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Medea: l’ineffabilità del sophòs indefinibilità dell’umano

– La scheda, integrata da ulteriori considerazioni, è desunta dal contributo recentemente pubblicato su Nephelai:

Cassandra, Medea e l’indefinibilità dell’umano” –

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Una complessa griglia concettuale accompagna nella tradizione la figura di Medea, inquietante (ma impossibile ad abbandonarsi) interlocutrice e speculum – nella varietà dei virtuali significati – della società, della cultura e soprattutto dell’umano.

Il mito di Medea, connesso a quello degli “Argonauti” – la cui vicenda coinvolge eroi più anziani di almeno una generazione di quelli dei due poemi omerici –, è assai antico e passibile di successive rielaborazioni: è attestato nella Teogonia di Esiodo, nella Guida della Grecia di Pausania; in  tragedie, non pervenute, di Eschilo e di Sofocle, nella Medea di Neofrone e in due di Euripide, le Peliadi e la più nota, e tràdita, Medea; il mito è per di più veicolato con notevoli varianti (ne tratta in un suo studio Bruno Gentili, riprendendo fonti risalenti all’VIII-VII secolo a.C., una testimonianza attribuibile a Creofilo di Samo in uno scolio di Didimo alla Medea di Euripide e inoltre uno scolio alla XIII Olimpica di Pindaro). L’attraversamento – anch’esso una serie di metamorfosi –, di diverse fasi, da vergine innamorata a donna passionale a maga sanguinaria, domina la figura nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, del III secolo a.C.

Segnata dall’archetipo dell’essere sinistro e demoniaco l’immagine che Ovidio nelle Metamorfosi e Seneca nella tragedia omonima trasmettono dell’eroina quale barbara terribile, presa dal furore della gelosia, donna crudele dominata dall’odio e dal desiderio di vendetta; tali caratteristiche tornano nelle opere di Boccaccio, di Corneille, di Anouilh; da Grillparzer (1822) a Corrado Alvaro si attesterà invece una decisiva umanizzazione della protagonista, che finirà per interpretare le problematiche più ricorrenti del XX sec.

Un frammento di papiro che riporta alcuni versi della Medea di Euripide

La dinamica passato-presente è fortemente attiva nella Medea di Euripide, e come anche in Cassandra si attiva nella cerniera della memoria e della ricerca tentata e sempre viva di rivedere tale dinamica in una consequenzialità schiacciante nella storia, come altri tragediografi hanno intravisto quale motore drammatico e impasse esistenziale per l’uomo il dramma di un passato-memoria della famiglia, atavico e però determinante per il presente.

La tragedia di Euripide si apre con uno squarcio che dà direttamente sulla memoria, un ponte nel tempo, un volo come quello della nave Argo: mai né esso né la ricerca del Vello d’oro si sarebbero dovuti compiere, né la nave si sarebbe mai dovuta costruire: cosicché mai Medea si sarebbe accesa d’amore per Giasone, mai da esso sarebbe stata schiacciata, mai avrebbe tramato la distruzione di Pelia ingannandone le figlie a compiere l’atroce parricidio… mai sarebbe venuta ad abitare, esule eppure inizialmente gradita ai cittadini, a Corinto. Mai dall’eroe sarebbe stata tradita, mai si sarebbe compiuto ciò che la nutrice, sin dall’inizio tremando per il futuro, paventa: “Temo per i figli”.

La memoria scava a riaffermare che le radici di quel che succede nel presente, con una consequenzialità atroce, si rivelano consolidate in un passato di orrori, di cui peraltro la stessa Medea è stata artefice.

Nel presente, ora, infelice, offesa, Medea invoca i giuramenti di un tempo, le solenni promesse fattele da Giasone, invoca gli dei a testimoni di ciò che ha ricevuto in cambio da Giasone, per i favori resigli nel passato. È un tòpos, quello dell’eroina amante abbandonata, dopo che ha aiutato l’amato, dopo che questi le ha giurato amore e fedeltà per il futuro: lo ritroviamo nell’Arianna di Catullo (carme 64), e nel libro III delle Argonautiche.

il mito di Medea in un sarcofago conservato nel Pergamon Museum di Berlino

La vicenda è nota: una giovanissima Medea, figlia di Eeta re dei Colchi e discendente del dio Sole, si innamora a prima vista dell’eroe cui suo padre aveva imposto prove proibitive da affrontare per conquistare il vello d’oro. Eeta spera di eliminare l’intruso, ma a Giasone la maga-fanciulla offre pozioni che gli permetteranno di superare la prova, conservando la vita contro le aspettative del re. Secondo alcune delle varianti Medea uccide il fratello Apsirto e ne smembra il cadavere costringendo il padre a desistere dall’inseguimento dei fuggiaschi per ricostituirlo, contro il terribile taboo della mancata sepoltura. Giunti a Corinto, Giasone mira al matrimonio con la figlia del re Creonte, abbandonando l’ormai inutile Medea malgrado i due figli avuti da lei.

