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Ricordo di Arnoldo Foà

ArnoldoFoà via arnoldofoa.it per essere attori

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“Per essere attori bisogna prima di tutto essere„

la sua incisiva epigrafe che presenta l’uomo di teatro, il regista, l’attore, attivo nel cinema e nella tv sin dagli albori della RAI, non meno dello scrittore.

Dentro chi di noi non vibra ancora la voce* profonda, segnata, indimenticabile, di Arnoldo Foà? [*vd. infra]

ArnoldoFoà via arnoldofoa.itL’uomo, attraversato un secolo (era nato nel 1916), è morto oggi, 11 gennaio 2014: ma Arnoldo Foà è ancora vivo, in chi vuol risentire anche solo in una sua dizione di poesia, una fra le miriadi, o persino nella battuta di uno dei tanti -valevoli- sceneggiati del passato, l’afflato della Cultura vissuta in prima persona, in un progetto esistenziale che affratella purtroppo pochi.

Pirandello conversa con Ruggeri al teatro Argentina

Pirandello conversa con Ruggeri al teatro Argentina

Tra i tanti (da Ibsen a Anouilh a Shaw, da Eschilo a Sofocle a Euripide, da Shakespeare a Molière a Turgenev, da Plauto a Rosso di San Secondo a Hugo a Cecov…,  -ma con impegno particolarmente sentito-, di Pirandello Foà fu spesso interprete:

recitò nell‘Enrico IV con Ruggero Ruggeri nel 1945,

Diana e la Tuda, 1971

Diana e la Tuda, 1971

fu Diego Spina nel Lazzaro di Claudio Fino del 1952,

il Prof. Barranco in Ma non è una cosa seria di Squarzina nel 1957 con la compagnia Pagnani-Villi-Foà-Ferzetti;

in Maschere Nude, regia di Puggelli, nel 1975, interpretò il dottor Hinkfuss, e lo stesso personaggio in

Diana e la Tuda, 1971

Diana e la Tuda, 1971

Questa sera si recita a soggetto, regia di Parodi, nel 1982;

inoltre, fu ne L’Ultimo Viaggio di Pirandello di B. Belfiore, regia di P. Gazzara, del 1991.

Diana e la Tuda, 1999

Diana e la Tuda, 1999

Prestò la propria regia anche alla lirica, mettendo in scena l’Otello di Giuseppe Verdi, Il pipistrello di Strauss e, come aveva fatto, da pioniere, lo stesso Pirandello del Teatro d’Arte di Roma il 28 aprile 1925 alla presenza del compositore, l’Histoire du soldat, di Igor Stravinskij.

Diana e la Tuda, 1999

Diana e la Tuda, 1999

Ma di Diana e la Tuda nel 1971 a Palermo, nel 1979 a Roma con Paola Pitagora, nel 1984 e poi nel 1999-2000 con Giada Desideri, offrì una propria lettura sia nell’interpretazione di Giuncano sia nella regia: qui sul meritorio PirandelloWeb gli Appunti di regia di Arnoldo Foà, una sua penetrante riflessione che ben lumeggia un’opera di Pirandello spesso fraintesa o trascurata dal pregiudizio e dall’oblio.

Ci lascia con ironia, Foà** [vd. infra], la stessa di cui diede prova in Io sono il teatro: Arnoldo Foà raccontato da Foà***.

Un addio senza tempo.

In perpetuum, frater, ave atque vale 

..et quod sequitur…
Maria Amici

n.b. Le immagini di Arnoldo Foà sono tratte dal sito ufficiale.

*Il canto I dell’Inferno recitato da Arnoldo Foà

*Una Lectura Dantis

***Io sono il teatro, film-documentario di Cosimo Damiano Damato, “fra ironia, poesia e impegno civile”

**Buonasera

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vinta la realtà con la surrealtà…

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«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è.
Non lo sapremo mai»

copertina Almanacco Bompiani 16:1938-Lessi questa frase di Luigi Pirandello, a mia volta, tra i Foglietti sparsi pubblicati nell’Almanacco letterario Bompiani del 1938, in edizione originale, rocambolescamente salvato dall’oblio e dai rifiuti nella biblioteca in cui lavoravo. Avevano peraltro già trovato edizione nella «Nuova Antologia» quattro anni prima, nel numero del 1° gennaio 1934 (in Nascita di personaggi): anch’esso ebbi la ventura di estrarlo da ammassi polverosi alcuni mesi dopo, curando che non mi si sfilacciasse tra le mani…

Pulvis es, peraltro, et in pulverem reverteris; in polvere sfumeremo nell’indifferenza, talvolta vendicativa o astiosa o semplicemente bruta prevaricatrice sul debole, di gente futile.

Genii, e non.

Pirandello le Mani«Vinta la realtà con la surrealtà», settantasette anni  or sono «un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio», abbandonando il vuoto beante e roboante che lo aveva tradito e recluso -e occasionalmente però blandito di «pagliacciate»-, finalmente nella conquistata e ribadita indifferenza di una conclusa giornata

(«La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…», commentò un giornalista francese che assistette – ma, come nessuno fece, non partecipò –  al suo funerale, Henri Mercadier),

innominato e oscuro Pirandello si confuse con la nebbia nella penombra di una raggelata mattina invernale romana. Neppure consapevole, essa, della mutilazione subìta:

come il 10 dicembre 1936, ricevendo la notizia, si sarebbe scritta Paola Masino, compagna di Massimo Bontempelli e lei pure amica personale dello scrittore.

