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“La signorina”, novella di Luigi Pirandello…

– Novelle per un anno –

La signorina

Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel 1894 in Amori senza amore, Roma, stabilimento E. Bontempelli editore; poi confluita nell’Appendice a Novelle per un anno apparsa postuma nel 1938.

In tale edizione, la novella è disponibile su questa pagina dell’insostituibile PirandelloWeb.

L’esordio della novella, in medias res, cattura l’attenzione del lettore, che si trova subito inviluppato in un intrico di considerazioni sovrapposte e contrapposte -nel tribunale della coscienza-, riguardanti atti non compiuti e tuttavia sin dalle intenzioni percepiti già di per sé sleali, o lasciati a mezzo, all’avvertimento e al potenziale fraintendimento altrui o a volte dall’altro colti incidentalmente o senza profondità di desiderio;  un nodo di tradimenti, in una, non inusuale in Pirandello, sospensione della volontà in un limbo in cui essa galleggia impartecipe («senza quasi volerlo»);  un groviglio di intenzioni e atti definiti non si sa bene se solo nel pensiero o oltre, per via di allusioni e ‘trappole’ della conversazione galante; di decisioni proposte e di obiezioni, entrambe opposte del soggetto a se stesso;  un vortice di antipatie e di scelte per ripicca o per ripiego; di costruzioni e immaginazioni proprie promosse nel pensiero al rango di altrui intenzioni, modi e atti;  e a specchio un labirinto, sul piano narrativo, di prospettive e focalizzazioni sul personaggio continuamente oscillanti, di psicologie dissimili e contrastate, delineate con introspezione spietata e un sapiente gioco già drammaturgico in cui anche lo stesso personaggio, sia sulla linea dell’azione sia sdoppiandosi nelle proteste continue di coscienza ed onestà, sostiene più ruoli.

Luigi Pirandello (il secondo da sinistra) sulla terrazza della casa dello zio Rocco con due amici e il fratello Enzo, 1888

Di due amici, uno, l’avvocato Marzani, è incerto se chiedere o no in moglie una «signorina» senza dote; l’altro, Mabelli, ha fatto timide e combattute -ma non frenate- avance, ben accolte, alla stessa, per quanto, non essendo abbastanza danaroso, non possa sposarla.

Lo aveva fatto comunque, tuttavia, in un momento

«in cui s’era lasciato prendere quasi in agguato dal proprio cuore, contro le dolorose imposizioni della ragione e della necessità»

e poi non aveva più saputo con sincerità e decisione né chiarirsi né impedire che le «supposizioni» di lei, cui quelle avance avevano dato adito, divenissero per lei «certezza, a cagione del suo silenzio» ed ella continuasse ad avvolgerlo, anzi «aggirarlo tra le spire della sua arguta malizia», né impedirsi di tradire, di fatto, l’amico «così, senza quasi volerlo» (“non si sa come”?), e parimenti il padre della donna, che confida in lui.

Sempre esitante, Marzani non gliene chiede subito conto, accenna solo a un proprio «sospetto», ma Mabelli lo depista, peraltro violando una confidenza della giovane, se non peggio: è un «equivoco», non lui fa la corte alla signorina, ella invece ha avuto un amore da ragazzina con un terzo, che i due amici considerano «un po’ traviato», l’Arnoldi, da poco tornato in città.

Giulia, la «signorina», «stizzita» dall’irresolutezza del Mabelli, decisa «più per puntiglio di vincere che per amore», tenta di comprometterlo con qualche atto «non del tutto inappuntabile», ma egli si ritrae, malgrado ella infine lo accusi di averla ingannata.

Mabelli non sa fare altro a questo punto che prospettarle una serie di vuote, frustrate, inibitorie proiezioni:

Pirandello nel 1892

«E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!»

