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2013 in review

Il 2013 di Nephelai secondo WordPress …

Grazie d’avermi seguito e… auguri d’un 2014 sereno, ricco di interessi e Conoscenza!

… et quod sequitur..

Maria Amici

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 15,000 times in 2013. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

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In vendita il castello pirandelliano…

Pare che dopo alterne vicende sia stato messo all’asta il castello Orsini, a Soriano nel Cimino: secondo il Corriere della Sera dell’8 u.s., «una delle 350 dismissioni di palazzi storici, ville e castelli decise dal governo Monti per ”fare cassa”».

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, FaustoIl castello non ospitò mai lo scrittore: ma il nome, luoghi, paesaggi e caratteri della cittadina del viterbese aleggiano nella sua scrittura come il tintinnio del Corvo di Mizzaro, straniante quanto dovettero esserlo sia egli stesso –pur apparentemente così ‘omologato’– sia l’esperienza raminga dei pellegrinaggi tentati a portare sollievo se non remedium al precario equilibrio mentale di Antonietta e a stringere il trio dei figli bambini nell’ipotiposi di una sperduta normalità

Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_1(in tema, su Nephelai la lettura
di Acqua amara
e della lettera ad Ojetti
con la dibattuta, tragica ipotesi di Pirandello:
«La pazzia di mia moglie sono io»).

Luigi Pirandello, Paesaggio collinare (1936). Collezione privata

Luigi Pirandello, Paesaggio collinare (1936). Collezione privata

Restò legata, Soriano, al ricordo di Pirandello, che vi villeggiò con la famiglia a cavallo degli anni Dieci, vi dipinse alcuni quadri della sua delicata produzione figurativa, e inoltre vi ambientò due novelle, Rondone e Rondinella e, se non erro, Canta l’epistola.

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino (tra il 1908 e il '12?)

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino (tra il 1908 e il ’12?) – con Rosso di San Secondo

In uno stralcio della prima, così come in alcune foto che riprendono i Pirandello e loro amici, in lontananza si staglia proprio il castello:

«Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni, ove non batteva il sole, s’invaporavan d’azzurro, e forzava gli occhi a scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.

Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che domina il borgo»

“Nini’s paintings”, Cy Twombly, 1971 - Images in lowest resolution, used for illustrative purposes only

“Nini’s paintings”, Cy Twombly, 1971 – Images in lowest resolution, used for illustrative purposes only (Nini è la prima nipotina di Pirandello, figlia di Stefano)
Qui su Nephelai: https://nephelais.wordpress.com/2012/11/02/tra-gioia-e-dolore/

E, nell’oscura vicenda italiana senza remedium, anche il castello Orsini pare farsi sempre più lontano, più corrusco.

et quod sequitur

Maria Amici


Grazie…

disegno del piccolo Enzo Frateili ritraente Pirandello e se stesso - Reperito sul web

disegno del piccolo Enzo Frateili ritraente Pirandello e se stesso – Reperito su web

…Ringrazio tutti coloro che hanno voluto seguire questo esperimento e questo nuvoloso phrontisterion

e coloro che vi si sono imbattuti per caso,

coloro che hanno voluto con me condividere alcune passioni e alcuni studii, stimolandomi e credendo in me e suggerendomi progetti,

Le immagini appartengono ai rispettivi proprietari. Il fotomontaggio è curato da me.

Le immagini appartengono ai rispettivi proprietari. Il fotomontaggio è curato da me.

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e chi è con la sua scrittura vivo nella mia mente, nei miei interessi, nella ricerca, accompagnandomi nel cammino,Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_2

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chi ha ritenuto che alcune mie analisi fossero di interesse comune e mi ha onorato di condividere i miei scritti su un portale, quale il prezioso PirandelloWeb, di

mia elaborazione di una schermata della home page di PirandelloWeb

mia elaborazione di una schermata della home page di PirandelloWeb

grandi spessore e diffusione;

i pochi che posso dire miei amici,
i tanti che conosco
e chi non conosco ma potrei,

chi pensa, con ragione, che stia scivolando nella retorica e chi sa cogliere l’autenticità,

coloro che restano e coloro che vanno.

Luigi Pirandello - disegno di De Chirico - Immagine reperita sul web

Luigi Pirandello – disegno di De Chirico – Immagine reperita su web

A tutti auguro un sereno e culturalmente proficuo 2013!

