, 400 a.C. circa

E, come in generale nella tragedia greca la cultura magico-primitiva, il dato mitico di Medea sapiente anche nella magia – anche ma non solo, giacché capace di razionalismo impeccabile – conferisce una risonanza sinistra, uno sfondo inquietante, che si rivela irriducibile in una cultura di segno diverso, razionalistica e apollinea, che solo apparentemente si pone come vincente ed è invece travolta nel sangue e nell’oscurità.

Medea sul carro del Sole, dopo l’assassinio dei figli, cratere lucano a calice, vicino allo stile del Pittore di Policoro, Cleveland, Museum of Art, 400 a.C. circa

Così come il delirio da baccante faceva scivolare Cassandra nell’imprendibilità, definitivamente inafferrabile resta Medea, che sfugge ad un’unica categoria che possa incapsularla e da sola definirla, nel lessico come nell’agire: e ne è segno non solo la spiazzante impossibilità di immedesimazione nei suoi confronti (e a ciò serve l’infanticidio) bensì anche la finale utilizzazione di Medea stessa quale dea ex machina (deus ex machina, si ribadisce, di una tragedia senza soluzione), quando, ancora una volta affermandosi unica ad amare i propri figli e loro tutela e vindice, e rivendicandosi maga e di discendenza divina (dal Sole appunto), fugge, diretta ad Atene, sul carro alato del Sole.

Risulta così, Medea – e così il drammaturgo la consegna, stratificata e vibrante alla posterità -, non meno una amara riflessione da parte dell’intellettuale scomodo Euripide, che una metafora inquietante dell’ineffabilità, della – essa sola definitiva – indefinibilità dell’umano.

Maria Amici


Cassandra: l’ineffabilità della conoscenza scomoda

– La scheda, integrata da ulteriori considerazioni, è desunta dal contributo recentemente pubblicato su Nephelai:

Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano” –

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Nella percezione comune, Cassandra vive particolarmente nell’antonomasia che col suo nome lessicalizza l’inascoltato portatore di previsioni di sventure: o persino lo iettatore, il menagramo.

Il personaggio in tale consistenza drammatica attraversa di fatto i millenni: tuttavia da subito assume una dimensione assai più profonda, una poliedricità inquietante per i suoi significati e perché riflesso di società e cultura non meno che della perenne indagine critica cui sono sottoposte da parte di intellettuali (ugualmente inascoltati?)

Dell’arte profetica di Cassandra non è attestazione nei poemi omerici:

Clitennestra uccide Cassandra: Kylix attica a figure rosse, 430 a.C., attribuita al Pittore di Marlay. Tomba 264 Valle Trebba

  •  nell’Iliade è nominata due volte, una per le qualità estetiche (è detta la più bella delle figlie di Priamo e promessa sposa a Otrionèo) e l’altra perché avvista il padre Priamo tornare recando il corpo di Ettore;
  •  nella nèkyia dell’Odissea durante la katàbasis del protagonista nell’Ade, in un incontro con l’inconoscibile e l’inconnu da parte di Ulisse, ma ex post facto per il personaggio narrante, l’ombra di Agamennone racconta la morte propria e di Cassandra per mano di Clitennestra.

Cassandra, principessa troiana tra i figli legittimi di Priamo in quanto nata da Ecuba, in leggende post-omeriche e nelle diverse rielaborazioni letterarie diviene il simbolo del personaggio calpestato e vilipeso: scomodo detentore di una conoscenza difficile e inascoltata, e vittima precipua e la più oltraggiata dal sistema-guerra.

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Nella sua doppia “maledizione” d’esser donna e figlia di nazioni sconfitte, paga infatti, e non da sola, lo scotto maggiore dell’esito di condizioni e iniziative (e politiche) non sue: nello spirito e nel corpo brutalizzati quale oggetto di stupro, ulteriormente svalorizzato e dequalificato perché ridotto a schiava – e concubina –  del vincitore, e in generale reificato in quanto “bottino di guerra”.

Anche sotto questo rispetto, si affileranno le critiche antimilitariste dell’Euripide delle Troiane, tragedia che riassume il dramma di un popolo, e nondimeno dell’essere umano, nelle diverse sorti, e tipologie, di prigioniere:

Caduta di Troia: al centro la statua di Pallade Atena cui si rifugia Cassandra inseguita da Aiace (Cratere attico a figure rosse dalla tomba 136A di Valle Pega, Ferrara, Museo Archeologico Nazionale)

Andromaca, Ecuba, Cassandra, purtroppo profili attualissimi a tutt’oggi in note, e famigerate, vicende belliche, forse persino più efferate dello scempio e del massacro, da parte ateniese, degli abitanti della isola di Melo, renitenti alla lega delio-attica, che furono uno dei moventi occasionali della suddetta tragedia euripidea.

Cassandra è però differenziata in un tratto che potrebbe renderla invece protagonista, in autorità e decisionalità: non tanto perché figlia di re (dato poco rilevante), ma come “portatrice sana” di un dono eccelso in cui è ravvisabile – apparentemente – un privilegio: la divinazione, la predizione del futuro, derivata non da chiaroveggenza ma (come in altre artes, non ultima la poesia) dall’enthousiasmòs, dall’essere posseduti dal divino.

Citiamo due diverse versioni quanto all’origine del conferimento di tale potere:

  •  secondo una, che viene riferita anche da Scholia all’Iliade, Cassandra e il gemello Eleno, infanti, sarebbero stati toccati con la lingua nei loro organi di senso da due serpenti mentre erano incustoditi durante festeggiamenti alla reggia;

    Apollo tenta di rapire Dafne. Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini (1622-1625), Galleria Borghese a Roma.

  •  secondo un’altra più nota, attestata anche dalla Biblioteca (opera risalente al I-II secolo e successivamente epitomata, ma compilazione di materiali leggendari tradizionali preesistenti, legati alla mitologia greca e all’epica eroica, e oggi attribuita ad autore convenzionalmente indicato come Pseudo-Apollodoro), sarebbe stato Apollo, innamorato di lei e respinto, ad insegnarle l’arte profetica ma anche a negarle il dono della persuasione.

La ierogamia per il ritrarsi di Cassandra non si consuma, il corpo della sacerdotessa per il suo rifiuto non ha sino in fondo accolto in sé lo pnèuma enthousiastikòn (e sottraendosi al possesso divino resta in balìa della profanazione da parte del desiderio umano): giacché Cassandra non volle concedersi al dio, questi le avrebbe lasciato il dono della profezia ma privandola d’esser considerata attendibile.