In Mabelli, quindi, d’un tratto balugina – meno attenuando la mediocrità del personaggio di quanto non presenti lo svilimento di una figura che si vorrebbe meno indegna – l’ipotiposi dell’Artista, perduto in una rete di sogni velleitari che gli negano la vita: e peraltro la vita di Pirandello a questa impasse fu consona. Analogamente, infatti, nel Discorso al Convegno «Volta» sul teatro drammatico, a Roma, l’8 ottobre 1934, quasi quarant’anni dopo, lo scrittore avrebbe precisato e ammonito:

Pirandello a Villa Farnesina per il IV convegno Volta sul teatro drammatico, 1934.

«è vero che la vita o si vive o si scrive e che, quando la si vive, difficilmente nello stesso tempo, cioè in mezzo all’azione e alla passione, ci si può mettere in quelle condizioni che sono proprie dell’arte».

Una poetica dell’esclusione, quindi: che Pirandello visse, ma tragicamente e con dignità, con estrema, disillusa coerenza.

D’altronde anche quell’amore, e Mabelli lo rileva in un guizzo metanarrativo, non era nato che in un atto in germe ‘artistico’, quale la catoptria nella narrazione di un sentimento -peraltro labile- e la proiezione nel sentimento di quella narrazione, durante il racconto, da parte di un altro (la «signorina»), del ricordo dell’amore giovanile di lei.

 Forse Mabelli coglie anche confusamente, ma più con un’intuizione cattiva e autoassolutoria, il «puntiglio» di lei di sposarsi.

Allora perché non con l’Arnoldi, che si è ripresentato al padre di lei, e questi proprio a Mabelli ha chiesto consiglio? Ma meglio Marzani!, si dice l’“artista” manipolatore: e a quegli si volge a proporgli di interporsi nel matrimonio, non peritandosi di ‘limare’ le proprie non del tutto innocenti responsabilità, ma al contempo sentendosi «trattenuto», come «internamente» da «qualcuno», un “altro” se stesso appena percepito.

Pirandello con Antonietta (la prima da sinistra) e parenti, nel 1894

Similmente, in un vertiginoso e inquietante effetto di straniamento, un “altro”, il Mabelli, «parla per bocca» di una Giulia plagiata e consapevole insieme, motivando il suo rifiuto a sposare chiunque. Inquietante, perché effetto non voluto da lui, che ai genitori della donna propone allora Arnoldi: e a lei, con una «freddezza un po’ ironica», nell’alternarsi dei suoi atteggiamenti, peraltro ambigui – e penosi, con quella sfumatura di coscienza tuttavia obliterata.

La signorina allora, altresì sentendosi merce di scambio per la pretesa sistemazione economica della famiglia, proprio a quella freddezza reagisce, tra l’offeso e il capriccioso, decidendo d’impeto, e con un riso sarcastico tutto rivolto al mancato sposo, di accettare di sposare l’ultimo proposto, senza amore, per ripicca: per quel «puntiglio» che così spesso l’aveva connotata.

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L’esito drammaturgico

Al termine della sintesi infra ripresa,  Gioanola in Pirandello’s story, cit.,  pag. 265), nota:

 “Dal […] racconto, diventato famoso nell’adattamento teatrale, L’amica delle mogli, abbiamo già ricavato qualche osservazione: la protagonista rappresenta una specie di perfetta incarnazione dell’amore assoluto, che per restare tale deve rinunciare a darsi qualche chance di realizzazione: «Ella è l’intatta e l’intangibile! Rimane agli occhi nostri come l’ideale, che tu, sciocco, ed io, ci siamo lasciato sfuggire. E lei si vendica, facendoci innamorare invano»”.

“L’amica delle mogli”: una scena con Marta Abba e Lamberto Picasso

 Tuttavia L’amica delle mogli, commedia composta nella seconda metà del 1926 e rappresentata dal 28 aprile 1927, più direttamente deriva dall’omonima novella, pubblicata anch’essa in “Amori senza amore” (Roma : stabilimento E. Bontempelli), nel 1894.