Online was in: http://www.indafondazione.org/

Valeria Moriconi interpreta Medea. Teatro greco di Siracusa, 1996

Non meno scomodo, problematico, esigente, il personaggio di Medea rispetto a quello di Cassandra, segnato, anch’esso, da un rapporto con la conoscenza e con la consapevolezza, che si rivelerà rovinoso: un processo, tuttavia, che non coinvolgerà lei in prima persona, ma precipiterà nell’Ade i suoi congiunti (la tragedia di Euripide prevede l’infanticidio) non meno che i suoi nemici; peraltro Medea giura per Ecate, che abita nei penetrali della sua casa, e di Ecate dea della magia legata al mondo delle Ombre (come scrive Eva Cantarella) Medea è sacerdotessa e conosce pozioni misteriose sinistramente connesse a quel mondo.

La conoscenza, la sapienza, che le viene infatti riconosciuta – e temuta – da Creonte, è proprio quella della maga: ma Euripide gliene attribuisce un’altra, ben più profonda, significativa e coinvolgente anche per l’intellettuale a lui e a noi contemporaneo.

Maria Callas interpreta la Medea di P.P. Pasolini, 1969

Euripide, la cui misoginia è un’ipotesi ermeneutica oggi scartata dai più autorevoli studiosi, concepisce il suo personaggio in una situazione di scacco provocata da difficoltà di plurima genesi:

– dallo status di donna (e per questo in situazione di inferiorità rispetto all’uomo, sociale non meno che tradizionale, atavica – sebbene non archetipica –);

– dallo status di straniera (infatti non accomuna la sua situazione a quella delle donne di Corinto, che inizialmente la appoggiano ma dall’esterno);

– dallo status di “saggia”: per le arti di maga, sì, ma anche proprio riflettendo la condizione dell’intellettuale e il conseguente disagio di chi per ciò solo è considerato inutile o pericoloso e paga in termini di incomprensione e ripulsa, e di emarginazione, il proprio essere sophòs.

Medea in un affresco pompeiano

In quest’ultimo infatti la società intuisce la nux dell’eversione implicita in un sapere che in grazia stessa del suo essere e del suo essere consapevole e critico può demistificare le ingiustizie e gli inganni su cui è fondato l’ordinamento politico e sociale:  primi tra tutti l’inferiorità etica e civile in cui la società relega la donna, la sopraffazione del diverso e dell’individuo in sé, e l’ipocrita presunzione di Atene d’essere detentrice di una democrazia indefettibilmente basata sugli alti valori della legge e di Dìke.

Vari personaggi, presentati in sinergia, riconoscono infatti la colpevolezza di Giasone, esprimendo una condanna non solo di ordine etico ma anche giuridico e religioso: non solo è il peggiore degli uomini ma è anche colpevole di adikein: e ciò implica che, qualora offesa dall’uomo, anche alla donna (e tra parentesi anche alla donna barbara), pur di per sé “indifesa e sottoposta alla discrezionalità altrui”, è riconosciuto che sia “titolare di diritti nei confronti del marito” (De Benedetto). In più, Giasone ha tradito i giuramenti, e dei giuramenti è custode Zeus. Medea è straniera a Corinto e pertanto non c’è istituto giuridico che la tuteli, ma Euripide chiama tout court ingiustizia ingiusta (per di più cioè commessa contro un benefattore) quella di Giasone e Glauce e rileva il vuoto normativo, l’insufficienza della situazione e della ritorsione punitiva della polis. Non è propositivo, ma polemico, Euripide: e inscena una linea di conseguenze esacerbate e anch’esse irrisarcibili, senza ritorno: la Medea è una tragedia senza catarsi.

All’impasse, alla situazione di scacco su citata, Medea reagisce con la consapevolezza, reagisce mediante un lucido razionalismo che piuttosto che presentarsi in contrasto è la capacità che intravede una forza impossibile da dominare nel thymòs, forza irresistibile che reca conseguenze irreparabili e, Medea ne è cosciente, dense di una sofferenza che la lacererà: eppure – e questo a liquidare l’intellettualismo etico socratico – Medea sa che sta compiendo il male e che per esso soffrirà e dovrà sostenere, eroicamente (tàlaina tolmèso), mali tremendi: e però ugualmente agisce, e in un modo tale che a lei è conferito l’epiteto proprio di Ade, miaiphonos (colui che è macchiato di sangue).