Vaticinio della caduta di Troia da parte di Cassandra, presenti Priamo, Paride, Ettore, dalla Casa del Forno, Pompei (I, 2, 28), III stile pompeiano (20-30 d.C.), ora in Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inv. nr. 111476)

Conseguentemente, Cassandra continuava sì ad esercitare la predizione e ad avvertire gli interlocutori dei disastri imminenti (la riammissione di Paride a corte, il suo viaggio a Sparta e il ritorno a Troia con Elena avrebbero provocato la guerra di Ilio; e poi l’introduzione del Cavallo entro le mura la distruzione della città) ma, ben lungi dall’essere integrata al potere e suo (utile) strumento organico, non solo non ne veniva creduta ma la sua era considerata una insania, una follia inaffidabile, uno stigma e un mìasma, segno di maledizione, da deridere e allontanare.

Eminentemente scomodo risulta infatti un personaggio che tratti semantici o solo concettuali condivide con altri manteis, sin dall’Iliade ugualmente ispidi, come interpreti non sempre ascoltati – o almeno non fino alle estreme conseguenze –: si pensi agli indovini convocati da Agamennone per la disamina delle viscere e dei segni del cielo a comprendere l’ira di quale dio e a cosa sia dovuta la contaminazione che distoglie dalla vittoria, fino al non meno indesiderabile Tiresia dell’Edipo Re sofocleo, e oltre. Essi infatti sanno leggere (diremmo, con sintagma iliadico) pròsso kài opìsso (avanti e indietro, il prima e il dopo, con suggestiva cooperazione degli ambiti spazio-tempo). La loro peculiarità è non solo il leggere il futuro, ma la capacità di metterlo in rapporto significativo e cogente, consequenziale, con il passato: sanno cogliere non solo l’esito distruttore, ma l’innesco rovinoso, trasversale nel tempo e nello spazio.

È una tematica che paradigmaticamente ritroviamo nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle: il mìasma, la piaga – la maledizione da parte degli dei di chi ha mancato contro lo statuto esclusivo del dio, non concesso all’umano, eccedendo in hybris –,  non viene ritorto e rivolto solo ad personam, ma anche alla stirpe.

Nell’Agamennone di Eschilo, che, in un’ottantina di versi,

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

su Cassandra è la fonte principale, la profetessa rievoca significativamente le azioni terribili degli Atridi, che ne hanno funestato la discendenza e avrebbero coinvolto in una spirale di sangue e orrore anche Agamennone e i suoi figli:

Oreste uccide Clitemnestra che si scopre il seno, alla presenza di una Erinni che lo minaccia (cfr. Aesch., Cho., vv. 896-898), Anfora pestana attribuita al Pittore di Würzburg H 5739, 350-340 a.C. circa, Malibu, J.P. Getty Museum 80.AE.155.1

e Cassandra in un crescendo drammatico non esita a preannunziarla, né teme che coinvolgerà anche lei stessa, votata – in un sacrificio di sangue ma non purificatore – alla stessa morte dell’Atride per mano di Clitennestra, e ugualmente prevede la vendetta di Oreste che “fuggiasco, bandito da questa terra, ritornerà qui a mettere il suggello all’edificio di sciagure innalzato dai suoi”.

Aiace rapisce Cassandra, Pittore di Kleophrades, hydria attica a figure rosse, ca. 480-475 a.C.. Napoli, Museo Archeologico Nazionale 2422

Tuttavia, inutile è la prescienza – e la conoscenza – di Cassandra: lei stessa previene il Coro: Apollo che le ha concesso l’ars, “vegliava” perché lei fosse “sbeffeggiata” e nessuno le prestasse fede.

Nell’Agamennone eschileo Cassandra è invasata dal furore profetico e dal dio in un tremito che è lessicalmente assimilato (mediante la scelta di pònos) al travaglio e per questo considerato con deferenza ma solo finché non se ne rivela il messaggio, naturalmente inaccettato.

Aiace (AIVAS) e Cassandra (CAŠNTRA): Tomba François di Vulci

Nelle Troiane euripidee è sbattuta dal delirio a vagare in una comunicazione fittamente segnata da ambiguità tra predizione e canto nuziale confuso con la preghiera votiva ad Ecate signora dell’oltretomba, venati – predizione e imeneo – di tratti sinistri ancorché riflettenti una realtà una volta di più respinta dagli ascoltatori: e dalla madre Ecuba per prima, che interviene a conculcare gli slanci pervasi da insania, da “menade frenetica” e dissennata, di una figlia cui – afferma, e il paradosso solo il fruitore (spettatore, lettore..) può coglierlo – neppure la sventura ha restituito l’equilibrio.

Aiace rapisce Cassandra: cratere a volute del Pittore di Licurgo (Museo Nazionale di Napoli) (360-350 a.C.)

Neanche la condivisione del destino stimola simpatia e com-passione per chi ‘sa’ e non tace: e che peraltro (ed ecco la frattura che genera il tragico) non può tacere perché al suo silenzio vede legata la rovina del proprio mondo – o almeno, nel proprio canto pur inascoltato, la prospettiva di un riscatto.

Prima di ulteriori riusi, la figura di Cassandra chiude -da un certo punto di vista- l’età antica, non meno misteriosa nei suoi vaneggiamenti: nella Alessandra di Licofrone, poema drammatico in trimetri giambici risalente forse al III sec. a.C., l’inascoltabilità della profetessa è ribadita da uno stile sapiente, che talora indulge al realismo macabro, ma sempre resta allusivo e nebuloso nell’evocazione dei miti.

L’Alessandra, nei secoli dibattuta dalla critica con avversi esiti, si propone dunque così a temporaneo suggello di un personaggio più di altri – per l’intellettuale e per l’uomo che si faccia realmente testimone e ‘profeta‘ del presente, in una società che illude soltanto di accettarlo -, segno dilaniato e contaminato dell’ineffabilità di verità scomode e rimosse.

Maria Amici


Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano*

*Il contributo, poi sostituito con un altro della stessa autrice per motivi logistici, era stato richiesto con le finalità cui assolve nell’ambito dell’“Omaggio a Christa Wolf”, organizzato presso la Biblioteca pubblica “Giorgianni Macrì” del Liceo classico “F. Maurolico” di Messina, nell’a.s. 2011-2012.