La signorina può essere richiamata, come fa Gioanola, quale antecedente del dramma suddetto magari per qualche analogia formale, superficialmente nella situazione per cui attorno ad un’unica donna s’aggirano più pretendenti, tra loro in rapporti d’amicizia sottilmente suscettibile d’esser tradita.

Ben diverso invece L’amica delle mogli, sia per gli esiti della situazione, sia soprattutto per l’intensità drammatica e nella costruzione del personaggio della protagonista, che non solo da sé ‘motiva’ l’opera e ne sposta la focalizzazione tematica, ma risulta di ben altra levatura e spessore, non meno per la stratificazione dei moventi che per la complessità della psicologia.

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 Un consiglio per la bibliografia

  Elio Gioanola in Pirandello’s story. La vita o si vive o si scrive (Milano : Jaca Book, 2007, pag. 264),
assume la novella – una delle quali, La ricca, del 1892, e altre di Amore senza amori – ad esemplificazione di una situazione limite la cui percezione è viva in Pirandello da ben prima delle note traversie personali:

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma - immagine in pubblico dominio in Italia

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma

“della donna non si può fare a meno, ma convivere con lei non è possibile”; tuttavia (per la profonda moralità da cui egli è animato), il matrimonio è l’“unica via di rapporto amoroso socialmente riconosciuto e moralmente accettato”: e l’una e l’altro necessari.

“Così il matrimonio diventa un’impossibile possibilità, in uno scontro di assoluti che esclude ogni possibile mediazione dialettica. Così non soltanto il matrimonio realizzato è causa di infelicità, ma [lo è] anche quello impossibile a realizzarsi tra chi veramente si ama”.

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In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 265.

La novella “sviluppa un nodo ancora più intricato di reciproci veti, con al centro una ragazza ambita da un avvocato, mentre lei è del tutto indifferente perché innamorata del miglior amico del suo spasimante. Costui, a sua volta, non può sposarla per non tradire i suoi alti e vani ideali: «E le parlò […] di tutti i suoi sogni andati a vuoto, dei disinganni, della lotta assidua contro tanti bisogni, che l’avvilivano, lo strappavano ai suoi ideali; e degli stenti e delle fatiche durate per mantenersi fedele a quell’ombra di sogno, ch’era pur l’unica realtà della sua vita, lo scopo e la ragione – l’Arte!». Si fa avanti un terzo uomo – amoretto studentesco della «signorina» – e chiede la sua mano. L’aspirante artista consiglia l’amico avvocato a fare lui la richiesta, ma la donna rifiuta e, per sfuggire all’impasse in cui si trova, decide di sposare l’ultimo arrivato, che non ama affatto.

et quod sequitur
Maria Amici


“Zia Michelina”, una novella ..pirandelliana

– Novelle per un anno –

Zia Michelina

Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel maggio 1914 su Noi e il mondo – rivista diretta da Lucio D’Ambra legata al quotidiano romano La Tribuna -, nel 1922 confluita ne L’uomo solo, quarto volume delle Novelle per un anno.

Si segnalano, nell’edizione del 1922 rispetto a quella del ’14, non soltanto varianti linguistiche ma consistenti divergenze strutturali: addirittura il radicale cambiamento del finale altera profondamente la chiave interpretativa dalla centralità consolatoria della dimensione materna a un sostanziale pessimismo.

Nell’edizione del 1922, che seguiamo nella presente lettura, la novella è disponibile su questa pagina dell’insostituibile PirandelloWeb.

Luigi Pirandello, Paesaggio di Anticoli Corrado (1936). Collezione privata

Nella novella, pseudovalori atavici quali il predominio dell’interesse economico – che per di più vincola le unioni matrimoniali -, la soggezione e reificazione della donna, la virilità dell’uomo quale sua sola identità e qualità, pesano in maniera determinante sui comportamenti, sui giudizi, sul senso di sé.