Medea fugge sul carro del Sole, mentre Giasone brandisce la spada contro di lei, hydria lucana, attribuita al Pittore di Policoro, Policoro, Museo Nazionale della Siritide, 400 a.C. circa

E, come in generale nella tragedia greca la cultura magico-primitiva, il dato mitico di Medea sapiente anche nella magia – anche ma non solo, giacché capace di razionalismo impeccabile – conferisce una risonanza sinistra, uno sfondo inquietante, che si rivela irriducibile in una cultura di segno diverso, razionalistica e apollinea, che solo apparentemente si pone come vincente ed è invece travolta nel sangue e nell’oscurità.

Medea sul carro del Sole, dopo l’assassinio dei figli, cratere lucano a calice, vicino allo stile del Pittore di Policoro, Cleveland, Museum of Art, 400 a.C. circa

Così come il delirio da baccante faceva scivolare Cassandra nell’imprendibilità, definitivamente inafferrabile resta Medea, che sfugge ad un’unica categoria che possa incapsularla e da sola definirla, nel lessico come nell’agire: e ne è segno non solo la spiazzante impossibilità di immedesimazione nei suoi confronti (e a ciò serve l’infanticidio) bensì anche la finale utilizzazione di Medea stessa quale dea ex machina (deus ex machina, si ribadisce, di una tragedia senza soluzione), quando, ancora una volta affermandosi unica ad amare i propri figli e loro tutela e vindice, e rivendicandosi maga e di discendenza divina (dal Sole appunto), fugge, diretta ad Atene, sul carro alato del Sole.

Risulta così, Medea – e così il drammaturgo la consegna, stratificata e vibrante alla posterità -, non meno una amara riflessione da parte dell’intellettuale scomodo Euripide, che una metafora inquietante dell’ineffabilità, della – essa sola definitiva – indefinibilità dell’umano.

Maria Amici


“..la pazzia di mia moglie sono io…”

Pirandello tra il 1905 e il 1907 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Pirandello tra il 1905 e il 1907

  Luigi Pirandello, lettera a Ugo Ojetti, 10 aprile 1914.

– Il testo parziale della lettera è tratto da “Biografia del figlio cambiato”, di Andrea Camilleri; note e riflessioni sono mie -.

Mio caro Ugo,
non so che dire!

La lunga lettera* dell’Albertini, sì, cortesissima, rispettosissima, è vero, ma è stato per me in questo momento, Ugo mio, un vero colpo di grazia!

Ugo Ojetti

Ugo Ojetti

Ti dico il perché… ma già forse da un pezzo ti sarà arrivata agli orecchi la notizia delle mie immeritamente sciagurate condizioni familiari. Non è vero? Ho la moglie, caro Ugo, da cinque* anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia – io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato del tutto dal consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja*, del resto ereditaria nella sua famiglia.

Un frammento della lettera di Pirandello a Ugo Ojetti, 1914

“Non mi pare di meritarmi un siffatto trattamento. Sono stato umile e remissivo, tanto con il “Corriere” quanto con “La Lettura”… non mi son mai avuto a male, se mi hanno rimandato qualche novella… Ma che vogliano fare così anche con un romanzo, no!”

Non ti darei l’afflizione di sentire direttamente da me queste notizie, mio vecchio amico, se la disgrazia che mi capita adesso con l’Albertini non avesse qualche attinenza con essa.

Intenderai facilmente, che per quanto io guadagni lavorando in queste condizioni, per quanto ella, mia moglie, abbia di suo un discreto reddito, non c’è denaro che basti: tutto quello che entra è subito ingojato, divorato dal disordine che regna in casa da sovrano assoluto e con in capo il berretto a sonagli della follia.

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Ora è qua con me; ma lunedì, proprio lunedì venturo partirà di nuovo per la Sicilia: ha già i bauli pronti, e mi toccherà andarla a lasciare a Girgenti con uno dei figliuoli.

M’arriva a buon punto, come vedi, questo rifiuto del romanzo, su cui contavo per far fronte a bisogni gravi e urgenti„

N.B.

 * Con la lettera cui Pirandello accenna, autorevolmente Albertini, direttore del “Corriere della Sera”, piuttosto che Renato Simoni, il direttore del supplemento “La lettura” per il quale era stato proposto, rifiuta di pubblicare a puntate il romanzo “Si gira” (che sarà poi intitolato “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”).

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

 * Pirandello qui rannoda l’inizio della pazzia della moglie al 1909, non al 1903, l’anno del disastro della zolfara in cui Stefano Pirandello aveva investito i soldi della dote di Antonietta -l’allagamento in cui si perdono uomini e materiali e denaro-, alla notizia del quale Antonietta ha una crisi: non la prima peraltro, ma a seguito della quale rimane temporaneamente paralizzata – tempo dopo ne guarirà grazie alle cure profuse dal marito.