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Preliminarmente, desidero individuare alcuni tratti peculiari della presente comunicazione.

Essa, consistendo unicamente di un memorandum dei due personaggi nella cultura classica, non si pone quale contributo

 in risultato di una specifica ricerca, né sul mito greco, né sui personaggi di Cassandra e di Medea, che avrebbe finito per sbilanciare, se non altro nei tempi, il focus oggi richiesto ai partecipanti tutti; non è neppure una disamina del riuso – o della strumentalizzazione (eventuale? effettiva?) – delle fonti mitologiche da parte di Christa Wolf nella sua rilettura: forse non originale se non per istanze di attualizzazione ma alternativa rispetto ad una parte della tradizione stessa: anzi potrebbe essere, questa, materia di successivi interrogativi.

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Dell’arte profetica di Cassandra non è attestazione nei poemi omerici:

Clitennestra uccide Cassandra: Kylix attica a figure rosse, 430 a.C., attribuita al Pittore di Marlay. Tomba 264 Valle Trebba

  •  nell’Iliade è nominata due volte, una per le qualità estetiche (è detta la più bella delle figlie di Priamo e promessa sposa a Otrionèo) e l’altra perché avvista il padre Priamo tornare recando il corpo di Ettore;
  •  nella nèkyia dell’Odissea durante la katàbasis del protagonista nell’Ade, in un incontro con l’inconoscibile e l’inconnu da parte di Ulisse, ma ex post facto per il personaggio narrante, l’ombra di Agamennone racconta la morte propria e di Cassandra per mano di Clitennestra.

Cassandra, principessa troiana tra i figli legittimi di Priamo in quanto nata da Ecuba, in leggende post-omeriche e nelle diverse rielaborazioni letterarie diviene il simbolo del personaggio calpestato e vilipeso: scomodo detentore di una conoscenza difficile e inascoltata, e vittima precipua e la più oltraggiata dal sistema-guerra.

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Ajax and Cassandra by Solomon Joseph Solomon, 1886

Nella sua doppia “maledizione” d’esser donna e figlia di nazioni sconfitte, paga infatti, e non da sola, lo scotto maggiore dell’esito di condizioni e iniziative (e politiche) non sue: nello spirito e nel corpo brutalizzati quale oggetto di stupro, ulteriormente svalorizzato e dequalificato perché ridotto a schiava – e concubina –  del vincitore, e in generale reificato in quanto “bottino di guerra”.

Anche sotto questo rispetto, si affileranno le critiche antimilitariste dell’Euripide delle Troiane, tragedia che riassume il dramma di un popolo, e nondimeno dell’essere umano, nelle diverse sorti, e tipologie, di prigioniere:

Caduta di Troia: al centro la statua di Pallade Atena cui si rifugia Cassandra inseguita da Aiace (Cratere attico a figure rosse dalla tomba 136A di Valle Pega, Ferrara, Museo Archeologico Nazionale)

Andromaca, Ecuba, Cassandra, purtroppo profili attualissimi a tutt’oggi in note, e famigerate, vicende belliche, forse persino più efferate dello scempio e del massacro, da parte ateniese, degli abitanti della isola di Melo, renitenti alla lega delio-attica, che furono uno dei moventi occasionali della suddetta tragedia euripidea.

Cassandra è però differenziata in un tratto che potrebbe renderla invece protagonista, in autorità e decisionalità: non tanto perché figlia di re (dato poco rilevante), ma come “portatrice sana” di un dono eccelso in cui è ravvisabile – apparentemente – un privilegio: la divinazione, la predizione del futuro, derivata non da chiaroveggenza ma (come in altre artes, non ultima la poesia) dall’enthousiasmòs, dall’essere posseduti dal divino.

Citiamo due diverse versioni quanto all’origine del conferimento di tale potere:

  •  secondo una, che viene riferita anche da Scholia all’Iliade, Cassandra e il gemello Eleno, infanti, sarebbero stati toccati con la lingua nei loro organi di senso da due serpenti mentre erano incustoditi durante festeggiamenti alla reggia;

    Apollo tenta di rapire Dafne. Gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini (1622-1625), Galleria Borghese a Roma.

  •  secondo un’altra più nota, attestata anche dalla Biblioteca (opera risalente al I-II secolo e successivamente epitomata, ma compilazione di materiali leggendari tradizionali preesistenti, legati alla mitologia greca e all’epica eroica, e oggi attribuita ad autore convenzionalmente indicato come Pseudo-Apollodoro), sarebbe stato Apollo, innamorato di lei e respinto, ad insegnarle l’arte profetica ma anche a negarle il dono della persuasione.

La ierogamia per il ritrarsi di Cassandra non si consuma, il corpo della sacerdotessa per il suo rifiuto non ha sino in fondo accolto in sé lo pnèuma enthousiastikòn (e sottraendosi al possesso divino resta in balìa della profanazione da parte del desiderio umano): giacché Cassandra non volle concedersi al dio, questi le avrebbe lasciato il dono della profezia ma privandola d’esser considerata attendibile.

Vaticinio della caduta di Troia da parte di Cassandra, presenti Priamo, Paride, Ettore, dalla Casa del Forno, Pompei (I, 2, 28), III stile pompeiano (20-30 d.C.), ora in Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inv. nr. 111476)

Conseguentemente, Cassandra continuava sì ad esercitare la predizione e ad avvertire gli interlocutori dei disastri imminenti (la riammissione di Paride a corte, il suo viaggio a Sparta e il ritorno a Troia con Elena avrebbero provocato la guerra di Ilio; e poi l’introduzione del Cavallo entro le mura la distruzione della città) ma, ben lungi dall’essere integrata al potere e suo (utile) strumento organico, non solo non ne veniva creduta ma la sua era considerata una insania, una follia inaffidabile, uno stigma e un mìasma, segno di maledizione, da deridere e allontanare.

Eminentemente scomodo risulta infatti un personaggio che tratti semantici o solo concettuali condivide con altri manteis, sin dall’Iliade ugualmente ispidi, come interpreti non sempre ascoltati – o almeno non fino alle estreme conseguenze –: si pensi agli indovini convocati da Agamennone per la disamina delle viscere e dei segni del cielo a comprendere l’ira di quale dio e a cosa sia dovuta la contaminazione che distoglie dalla vittoria, fino al non meno indesiderabile Tiresia dell’Edipo Re sofocleo, e oltre. Essi infatti sanno leggere (diremmo, con sintagma iliadico) pròsso kài opìsso (avanti e indietro, il prima e il dopo, con suggestiva cooperazione degli ambiti spazio-tempo). La loro peculiarità è non solo il leggere il futuro, ma la capacità di metterlo in rapporto significativo e cogente, consequenziale, con il passato: sanno cogliere non solo l’esito distruttore, ma l’innesco rovinoso, trasversale nel tempo e nello spazio.