Maria Amici

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini (1969) - Immagine reperita su web

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini (1969) – Immagine reperita su web


“Una giornata” di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

Una giornata

Una delle più intense novelle di Pirandello, Una giornata, del 1935 e compresa poi nell’omonima raccolta pubblicata postuma in Novelle per un anno, nel 1937,Nettuno, Anni '30 . Effetto seppia - Diritti appartenenti ai rispettivi proprietari – la si può leggere qui, sul meritorio PirandelloWeb

Ineludibile il senso di
riconoscimento
vertiginoso, nell’ ‘io’ personaggio, narratore autodiegetico, dell’Uomo che, dalla vita attraversata come un |sogno| – quasi come in un trompe l’œil, che diventa un fil rouge nella raccolta- , in una atmosfera onirica e surreale si risveglia, in una irriconoscibile stazione – il che probabilmente Tornatore ricorderà in parte, nel suo Una pura formalità – :

una stazione ottenebrata dal buio appena scalfito da un “lanternino cieco” (cieca lanterninosofia..?)

Una stazione ferroviaria nella notte . I diritti appartengono ai rispettivi proprietariIl lumicino, lungi dal soccorrere il viaggiatore, è accorso per sanzionare la sua |esclusione| dal |treno|, vita e rifugio; per “rigettarlo” nell’oscurità.

.

una scena di "Una pura formalità", di G.Tornatore - i diritti appartengono ai rispettivi proprietariDisorientato, senza memoria, sbalestrato in mezzo alla superficiale cortesia della comune indifferenza – da parte della totalità degli ‘altri’, che in lui riconoscono l’|estrinseco|, non l’uomo -, guidato solo da indizi frammentari così come si rivelano i rapporti più cari, più tormentosi, “portat[i] via da tutto quel vento che […] scompiglia la testa”:

Sulla scrivania di Pirandello nella casa di Via Bosio 15, Roma, carte e documenti dal portafogli: carta di libera circolazione sulla linea ferroviaria del 1930 e foto con autografo di Marta Abba tutta gualcita

Sulla scrivania di Pirandello nella casa di Via Bosio 15, Roma, carte e documenti dal portafogli: carta di libera circolazione sulla linea ferroviaria del 1930 e foto con autografo di Marta Abba tutta gualcita

persino quella donna bellissima e lontana, rifratta in una fotografia gualcita, che gli dà sì il senso di appartenenza del perfetto incastro, del ‘suo’ posto, ma inconoscibile e lontana al risveglio dal sonno nel gelo sepolcrale del letto dove forse era solo un sogno che l’avesse stretto a sé.

E però anche ineludibile la commozione nel riconoscere, in quell’eluso personaggio, e tale da portare in sé tutte le stigmate della sua stessa intuizione teoretica e artistica sull’Uomo, l’uomo Pirandello, quel vecchio dal cuore “giovine, il più giovine di tutti”, ma – sempre nel fondo inconoscibile, incompreso o, percependosi tale, soprattutto escluso – ‘viaggiatore senza bagaglio’, oppresso quasi dalla vivezza prodigiosa di quegli occhi che erano i suoi di bambino.

Pirandello ed il padre vecchissimo nella casa di Pirandello a Pietralata a Roma, 1922. – Spesso, guardandolo, si era inquietato della propria somiglianza con il genitore, uno specchio oscuro. –  Public domain in Italy, L.633:1941

Quegli occhi che sempre come da una remota inattingibile (da quale?) lontananza gli restituisce, “sbarrati dal terrore”, lo specchio, arbitro inquietante e intertestualmente ubiquo della frammentazione dell’io e di una ricerca tuttavia inesausta; quegli stessi occhi, e sono i suoi, che gli ‘tornano’ a specchio dai bambini, man mano che li guarda già cresciuti, figli dei suoi figli: proiettati nel tempo e – alcuni – nello stesso amaro ‘male di vivere’.

In una lettera a Marta Abba del 15 ottobre 1930 Pirandello si era scritto:

Marta Abba

“senza più casa, senza più nulla; ho dato a tutti tutto quello che avevo; disposto a dare ancora e sempre tutto quello che ho, nessuno più [mi] vuole, tutti, dovunque vada, mi fanno capire che sono di più, e che è bene che me ne vada e stia lontano. Me ne andrò. Devo morir solo: voltare la faccia al muro e chiudere gli occhi per sempre, se non voglio più vedermi e sentirmi attorno questa disperata solitudine e quest’orrendo abbandono”.

Non fu così, ma forse unicamente nel momento stesso della morte, che lo sorprese improvvisa, in pochi giorni, ma non da lui inaspettata: quel freddo 10 dicembre in cui i figli (e in questo rimpiango di non averne condiviso la sorte) colgono l’attimo in cui cessa di respirare, di cui i nipoti ricordano il trapestio, al piano di sopra, dei genitori squassati – specie Stefano che ha un mancamento -;  e Corrado Alvaro – ma in casa propria – uno “schianto”, come un “avviso”, “come se avesse picchiato forte chissà a quale porta”.