Dove più la novella tuttavia si distingue dal suo substrato naturalistico positivista, è nel sottolineare l’ontologico peso delle ‘maschere’ che la convivenza sia con la società sia con se stessi impone alla persona, non meno che la ‘camera della tortura’ (si cita la preziosa espressione esegetica di Giovanni Macchia) imposta dal pensiero comune che finisce per accerchiare l’individuo e fagocitarne le scelte e l’esistenza. Gli snodi narrativi sono continuamente segnati da un turbinio di progressive mistificazioni cui sono sottoposti i comportamenti e le motivazioni dei personaggi, specialmente della protagonista, la più lontana dal sentire comune, alle cui contraddizioni ella oppone una stridente disperata estraneità.

La situazione iniziale della novella vede il giovane Simonello, da tutti detto “Marruchino”, partire per il servizio militare proprio in concomitanza alla morte del vecchio Marruca, che lasciava lui erede delle sue proprietà, e la moglie usufruttuaria.

Egli era infatti stato adottato dallo zio paterno Marruca, vedovo. Era, questi, un contadino arricchito, che lo aveva voluto con sé sin dalla tenera età e che, pur di testimoniare la propria virilità – sminuita nell’opinione comune dal non aver generato figli suoi -, oltre che per fornire cure materne al bambino, aveva preso in moglie l’ideale di donna in quella società di valori arcaici fortemente maschilisti: una giovanissima di carattere arrendevole, Michelina appunto, che non solo aveva ben adempiuto, in quell’ottica, ai suoi doveri di moglie, in più persino affezionandosi al marito, ma si sentiva, del nipote acquisito, madre a tutti gli effetti.

Fausto Pirandello, Donna con bambino (1929-30, Roma, Via Bosio)

Il nipote, secondo gli schemi consueti renitente a qualsiasi proposta di istruzione come di esperienza esterna, invece, dopo esser partito fa sapere di non voler tornare a casa, per una qualche sua pena segreta: la matrigna non riesce a farsela confidare neppure quando torna in licenza, durante la quale anzi egli è scontroso, arriva persino a rifugiarsi in campagna evitandola.

Quando la donna comprende infine, turbata e quasi inorridita, il motivo della disperazione del figlio-nipote acquisito – questi si sarebbe innamorato di lei -, il rimedio suggerito dal cognato e da vicini insinuanti e malevoli le appare assurdo, anzi abominevole, poiché domina in lei il sentimento materno: tuttavia, non solo nessuno è disposto a intenderlo, così come d’altronde neppure che sia amore quello di Marruchino, bensì tutto è riportato alle sottese questioni economiche, all’eredità inattingibile al giovane in maniera autonoma finché lei viva.

“Zia Michelina si vide, si sentì sola. Sola e come sperduta.
Ma dunque, se questo era il mondo, se in questo mondo, di fronte all’interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento più santo, quello dell’amor materno, che credevano tutti? che la vera «interessata» fosse lei? che volesse rimaner padrona di tutto e tener soggetto il nipote? Questo credevano? Interessata, lei! Ah, se veramente..„

Così, la donna, la sensibilità esacerbata dal peso dell’incomprensione e del sospetto, giunge addirittura alla decisione di riprender marito, contro ogni logica, contro le proprie stesse dirittura umana e coerenza sentimentale, pur di estrarsi dalla linea ereditaria: una volta ancora nel gioco di sovrapposizioni di giudizi esterni, dell'”opinione comune”, viene, la sua, considerata una “pazzia”, dacché ..non è comprensibile come la donna possa rinunciare all’eredità per inseguire il piacere cui si potrebbe dare ugualmente, anche senza sposare! Si ribadisce quindi l’ennesima mistificazione degli invece puri moventi della protagonista.

Fausto Pirandello: Mosè salvato, 1934

Persino al padre di Marruchino -un vecchio laido che per di più la diffama- ella giunge ad offrirsi, per liberarsi dall’ulteriore equivoco che sposi per interesse, ma l’orrore fisico e morale e il desiderio di preservare l’eredità per il nipote prevalgono.