È una tematica che paradigmaticamente ritroviamo nelle tragedie di Eschilo e di Sofocle: il mìasma, la piaga – la maledizione da parte degli dei di chi ha mancato contro lo statuto esclusivo del dio, non concesso all’umano, eccedendo in hybris –,  non viene ritorto e rivolto solo ad personam, ma anche alla stirpe.

Nell’Agamennone di Eschilo, che, in un’ottantina di versi,

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

Egisto assassina Agamennone; Oreste Egisto, alla presenza di Clitemnestra e altre figure femminili; Cratere attico attribuito al Pittore della Dokimasia, ca. 470 a.C., Boston, Museum of Fine Arts 63.1246

su Cassandra è la fonte principale, la profetessa rievoca significativamente le azioni terribili degli Atridi, che ne hanno funestato la discendenza e avrebbero coinvolto in una spirale di sangue e orrore anche Agamennone e i suoi figli:

Oreste uccide Clitemnestra che si scopre il seno, alla presenza di una Erinni che lo minaccia (cfr. Aesch., Cho., vv. 896-898), Anfora pestana attribuita al Pittore di Würzburg H 5739, 350-340 a.C. circa, Malibu, J.P. Getty Museum 80.AE.155.1

e Cassandra in un crescendo drammatico non esita a preannunziarla, né teme che coinvolgerà anche lei stessa, votata – in un sacrificio di sangue ma non purificatore – alla stessa morte dell’Atride per mano di Clitennestra, e ugualmente prevede la vendetta di Oreste che “fuggiasco, bandito da questa terra, ritornerà qui a mettere il suggello all’edificio di sciagure innalzato dai suoi”.

Aiace rapisce Cassandra, Pittore di Kleophrades, hydria attica a figure rosse, ca. 480-475 a.C.. Napoli, Museo Archeologico Nazionale 2422

Tuttavia, inutile è la prescienza – e la conoscenza – di Cassandra: lei stessa previene il Coro: Apollo che le ha concesso l’ars, “vegliava” perché lei fosse “sbeffeggiata” e nessuno le prestasse fede.

Nell’Agamennone eschileo Cassandra è invasata dal furore profetico e dal dio in un tremito che è lessicalmente assimilato (mediante la scelta di pònos) al travaglio e per questo considerato con deferenza ma solo finché non se ne rivela il messaggio, naturalmente inaccettato.

Aiace (AIVAS) e Cassandra (CAŠNTRA): Tomba François di Vulci

Nelle Troiane euripidee è sbattuta dal delirio a vagare in una comunicazione fittamente segnata da ambiguità tra predizione e canto nuziale confuso con la preghiera votiva ad Ecate signora dell’oltretomba, venati – predizione e imeneo – di tratti sinistri ancorché riflettenti una realtà una volta di più respinta dagli ascoltatori: e dalla madre Ecuba per prima, che interviene a conculcare gli slanci pervasi da insania, da “menade frenetica” e dissennata, di una figlia cui – afferma, e il paradosso solo il fruitore (spettatore, lettore..) può coglierlo – neppure la sventura ha restituito l’equilibrio.

Aiace rapisce Cassandra: cratere a volute del Pittore di Licurgo (Museo Nazionale di Napoli) (360-350 a.C.)

Neanche la condivisione del destino stimola simpatia e com-passione per chi ‘sa’ e non tace: e che peraltro (ed ecco la frattura che genera il tragico) non può tacere perché al suo silenzio vede legata la rovina del proprio mondo – o almeno, nel proprio canto pur inascoltato, la prospettiva di un riscatto.

Anche in seguito la figura di Cassandra non sarà meno misteriosa nei suoi vaneggiamenti: nella Alessandra di Licofrone, poema drammatico in trimetri giambici risalente forse al III sec. a.C., l’inascoltabilità della profetessa è ribadita da uno stile sapiente, che talora indulge al realismo macabro, ma sempre resta allusivo e nebuloso nell’evocazione dei miti.

Alcuni dei tratti evidenziati nella figura di Cassandra possono essere altresì enucleati dalla griglia concettuale che accompagna nella tradizione la figura di Medea.

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini, 1969

Il mito di Medea, connesso a quello degli “Argonauti” – la cui vicenda coinvolge eroi più anziani di almeno una generazione di quelli dei due poemi omerici –, è assai antico e passibile di successive rielaborazioni: è attestato nella Teogonia di Esiodo, nella Guida della Grecia di Pausania; in  tragedie, non pervenute, di Eschilo e di Sofocle, nella Medea di Neofrone e in due di Euripide, le Peliadi e la più nota, e tràdita, Medea; il mito è per di più veicolato con notevoli varianti (ne tratta in un suo studio Bruno Gentili, riprendendo fonti risalenti all’VIII-VII secolo a.C., una testimonianza attribuibile a Creofilo di Samo in uno scolio di Didimo alla Medea di Euripide e inoltre uno scolio alla XIII Olimpica di Pindaro). L’attraversamento – anch’esso una serie di metamorfosi –, di diverse fasi, da vergine innamorata a donna passionale a maga sanguinaria, domina la figura nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, del III secolo a.C.

Segnata dall’archetipo dell’essere sinistro e demoniaco l’immagine che Ovidio nelle Metamorfosi e Seneca nella tragedia omonima trasmettono dell’eroina quale barbara terribile, presa dal furore della gelosia, donna crudele dominata dall’odio e dal desiderio di vendetta; tali caratteristiche tornano nelle opere di Boccaccio, di Corneille, di Anouilh; da Grillparzer (1822) a Corrado Alvaro si attesterà invece una decisiva umanizzazione della protagonista, che finirà per interpretare le problematiche più ricorrenti del XX sec.

Un frammento di papiro che riporta alcuni versi della Medea di Euripide

La dinamica passato-presente è fortemente attiva nella Medea di Euripide, e come anche in Cassandra si attiva nella cerniera della memoria e della ricerca tentata e sempre viva di rivedere tale dinamica in una consequenzialità schiacciante nella storia, come altri tragediografi hanno intravisto quale motore drammatico e impasse esistenziale per l’uomo il dramma di un passato-memoria della famiglia, atavico e però determinante per il presente.