Chissà, piuttosto, se e dove si sarà acceso,

“così, improvvisamente, qualche fiore: e nessuno sa spiegarsene la ragione”.

.

Né si spegne.

.

*La testimonianza di Corrado Alvaro si legge nella sua prefazione alle Novelle per un anno, Mondadori 1957; delle reazioni dei congiunti ho letto o ascoltato non recentemente – al momento non ricordo dove – in memorie dei nipoti. L’ultima citazione è tratta dalla novella Di sera, un geranio, apparsa sul “Corriere della Sera” il 6 Maggio 1934.

– Immagini trovate su internet;
l’elaborazione grafica delle due foto di stazione è mia.

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Un consiglio per la bibliografia

– Giacomo Debenedetti, “Una giornata” di Pirandello, in ID., Saggi critici. Seconda serie, a cura di W. Pedullà, Marsilio, Venezia 1990 (ma il saggio è del 1937: in esso consiste la recensione di Debenedetti a Una giornata di Pirandello pubblicata nel “Meridiano di Roma” dell’8-15 agosto 1937);

 un trompe-l’oeil ulteriore, rispetto a quello individuato dalla studiosa infra citata, è il  ‘riuso’ del saggio debenedettiano nel suo:
Franca Angelini, Parricidi: Debenedetti legge Pirandello,
consultabile su PirandelloWeb;

– Giuseppina Scognamiglio, Lo sconvolgimento del tempo e la drammatica delle apparenze in «Una giornata» di Luigi Pirandello, «Critica letteraria» XXIV (1996), n. 91/92 (Miscellanea di studi critici in onore di Pompeo Giannantonio, III. Letteratura contemporanea), pp. 235-45.

In estrema sintesi

“Strappato dal sonno, forse per sbaglio” un uomo si riscuote dopo essere stato “espulso” da un treno, in una stazione sconosciuta, in piena notte, nel buio. Non ricorda nulla di sé se non vagamente d’aver lavorato, molto e sempre; nella città a lui ignota, lo conoscono, infatti, malgrado egli non si conosca né li conosca, anzi si senta un “estraneo” e un “intruso”: né può esser certo che ciò che gli accade sia vero. Un autista lo porta a casa, da una donna sconosciuta ma ‘sua’: al risveglio, da un sogno, come in un sogno, ma sempre lo stesso, è solo, ed è vecchio: i suoi stessi figli, entrati nella sua stanza, li vede incanutirsi man mano che si avvicinano, seguiti dai loro figli, che lo guardano col suo stesso sguardo..

et quod sequitur

Maria Amici


L’angelo spezzato, di Graziano Versace

La copertina de “L’angelo spezzato”, il nuovo libro di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012.

La copertina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

  Un altro preadolescente, il protagonista del nuovo Bildungsroman di Graziano Versace, appena pubblicato dallo stesso editore che ha ospitato il suo “Ladri di locandine” e “Tutto il mondo dentro”, mentre aspettiamo di poter leggere “I dodici punti, edito in questo stesso anno da Leucotea.

  Il dodicenne Matteo vive anch’egli in Calabria (nel nostro immaginario, non lontano da Daniele o da Maria, protagonisti di libri precedenti di Versace), in un paesino della provincia, che si riconosce ed egli stesso riconosce dai profumi dell’«olio nuovo», dall’odore della pioggia e della nebbia che confonde i contorni delle cose, delle persone, eppure non tutte insensibili alla solidarietà inaspettata, delle case via via disabitate in borghi e in un Paese che sembrano abbandonati.

  Vive in un contesto sociale, se non di abbandono, di grave difficoltà, in cui una figura indimenticabile di madre è costretta ai lavori più faticosi e agli orari più proibitivi per mantenere quanto rimane della propria famiglia, lei e il loro bambino, dopo la morte del marito in un incidente sul lavoro.

  Vive, Matteo, nondimeno in un ambiente “magico”, grazie al ricordo dell’insegnamento sorridente di un padre che mai era stato lontano: «Guarda che la natura, e la vita, sono  belle e misteriose».

  E, mentre cala la notte, il fanciullo più ne prende coscienza: «C’era la magia, fuori. Ma per trovarla, bisognava imparare a cercarla».