Nel 1909 muore invece il suocero, Calogero Portulano: che nella mente di Antonietta – per quanto invero fosse stato assai manchevole come padre – restava il suo sostegno e la sua indipendenza, o comunque autorità, economica, dacché anche dopo sfumata la dote quegli era stato tenuto alla reintegrazione di essa – e peraltro aveva scelto di usare “titoli non trasferibili di reddito minimo per fare un ulteriore dispetto” a Luigi, come commenta Camilleri –; il padre, che inoltre le scriveva, richiesto dal genero, nei momenti dei più gravi accessi della malattia, in modo da tentare di tranquillizzarla – probabilmente di restituirle la dimensione a lei più familiare, quella inculcatale, di figlia bambina che non era stata educata a crescere, piuttosto che di donna, moglie, madre.

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906. Foto in pubblico dominio L.633/1941

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906

Antonietta ne ha un ulteriore peggioramento: tale che, per la sua eccessiva turbolenza e per le scenate furibonde di gelosia – in cui non si limita a inveire contro le cameriere e a mandare in frantumi stoviglie e  porcellane -, il marito deve spesso prendere una stanza in affitto altrove e allontanarsi di casa, o – per volere di lei – accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli, a Bonamorone dove viveva il padre e la donna sarebbe restata con i fratelli, o in seguito, non potendo o non volendo più essi, con una cameriera in una residenza da Luigi presa in affitto, il villino Catalisano, vicino a Girgenti ma in campagna, con vista in lontananza sul mare.

     Elio Gioanola, critico letterario di taglio “psicanalitico”, nel suo Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive(Milano, Jaca Book, 2007) p. 260, spiega altrimenti il mutamento del 1909 e che venga risentito da Pirandello come il momento di scaturigine della follia: “Pirandello fa

la casa di Calogero Portulano a Girgenti

datare l’inizio della follia della moglie dal 1909, che è l’anno della morte di Portolano, quando Antonietta si fa forte dell’eredità paterna e può permettersi l’ossessivo andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi, dando vita così alle ricorrenti, complicate separazioni provvisorie dal marito (lei non accetterà mai la separazione legale e continuerà a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello*). Ma sappiamo bene come la follia mostri traccia della sua presenza fin dalle origini della vita coniugale, come aveva preannunciato lo zio Vincenzo”.

– A questo proposito, precedentemente (p. 232) il critico aveva citato – a proposito della rinuncia al matrimonio, da parte di Luigi, nel 1892, a causa delle asfissianti condizioni imposte da Calogero Portulano – un’iniziativa di “Vincenzo, fratello di mamma Caterina”, che mandò una lettera di “congratulazioni per lo scampato pericolo insieme a questo inquietante sigillo: «Antonietta è figlia di due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori»”.

En passant noto che altri studiosi, e la nipote di Pirandello stesso, Maria Luisa Aguirre D’Amico (nel suo “Vivere con Pirandello”), non presenta ugualmente la disposizione di Antonietta alla separazione legale.

– Nel certificato medico stilato in seguito (probabilmente in occasione del ricovero di Antonietta nella casa di salute “Villa Giuseppina”, sulla via Nomentana, a Roma), l’11 gennaio 1919, dal dottor Ferruccio Montesano della Regia Università di Roma “La Sapienza”, si legge che «Portulano Antonietta in Pirandello affetta da delirio paranoide si è resa pericolosa per sé e per gli altri».

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 – Fotografia in pubblico dominio, L.633/1941

Tuttavia, Pirandello per più di vent’anni, malgrado tutto, aveva rifiutato, nonostante le pressioni dei medici, di ricoverare la moglie in una clinica, vulgo manicomio: anche quando l’alterazione del suo stato mentale aveva comportato aggressioni non solo verbali a lui, accuse insensate a lui e alla figlia, la necessità addirittura che anche Lietta lasciasse per qualche tempo la casa. Non tanto, forse, per scontare d’essere il marito che, preso dall’arte “le sfugge in una dimensione a lei  ignota” (l’espressione -il misunderstanding?-, è  di  Sciascia,

Luigi Pirandello

e così ripreso da Camilleri) ma per la speranza e l’errore – per tanti critici abissale! – d’aver voluto, quella dimensione altra e alta, condividerla con la donna cui aveva legato la sua esistenza e cui d’esser unito per la vita –lui così profondamente leale, fedele e monogamo –,  nel bene e nel male, aveva promesso: e mantenne, a costo di consumarsi, malgrado avesse potuto in seguito trovare in un’altra donna una più profonda comunione spirituale e intellettuale – ma, e una volta di più,  forse non l’amore.

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