Michelina dunque, stravolta, irriconoscibile, affronta con inusitata durezza il giovane e finisce anch’ella per ritorcergli il travisamento dei suoi sentimenti di donna e madre, fraintendendo a sua volta quelli di lui, in più rinfacciandogli mire fondate non di meno sulla convenienza; si dice infine disponibile a sposarlo: purché il matrimonio sia solo formale.

Il giovane accetta: però, dopo lo sposalizio, “un po’ [per] vanità, un po’ [per] le beffe della gente”, un po’ per tener fede alla “parte che s’era assunta d’innamorato”, esige di far consistere la forma del matrimonio nell’atto inteso comunemente quale sostanziale, il coronamento sessuale, e, stravolgendo -e invertendo- la originaria autenticità del suo sentimento, violenta Michelina, la quale si difende invano con tutte le proprie forze, suicidandosi infine.

Così rielaborato, il finale della novella del 1922 diverge dalla precedente edizione, in cui il valore della maternità aveva una connotazione consolatoria e di risarcimento umano e sociale per la protagonista.

“Marruchino”, dopo questo tragico trapasso all’età adulta e ormai inserito a pieno titolo nella società, perfettamente integrato, verrà assolto non solo dalle accuse di stupro, protestando d’aver fatto solo valere quello che la pubblica opinione gli riconosceva quale “diritto”, ma dall’omicidio: dacché con il matrimonio aveva ottenuto sia la donna che i suoi averi, a che compierlo?

Segnata dal ricorrere ossessivo dei lemmi “pazza” e “pazzia”, utilizzati nella prospettiva della gente a lessicalizzare l’abnegazione e il disinteresse della protagonista, persino il suo spirito materno, quando invece al contrario proprio in questi sarebbero da riconoscere dei valori, la novella si conclude infatti con la sanzione definitiva della completa inversione nel pensiero comune della logica, dell’umanità, della scala dei valori, un’inversione tipicamente pirandelliana: anche se quel ragazzo lei “l’amava come un figliuolo” (anzi quasi proprio per questo), in fin dei conti, cosa sarebbe costato a quella “pazza” di Michelina, dato che “era divenuto suo marito, fargli da moglie”?

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Un consiglio per la bibliografia

Raffaele Messina, Zia Michelina e le sue storie. Lettura stratigrafica di una novella di Luigi Pirandello, Napoli : Loffredo Editore, 2010.

Il saggio è anche nella rivista “Critica letteraria” (Napoli: Loffredo; Anno XXXVIII (2010), Fasc. I, n. 146, pp. 77-103); ne è qui reperibile  in lingua inglese la presentazione.

In esso si fa notare come la novella, non particolarmente famosa ma generalmente richiamata paradigmaticamente dai critici che si siano occupati della gestione dei personaggi femminili e del tema della maternità nelle Novelle pirandelliane,  nelle varianti intercorse tra le due edizioni si faccia veicolo, specie per la differenza di conclusione tra l’una e l’altra, di un sostanziale mutamento nell’Autore della visione della vita, maturato negli anni della Prima Guerra mondiale nel senso di un pessimismo sofferente e oscuro.

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In estrema sintesi

 

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi (non del tutto precisa) è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 266-267.

«Un bambino è allevato dallo zio vedovo che, per dargli una madre, si risposa. L’uomo muore, lasciando la giovane vedova con l’usufrutto dei beni lasciati al nipote. Questi, arrivato all’età del militare, s’incapriccia della zia, creandole un “sospetto che le fece orrore […] misto di schifo”, perché lei si sente madre, avendolo allevato da quando aveva due anni. Per reagire, smette i panni di vedova e va in cerca di un nuovo marito, ma se si risposasse perderebbe l’usufrutto. Finisce per cedere alla pressione dei famigliari interessati: sposerà il nipote, ma a patto che le nozze siano bianche. Il focoso ragazzo non resiste alla tentazione, va nel podere in cui la donna si è rifugiata e la violenta. Zia Michelina si uccide gettandosi in un burrone».

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