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici

  La sua ricerca prende l’avvio da una difficoltà imprevista e traumatica: a causa di un’intemperanza di quella stessa natura da rispettare quantunque sappia far danni, l’angelo di gesso, regalo della nonna morta alla sua mamma, l’angelo che li avrebbe salvati dalla miseria, l’angelo che aveva vegliato sulla sua famiglia, e di cui lui, Matteo, era diventato il custode, invece caduto per terra s’era spaccato, aveva perso le ali.

  Quell’angelo spezzato non è forse il segno materiale di un trauma che, dalla morte, dalle difficoltà, dalle ingiustizie, dalle assenze irreversibili, da una società assente che non sa elaborare una rete di protezione nelle disgrazie e nella povertà, la sua famiglia e il ragazzo stesso subiscono?

  Non è l’amara condizione del ragazzo stesso, della madre, dell’Uomo?

  Di lì a poco infatti Matteo incontrerà un altro uomo non meno spezzato, non meno travolto dalla povertà e dal lutto, «scavato» dal dubbio, dal ricordo, dal dolore: il misterioso zi’ Giovanni.

  Il «vecchio, metà del viso in ombra», gli farà da mistagogo nella quest e in un borgo fantasma, all’interno del palazzo della marchesa, vecchia anche più di lui, appena ripartita da un palazzo di cui non cura di chiudere le porte, un palazzo altrettanto sepolto nell’ombra in cui galleggiano «bomboniere, statuette, bambole, macinini da caffè, qualche libro ingiallito, piatti e bicchieri decorativi, teiere, clessidre, cornici» significativamente «senza fotografia, orologi, bottigliette verdi e gialle».

  Nelle stanze padronali del palazzo, solo le polverose collezioni di cianfrusaglie – che si possono indovinare appena, nel buio e nella accumulazione, anche narrativa, quasi caotica e preziosa – emergono alla coscienza, e per di più quali “buone cose di pessimo gusto”, “le cose che potevano essere e non sono state”, reperti incomunicanti da un passato che non ha saputo spiegare né le proprie incongruenze, né perché non sappia mantenere le promesse, sfumando la figura quasi «rimbambita», e assente, della vecchia signora.

  In paese lo chiamano «l’angelo dei poveri», zi’ Giovanni, perché quel vecchio abbattuto, strano e inoffensivo, «prega per tutti», «sempre poveri disgraziati come lui», sebbene magari i soldi li abbiano: perché in fondo il male non guarda in faccia nessuno.

  E il vecchio, il nonno che Matteo rimpiange di non aver avuto, gli si fa angelo, ‘aiutante’, messaggero e testimone: gli insegna a pregare, a nutrire speranza, ad affidarsi, a vegliare.
Salva e si lascia salvare: è custode e insegna indirettamente a Matteo cosa significhi essere realmente custode, per se stesso, per la famiglia, per il mondo fuori.

  Grazie a lui e al suo esempio, Matteo scopre non solo e non tanto l’esperienza e la pratica dell’orazione, ma l’infinita intima potenzialità della preghiera di avvivarsi vera e di segnare la vita, proprio e solo quando essa non è la superstiziosa monetina gettata nel juke box a favore di se stessi ma uno sconvolgente, critico atto di abnegazione, di dono.

  Solo questa, la preghiera che sa accendere gli animi e le anime, nata dalla generosità e che provoca generosità, è la preghiera autentica, il vero rapporto con un Dio la cui autenticità è l’Offerta estrema d’Amore.

  Alla fine, la formazione e il romanzo di formazione sono compiuti. Il piccolo eroe trova un ‘tu’ nella corresponsione limpida di una coetanea; saprà lenire il dolore dell’uomo perché anch’egli deprivato e altruista; saprà riscoprirsi accanto, vivo, il ricordo ‘vigilante’ del papà e ancora di più essere vicino alla mamma e sostenerla; saprà tornare alla sua vita, cosciente del fatto che non si “rimette a posto da sola”, ma ognuno debba saper fare «la sua parte», angeli spezzati ma solidali l’uno all’altro.

  L’Autore, in questo Canto di Natale la cui lettura continuerà a sapersi rendere interlocutrice in qualsiasi periodo dell’anno e della vita, ha saputo di nuovo mettersi a confronto con la fase critica dell’acquisizione -da parte dell’uomo- della maturità e della coscienza del proprio significato e della propria vocazione: che in tutti i personaggi, a loro volta “angeli spezzati”, si rivela essere la donatività.

  Con la forza e l’estrema delicatezza di lessico e di sentimenti che lo contraddistinguono, Versace ha calibrato storia e personaggi vividi e riconoscibili, così da gradualmente coinvolgerli – come in ogni narrazione sapiente, che riesca ad evocare la tradizione millenaria del racconto – ognuno nella propria quest “risolutiva”.