La tragedia di Euripide si apre con uno squarcio che dà direttamente sulla memoria, un ponte nel tempo, un volo come quello della nave Argo: mai né esso né la ricerca del Vello d’oro si sarebbero dovuti compiere, né la nave si sarebbe mai dovuta costruire: cosicché mai Medea si sarebbe accesa d’amore per Giasone, mai da esso sarebbe stata schiacciata, mai avrebbe tramato la distruzione di Pelia ingannandone le figlie a compiere l’atroce parricidio… mai sarebbe venuta ad abitare, esule eppure inizialmente gradita ai cittadini, a Corinto. Mai dall’eroe sarebbe stata tradita, mai si sarebbe compiuto ciò che la nutrice, sin dall’inizio tremando per il futuro, paventa: “Temo per i figli”.

La memoria scava a riaffermare che le radici di quel che succede nel presente, con una consequenzialità atroce, si rivelano consolidate in un passato di orrori, di cui peraltro la stessa Medea è stata artefice.

Nel presente, ora, infelice, offesa, Medea invoca i giuramenti di un tempo, le solenni promesse fattele da Giasone, invoca gli dei a testimoni di ciò che ha ricevuto in cambio da Giasone, per i favori resigli nel passato. È un tòpos, quello dell’eroina amante abbandonata, dopo che ha aiutato l’amato, dopo che questi le ha giurato amore e fedeltà per il futuro: lo ritroviamo nell’Arianna di Catullo (carme 64), e nel libro III delle Argonautiche.

il mito di Medea in un sarcofago conservato nel Pergamon Museum di Berlino

La vicenda è nota: una giovanissima Medea, figlia di Eeta re dei Colchi e discendente del dio Sole, si innamora a prima vista dell’eroe cui suo padre aveva imposto prove proibitive da affrontare per conquistare il vello d’oro. Eeta spera di eliminare l’intruso, ma a Giasone la maga-fanciulla offre pozioni che gli permetteranno di superare la prova, conservando la vita contro le aspettative del re. Secondo alcune delle varianti Medea uccide il fratello Apsirto e ne smembra il cadavere costringendo il padre a desistere dall’inseguimento dei fuggiaschi per ricostituirlo, contro il terribile taboo della mancata sepoltura. Giunti a Corinto, Giasone mira al matrimonio con la figlia del re Creonte, abbandonando l’ormai inutile Medea malgrado i due figli avuti da lei.

Non meno scomodo, problematico, esigente, il personaggio di Medea rispetto a quello di Cassandra, segnato, anch’esso, da un rapporto con la conoscenza e con la consapevolezza, che si rivelerà rovinoso: un processo, tuttavia, che non coinvolgerà lei in prima persona, ma precipiterà nell’Ade i suoi congiunti (la tragedia di Euripide prevede l’infanticidio) non meno che i suoi nemici; peraltro Medea giura per Ecate, che abita nei penetrali della sua casa, e di Ecate dea della magia legata al mondo delle Ombre (come scrive Eva Cantarella) Medea è sacerdotessa e conosce pozioni misteriose sinistramente connesse a quel mondo.

La conoscenza, la sapienza, che le viene infatti riconosciuta – e temuta – da Creonte, è proprio quella della maga: ma Euripide gliene attribuisce un’altra, ben più profonda, significativa e coinvolgente anche per l’intellettuale a lui e a noi contemporaneo.

Euripide, la cui misoginia è un’ipotesi ermeneutica oggi scartata dai più autorevoli studiosi, concepisce il suo personaggio in una situazione di scacco provocata da difficoltà di plurima genesi:

– dallo status di donna (e per questo in situazione di inferiorità rispetto all’uomo, sociale non meno che tradizionale, atavica – sebbene non archetipica –);

– dallo status di straniera (infatti non accomuna la sua situazione a quella delle donne di Corinto, che inizialmente la appoggiano ma dall’esterno);

– dallo status di “saggia”: per le arti di maga, sì, ma anche proprio riflettendo la condizione dell’intellettuale e il conseguente disagio di chi per ciò solo è considerato inutile o pericoloso e paga in termini di incomprensione e ripulsa, e di emarginazione, il proprio essere sophòs.

Medea in un affresco pompeiano

In quest’ultimo infatti la società intuisce la nux dell’eversione implicita in un sapere che in grazia stessa del suo essere e del suo essere consapevole e critico può demistificare le ingiustizie e gli inganni su cui è fondato l’ordinamento politico e sociale:  primi tra tutti l’inferiorità etica e civile in cui la società relega la donna, la sopraffazione del diverso e dell’individuo in sé, e l’ipocrita presunzione di Atene d’essere detentrice di una democrazia indefettibilmente basata sugli alti valori della legge e di Dìke.

Vari personaggi, presentati in sinergia, riconoscono infatti la colpevolezza di Giasone, esprimendo una condanna non solo di ordine etico ma anche giuridico e religioso: non solo è il peggiore degli uomini ma è anche colpevole di adikein: e ciò implica che, qualora offesa dall’uomo, anche alla donna (e tra parentesi anche alla donna barbara), pur di per sé “indifesa e sottoposta alla discrezionalità altrui”, è riconosciuto che sia “titolare di diritti nei confronti del marito” (De Benedetto). In più, Giasone ha tradito i giuramenti, e dei giuramenti è custode Zeus. Medea è straniera a Corinto e pertanto non c’è istituto giuridico che la tuteli, ma Euripide chiama tout court ingiustizia ingiusta (per di più cioè commessa contro un benefattore) quella di Giasone e Glauce e rileva il vuoto normativo, l’insufficienza della situazione e della ritorsione punitiva della polis. Non è propositivo, ma polemico, Euripide: e inscena una linea di conseguenze esacerbate e anch’esse irrisarcibili, senza ritorno: la Medea è una tragedia senza catarsi.