  E ognuno l’Autore ha saputo rendere indimenticabile, dai due protagonisti alla figura dolente e fratta, ma generosa, della madre di Matteo, che per la maggior parte del tempo è “fuori scena”, sì, ma proprio lei, che Matteo sa che si sarebbe sentita persa senza l’angelo, resta così pregnante che, quando torna a casa e nella scrittura, il lettore rimane stravolto dalla forza del suo dolore, del suo amore, della sua dedizione, fulgidi nell’abbraccio tenero al figlio e in quegli occhi «così stanchi ma così belli, due grandi olive che sprigionavano bontà e calore».

  La generosità si vive ma non si racconta: così la madre, ora protetta, non saprà dell’“avventura” del figlio, tuttavia questi, accanto a lei e nel mondo, è ormai, finalmente, «una luce. Una piccola luce piena di vita. O una preghiera, si disse [Matteo] pensando a zi’ Giovanni. Una preghiera che finalmente è stata esaudita».

Maria Amici

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici


Su 
Nephelai è disponibile alla lettura l’incipit del libro (>>non per il momento<<). 

  Nelle immagini , la mia copia de “L’angelo spezzato”, di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012 – Foto di Maria Amici

La mia copia de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

La mia copia de L’angelo spezzato, di Graziano Versace – Immagine realizzata da Maria Amici


Protetto: “L’angelo spezzato”, di Graziano Versace: incipit

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Protetto: “Tutto il mondo dentro”, di Graziano Versace: Incipit

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Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

– Qui c’è la versione precedente della scheda –

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versacepubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

  Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

  Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

  In specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, di quel paesino si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica.
Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario, l’unico disponibile.

  In questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, la focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi è tale da appannare – apparentemente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

     Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzate retoriche, i personaggi dei due ragazzini, Francesco e Daniele.
  Francesco vive con amarezza il rapporto col padre e con la società. Quegli, sì, peraltro lo picchia spesso ma, altrettanto frequentemente, quasi per paura che il figlio resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, tuttavia isolandosi affettivamente e isolandolo. Se, infatti, dinanzi a “Cesco” – rifugiatosi dietro al soprannome a metà tra fumetti e spaghetti-western “Cesco Kid” –  coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”.
  Daniele è figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia: una scelta non sua, che lo costringe ad una diversa forma di emarginazione, indefinita ma penosa. I genitori sono spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco, ma il ragazzo non molla. Anzi, se il profilo di Daniele sembra quasi impallidire rispetto a quello del compagno, non si può non notare che la figura di Cesco non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

  Solo apparentemente, si diceva, viene tuttavia dissimulato il peso della dis-cultura  dominante: perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

  Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico non meno che luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita.
Quella passione diviene un prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti: non solo dei genitori e dei gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi o piuttosto suoi sogni.
Diviene, quella passione,  specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione.

  In questa dinamica si inserisce il furto delle locandine, che i ragazzi, intimamente solidali eppure in competizione reciproca non meno che ognuno con se stesso, sottraggono alla bacheca del bar e del cinema del paese, sfidandolo.
Le locandine si rivelano dunque ‘emblema’ della vita stessa. In un ambiente che proprio la vita non garantisce come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, locandine e vita, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, a non essere risucchiati da un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale,  nega accoglienza all’individuo come persona, tanto meno lo sostiene quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

  E infatti “l’ambiente”, “la vita” non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ne risulta così ribadita la caratteristica di provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

  Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale possa condividere il carattere precario, solo l’amicizia in qualche modo sopravvive: fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione: pur nella lontananza, pur nella definitiva assenza dell’altro.

  Ed è l’amicizia a strutturare l’essere umano, l’essere umani: a favorire la maturazione di una coscienza adulta.

Maria Amici


“Mamo nie placz…”

  Di Henryk Górecki emozionata propongo il secondo movimento (Lento e largo) della Sinfonia n.3, “Canti di Lamento” (Sorrowful Songs). La London Sinfonietta è diretta da David Zinman, il soprano è Dawn Upshaw.

Il video è reperito su YouTube.

Mamo nie placz…”
No, Madre, non piangere,
O castissima Regina del Cielo
Aiutami sempre.
Ti saluto, o Maria
Zdrowa Mario“: Ave Maria..
“Helena Wanda Blazusiakowna,
di 18 anni, reclusa dal 25 Settembre 1944”

Emeroteca Maurolico Messina

Emeroteca del Liceo Classico "Maurolico" di Messina

Giovanni Pistolato

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aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

Andrea Amici

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