All’impasse, alla situazione di scacco su citata, Medea reagisce con la consapevolezza, reagisce mediante un lucido razionalismo che piuttosto che presentarsi in contrasto è la capacità che intravede una forza impossibile da dominare nel thymòs, forza irresistibile che reca conseguenze irreparabili e, Medea ne è cosciente, dense di una sofferenza che la lacererà: eppure – e questo a liquidare l’intellettualismo etico socratico – Medea sa che sta compiendo il male e che per esso soffrirà e dovrà sostenere, eroicamente (tàlaina tolmèso), mali tremendi: e però ugualmente agisce, e in un modo tale che a lei è conferito l’epiteto proprio di Ade, miaiphonos (colui che è macchiato di sangue).

Medea fugge sul carro del Sole, mentre Giasone brandisce la spada contro di lei, hydria lucana, attribuita al Pittore di Policoro, Policoro, Museo Nazionale della Siritide, 400 a.C. circa

E, come in generale nella tragedia greca la cultura magico-primitiva, il dato mitico di Medea sapiente anche nella magia – anche ma non solo, giacché capace di razionalismo impeccabile – conferisce una risonanza sinistra, uno sfondo inquietante, che si rivela irriducibile in una cultura di segno diverso, razionalistica e apollinea, che solo apparentemente si pone come vincente ed è invece travolta nel sangue e nell’oscurità.

Medea sul carro del Sole, dopo l’assassinio dei figli, cratere lucano a calice, vicino allo stile del Pittore di Policoro, Cleveland, Museum of Art, 400 a.C. circa

Così come il delirio da baccante faceva scivolare Cassandra nell’imprendibilità, definitivamente inafferrabile resta Medea, che sfugge ad un’unica categoria che possa incapsularla e da sola definirla, nel lessico come nell’agire: e ne è segno non solo la spiazzante impossibilità di immedesimazione nei suoi confronti (e a ciò serve l’infanticidio) bensì anche la finale utilizzazione di Medea stessa quale dea ex machina (deus ex machina, si ribadisce, di una tragedia senza soluzione), quando, ancora una volta affermandosi unica ad amare i propri figli e loro tutela e vindice, e rivendicandosi maga e di discendenza divina (dal Sole appunto), fugge, diretta ad Atene, sul carro alato del Sole.

Risulta così, Medea – come peraltro Cassandra -, non meno una amara riflessione da parte dell’intellettuale scomodo Euripide, che una metafora inquietante dell’ineffabilità, della – essa sola definitiva – indefinibilità dell’umano.

Maria Amici

_______________

Il contributo è presente su Nephelai anche scisso in due schede, una su Cassandra, l’altra su Medea, integrate da ulteriori considerazioni qui non riprese:

Cassandra: l’ineffabilità della conoscenza scomoda
e
Medea: l’ineffabilità del sophòs indefinibilità dell’umano


mangiare altro (note)

Non di rado mentre i protagonisti vagano, inoltrandosi verso terre desolate dalla civiltà e dall’umanità, che erano tipiche di genti, appunto, propriamente barbare – sin da Omero -: i Ciclopi, i Lestrigoni, e altri) viene usato nelle letterature greca e latina il topos della differenza, talvolta macroscopica, di alimentazione.

“Mangiare altro” significa.. essere, altro (altro, e anche ‘barbaro’), nella cultura classica e non, nel mito.
Anche nella religione, una discriminante tra dio e uomo è il mangiare, il ‘cosa si mangia’.

Il dio l’ambrosia, l’uomo no.

Si riconosce che Ulisse viene a contatto con popolazioni ‘altre’ proprio dal fatto che spesso esse non praticano l’agricoltura: e in particolare dal cibo di cui si sostentano: dal fatto che i Lotofagi appunto si cibano di fiori che provocano amnesia; che i Lestrigoni come i ciclopi sono giganti antropofagi, e…non ricordo cosa facciano, gli abitanti dell’isola di Eolo, sempre presi a banchettare!

Maria Amici


le parole del guerriero*

Mar 26th, 2007

..ecco, ero in ambasce perché dovevo affrontare, più per motivi didattici (un buon esercizio per far pratica col latino della grammatica e della sintassi, mediante l’”Analogia”, direbbe Cesare stesso) che per convinzione quanto alle tematiche, la lettura, in “classico latino”, del De Bello Gallico.
D’un tratto, misericordiosamente, ho avuto la pur semplice intuizione che è un esempio mirabile – ed elegante e sobrio – di ‘parole del guerriero’ (*)
La fantasmagoria di giustificazioni teoriche che trascina un uomo a combatterne un altro (in genere per conto di terzi).

La conquista della Gallia, atto di impronta imperialistica più che netta, da parte di Roma, viene da Cesare presentata – ad un’opinione pubblica plaudente – come una strategia difensiva, e Cesare stesso (peraltro così attento ai gusti del destinatario) come chi vi è assolutamente costretto: Roma si fa carico di proteggere gli alleati, che sarebbe non solo detrimentum, ma anche uno sfregio (il contrario di ornamentum, entrambe parole cesariane) abbandonare.
Gli atti di guerra offensiva non sono che una misura preventiva.
E se anche i Galli vengon mostrati anelare alla libertà, non è, no, per partecipare alle loro speranze, per dar Cesare voce a genti che la storia ha dimenticato ricordando solo le ragioni del vincitore…
Non c’è nulla (devo controllare però, prima di dirlo in classe) infatti della partecipazione segnalata dalla focalizzazione interna: invero, di essi vien sottolineata, indirettamente ma inequivocabilmente, la pericolosità sociale e politica, dacché il loro ribellismo è piuttosto una bomba ad orologeria: son barbari violenti, riottosi, faziosi, sotto la guida di tiranni folli che come Critognato si spingono al di là di ogni civiltà e di ogni aberrazione, addirittura invitando, nel resistere all’assedio dei Romani, al cannibalismo contro i più anziani (inoltrandosi quindi verso quelle terre desolate dalla civiltà e dall’umanità, che erano tipiche di genti, appunto, propriamente barbare – sin da Omero -: i Ciclopi, i Lestrigoni, e altri – sulla categoria del “mangiare altro” vorrei fermarmi, prima o poi(**) ).

Ed ecco che peraltro, Cesare (comandante che guida – e tiene a sé vincolato – un esercito di valorosi, indefessi, integri e fedeli militi), con quella sua prosa razionale, misurata, ed esente da evidenti autocelebrazioni, limpida e sobria, sottolinea infatti che Roma è invece portatrice di civiltà: già nella figura dello scrittore-condottiero, dalle profonde capacità analitiche, dalla sicura decisionalità tattica, dal lucido razionalismo, dalla capacità, in definitiva, di portar ordine – amaro alibi del dux -, nella realtà, come nel testo, ov’esso sia turbato.
——————

(*) il percorso tematico mi è stato suggerito e chiarito da una -memorabile- conversazione con il dott. Andrea Molle, che ringrazio. Qui certo ne risulta banalizzata
(**) vedi

Maria Amici


Leggere… leggero

..ossia… Libri Consigliati

Target orientativo (specifico per una delle situazioni didattiche che ho sperimentato, non è un criterio generale):
classi del triennio di liceo classico

ISTRUZIONI PER L’USO:

Di seguito trovate segnalati varii libri, con l’indicazione della classe cui sono preferibilmente destinati (ma non ci sono pastoie in proposito).

Alla narrativa (e saggistica) classica contemporanea si susseguono autori di narrativa straniera, quindi i classici della Letteratura Italiana dall’Ottocento in poi.
Infine, vengono segnalati alcuni titoli di Cinematografia particolarmente interessante

 

ITALO CALVINO
Destinazione: tutte le classi
Perché leggere i classici (saggi)
I nostri antenati (Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente) narrativa
Destinazione: II e III
Il castello dei destini incrociati narrativa
Italo Calvino legge l’Orlando Furioso di L.Ariosto– Destinazione: in specie la II –
Lezioni americane (saggi)
Se una notte d’inverno un viaggiatore narrativa (Destinazione: in specie in III)

ANNA MARIA ORTESE
Destinazione: tutte le classi
Il mare non bagna Napoli

UMBERTO ECO
Destinazione: I
Il nome della rosa narrativa
Destinazione: II
L’isola del giorno prima narrativa
Destinazione: III
Sei passeggiate nei boschi narrativi (saggi)

JORGE L. BORGES
tutte le classi, in specie II e III:
L’Aleph
Finzioni

LEONARDO SCIASCIA
Destinazione: I
Il giorno della civetta narrativa
Il mare color del vino narrativa
Destinazione: II e III
La strega e il capitano narrativa (in specie in II)
Il cavaliere e la morte narrativa (in specie in III, insieme con “Il settimo sigillo” di Bergmann)
Todo modo narrativa
Porte aperte narrativa
Il contesto narrativa
A ciascuno il suo narrativa

CESARE PAVESE
Destinazione: I e II
La luna e i falò
Destinazione: II e III
Dialoghi con Leucò

C.E. GADDA

Destinazione: III
Quel pasticciaccio brutto de via Merulana

ANTONIO TABUCCHI
Destinazione: tutte le classi
La testa perduta di Damasceno Monteiranarrativa
Sostiene Pereira narrativa

 

Destinazione: tutte le classi

R.BRADBURY
Destinazione: in specie in I
Fahrenheit 451

JAMES JOYCE
Gente di Dublino

M.PROUST
Un amore di Swann (da Alla Ricerca del tempo perduto)

MILAN KUNDERA
in specie in III (e II)
L’insostenibile leggerezza dell’essere

HERMAN MELVILLE
Bartleby lo scrivano
Moby Dick

Senza tralasciare:

Destinazione: tutte le classi

MANZONI
I promessi sposi

VERGA
I Malavoglia

SVEVO
La Coscienza di Zeno

PIRANDELLO
Destinazione: I
Il fu Mattia Pascal
II e III
Uno nessuno centomila
Così è se vi pare

BASSANI

Il giardino dei Finzi Contini

 (l’elenco può e deve essere implementato)

CINEMATOGRAFIA

Destinazione: II
MEL GIBSON
Hamlet

I. BERGMANN
Destinazione: III
Il settimo sigillo (insieme con Il cavaliere e la morte di Sciascia)

W.WENDERS
Destinazione: I e II
Fino alla fine del mondo
III
Il cielo sopra Berlino
Così lontano così vicino


Scamandro racconta

Le cose scorrono, accanto a noi, sui binari di una realtà parallela, forse imperturbabile, forse consapevole.

Scorre scritta sull’acqua la violenza dello sterminio reciproco, il confronto delle ragioni ineliminabili e banali dell’approccio tra due civiltà che si scavano l’un l’altra: ma più radicalmente dell’uomo a se stesso.

Lo Scamandro infine insorge a raccontare la favola atroce del duello tra Ettore e Achille, culmine dell’IliadeAchilleide.

Avevo visto anni di guerra: perché un fiume non corre cieco in mezzo agli uomini;
e per anni avevo udito lamenti:
perché un fiume non corre sordo dove gli uomini muoiono.

Sempre impassibile, avevo portato al mare i bagliori di quella faida feroce.
Ma, quel giorno, troppo fu il sangue, e la ferocia, e l’odio.
Nel giorno della gloria di Achille, io mi ribellai, disgustato.

Se non avete paura delle favole, ascoltate questa.

“Ti supplico, non abbandonarmi ai cani. Restituisci il mio corpo a mio padre”.

Ma duro oltre ogni speranza era il cuore di Achille.

“Non supplicarmi, Ettore.
Troppo è il male che mi hai fatto.
E’ già tanto che non ti faccia a pezzi io stesso.
Patroclo, lui sì avrà tutti gli onori funebri che merita.
Tu meriti che i cani e gli uccelli ti divorino,
lontano dal tuo letto e dalle lacrime di chi ti ha amato”

Omero, Iliade, reading teatrale di Alessandro Baricco, 2004

– il video con l’audio del reading teatrale è realizzato a latere di rappresentazioni pittoriche e plastiche, con musiche originali, per cui si rinvia al video di NOTEIGNOTE –


Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica – risposte

-Risposte possibili-

1. Perché Ennio si definì dicti studiosus? (3 rr) – 1 punto –
Ennio definì se stesso primo poeta latino ‘dicti studiosus’ – espressione non a caso calco semantico dal greco philologos – per sottolineare la propria elegante dottrina linguistica, metrica e letteraria.
2. Qual era la concezione della storia di Ennio? (7 rr) – max 2 punti –
La concezione della storia di Ennio è spiccatamente individualistica e nazionalistica: il poema epico-storico consegna al lettore un messaggio ben preciso: Roma, grazie alle virtù tradizionali (mores antiqui, mos maiorum) espresse dai grandi uomini politici e dai suoi condottieri militari, è degna di perseguire ed ottenere la leadership del mondo conosciuto con la sua politica imperialistica.
La storia e l’epos storico son quindi rivestiti di un chiaro significato romanocentrico, e attraversati da un’entusiastica celebrazione della potenza e della gloria romane.
3. Nel periodo da te studiato, quale fu l’atteggiamento della classe politica romana nei confronti del mondo greco? Presenta alcuni esempi di rilievo (9 rr) – max 2 punti –
Sebbene anche in precedenza si fosse sentita l’influenza magnogreca nella cultura latina, l’ambiente culturale romano del II secolo a.C. era fortemente ellenizzato: promotori di tale processo –sin dall’inizio ferocemente avversato da Catone il Censore- furono uomini politici e letterati romani e greci (in seguito raccolti attorno a Scipione Emiliano nel c.d. “circolo scipionico”), convinti della necessità di arricchire spirito e intelletto in una sintesi armoniosa tra virtù romane tradizionali e filosofia greca (in particolare paneziana): sintesi da cui germinerà il valore dell’humanitas non meno che il senso della missione morale e politica di cui Roma si sente investita nelle sue istanze imperialistiche (e che esse mistificherà).
4. Per quale motivo i prologhi di Terenzio vengono definiti ‘apologetici’, o polemici? Presentane un esempio (6 rr) – max 2 punti –
Terenzio abbandona la tradizione del prologo espositivo tipico di Menandro e di Plauto: esso si rivela uno spazio metateatrale riservato alla difesa delle proprie opere (p.es. in Hecyra), alla rivendicazione della propria originalità (p.es. inEunuchus) e alla correttezza delle proprie ‘contaminazioni’ (p.es. in AndriaAdelphoe e Heautontimoroùmenos che difende anche la nuova poetica distaccata dalla fissità dei ruoli) rispetto alle accuse rivolte al drammaturgo dai suoi detrattori.
5. Rifletti su Terenzio, il circolo degli Scipioni e il nuovo ideale di humanitas (8rr) – max 3 punti –
Terenzio, che ebbe come amici e protettori (secondo Svetonio) uomini politici e letterati quali Scipione Emiliano (figlio di L.Emilio Paolo) e altri, contribuì ad intriderne il c.d. “circolo degli Scipioni” dell’ideale dell’humanitas (vicino alla visione di Menandro, IV sec.a.C.): la natura umana comune è fondamento di solidarietà tra gli uomini, di philanthropìa, del rispetto reciproco, della ricerca dell’autenticità (al di là delle convenzioni). Le categorie generalmente emarginate o ‘deboli’ – compresi gli adulescentes– son trattate con una comprensione delle circostanze e dei moventi sconfinante nel relativismo etico, e i figli educati in maniera non autoritaria ad un comportamento rispettoso delle virtù piuttosto che delle ipocrisie sociali o di motivi economici.
6. Rifletti sulla nuova visione dell’educazione e del rapporto padri-figli in Terenzio e presentane esempi. (10 rr) – max 3 punti –
La visione dell’educazione degli adulescentes in Terenzio risente fortemente dell’ideale dell’humanitas.
In specie negli Adelphoe, è presentato un modello educativo fondato sull’affettuosa comprensione dell’autonomia personale e decisionale dei figli: se Demea impersona la reazione del paternalismo autoritario, conformista, tradizionalista, Micione invece presenta la figura rinnovata di un ‘padre per scelta’ che stimola la formazione della personalità del figlio radicandola in un’etica ex animo (sostenuta da princìpi consapevolmente scelti) al di là dell’apprezzamento dell’opinione pubblica, e fondamentalmente relativistica. Vengono contestati gli eccessi d’autoritarismo tipici del mos maiorum: addirittura, nell’Heautontimoroùmenos, un padre punisce se stesso per esser stato troppo severo; la madre di Panfilo nell’Hecyra è ben diversa dal ‘doppio’ rappresentato dalla consuocera, lontana com’è dall’essere la tipica suocera autoritaria e invivibile.
7. Specificità delle Origines nella storiografia romana. (7rr) – max 2 punti –
Da quanto ne sappiamo dai frammenti e dalle notizie tratte dalla biografia scritta da Cornelio Nepote, le Origines di Catone sono caratterizzate da una formula compositiva che le differenzia dalla tradizione rappresentata sia dalla prima storiografia romana (gli Annales in greco di Fabio Pittore e Cincio Alimento), sia dall’epica storica romana di Nevio ed Ennio.
Vengono abbandonati sia il modello annalistico, sia l’interpretazione individualistica della storia di Roma, e, piuttosto che affondare le radici di Roma in un contesto mitologico e leggendario, Catone ne inserisce le ‘origini’ (donde il significativo titolo dell’opera) in un contesto geografico ed etnografico che non meno di Roma riguarda le origines, la storia, gli usi e i costumi delle principali città italiche e delle loro genti – Latini, Osci, Liguri, Etruschi, Veneti, Galli – il che risulta in un caso unico nella storiografia romana.

Maria Amici

 


Prova semistrutturata sulla Letteratura Latina in età arcaica

Periodo di somministrazione: inizi I trimestre in primo anno del triennio, Liceo Scientifico o Classico

1. Perché Ennio si definì dicti studiosus? (3 rr) – 1 punto –
2. Qual era la concezione della storia di Ennio? (7 rr) – max 2 punti –
3. Nel periodo da te studiato, quale fu l’atteggiamento della classe politica romana nei confronti del mondo greco? Presenta alcuni esempi di rilievo (9 rr) – max 2 punti –
4. Per quale motivo i prologhi di Terenzio vengono definiti ‘apologetici’, o polemici? Presentane un esempio (6 rr) – max 2 punti –
5. Rifletti su Terenzio, il circolo degli Scipioni e il nuovo ideale di humanitas (8rr) – max 3 punti –
6. Rifletti sulla nuova visione dell’educazione e del rapporto padri-figli in Terenzio e presentane esempi. (10 rr) – max 3 punti –
7. Specificità delle Origines nella storiografia romana. (7rr) – max 2 punti –

-nota – l’indicazione in righe rispetto a quanto poi concretizzato nell’analogo articolo è unicamente orientativa, a causa della diversità dei formati di scrittura elettronica; si intendeva in righe di foglio protocollo non piegato –


Emeroteca Maurolico Messina

Emeroteca del Liceo Classico "Maurolico" di Messina

Giovanni Pistolato

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........................... phrontisterion sospeso di MARIA AMICI

aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

Andrea Amici

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Non solo Mozart

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existence !

blog de philosophie imprévisible, dir. Jean-Paul Galibert