«Il dolore che paralizza materialmente. Scrivo, e con il cervello so benissimo quanto dico e faccio, ma la mano prova la stessa difficoltà di quando avevo sei anni.

Pirandello con Marta Abba (venuta a salutarlo) e Paola Masino a Genova all'imbarco per Buenos Aires sulla Duilio: 17 Agosto 1933

Con Paola Masino e Marta Abba a Genova, 1933

Amavo Pirandello non come un uomo o come un parente o un amico, ma come un elemento del mondo che a me è palese. Quando mi hanno detto che è morto è stato come se all’improvviso mi avessero annunciato che l’erba o le nubi o le greggi sono scomparse da questo pianeta. Sapere che non vedrò più un prato mi darebbe lo stesso stupefatto stordimento. […]

Ripenso al mondo di un’ora fa, quando lui era ancora vivo, e mi pare un mondo completo, non zoppo come questo, non con questo buco vuoto nel fianco; e tuttavia so che camminando fino alla mia morte in questo nuovo mondo mutilato, niente potrà non farmelo ancora apparire completo d’erba e di greggi e tempeste, tanto quelle immagini sono abbeverate della mia sostanza.

E così è di Pirandello.

Scrivo queste cose qualunque per rispetto di lui che amava tutti gli sforzi contro la nostra pochezza. Il sonno. Tanto scoramento mi dà questa morte che vivo da qualche giorno sempre in una gran voglia di sonno. Dormire per non ascoltare il rumore di una vita che mi sembra ormai senza speranza stracciata.

Scrivere è un inutile tentativo di rammendo»

(Qui il testo)

Inane la scrittura quale impossibile rammendo. Una rapsodia anomala, invece, quella che oggi propongo su Nephelai, impedita non meno da difficoltà aborrite e tanto più incoerenti quanto incommisurate per accanimento (e gravità di conseguenze –fisiche e professionali–) alla debolezza dei disabili contro cui si abbattono, ridotti al silenzio – e nel silenzio anch’io sfumo, in attesa di vincere la surrealtà.

Ma la memoria non si spegne, malgrado la mutilazione. Così, pur in un balbettio, mi è un’istanza naturale proporre un minimo tributo di lettura a Luigi Pirandello: oggi, peraltro, che è sì un anniversario, tuttavia in nulla diverso dagli altri giorni, non avendo bisogno della ricorrenza –e più onorando quell’uomo schivo– per soffermarmi sui suoi scritti più che sulla sua scrittura, per ripercorrere –appunto, in phoitesis, io ichneuta vana– il suo magistero esistenziale.

getsemaniAlle annotazioni di Masino, affianco uno stralcio, estratto anch’esso da «Nuova Antologia», di un contributo pubblicato poco meno di trent’anni fa, a firma dell’allora particolarmente seguìto Giorgio Saviane –di cui adolescente lessi Getsemani grazie a una madre non miope–: Presurrealismo in Pirandello, che mi è parso particolarmente significativo oggi

“..nello sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà”.

– l’articolo per intero è reperibile in «Nuova Antologia», a. 118, fasc. 2145, Gennaio-Marzo 1983, Firenze, Le Monnier, pp. 304-310 (qui passim da pp. 305-308).

“… in Pirandello la storia del surrealismo si capovolge, nasce già simbolico senza termini che lo definiscono per contribuire inconsapevolmente alla “scoperta” della parola. Che subito acquista la sua funzione di costituire un elemento di informazione maggiore anche con riferimenti a prima della comparsa della parola. Se infatti il surrealismo in Pirandello possiamo definirlo ora, prima come potevamo accreditare certi accostamenti dal punto di vista linguistico?

al Caos

al Caos

Ad esempio: «una notte di giugno io caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano. Si sa le lucciole come sono. La notte, il suo nero, pare lo faccia per esse che, volando non si sa dove, ora qua ora là vi aprono un momento quel loro languido sprazzo verde. Qualcuna ogni tanto cade e si vede allora sì e no quel suo verde sospiro di luce in terra che pare perdutamente lontano. Così io vi caddi quella notte di giugno, che tant’altre lucciole gialle baluginavano su un colle dov’era una città la quale in quell’anno pativa una grande morìa. Per uno spavento che s’era preso a causa di questa grande moria, mia madre mi metteva al mondo prima del tempo previsto, in quella solitaria campagna lontana dove s’era rifugiata. Un mio zio andava con un lanternino in mano per quella campagna in cerca d’una contadina che aiutasse mia madre a mettermi al mondo. Ma già mia madre s’era aiutata da sé ed io ero nato prima che quel mio zio ritornasse con la contadina. Raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle… Io penso che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima».

Il brano che ho letto per la prima volta nel libro di Enzo Lauretta, Luigi Pirandello storia di un personaggio ‘fuori chiave’ (Mursia, Milano 1980), si può bellamente definire surreale seppure sia stato scritto prima della data di nascita del surrealismo.

Sarà surreale in Pirandello quel suo insistere sul dialogo con i propri personaggi fino a dichiarare che se non li accontenta gli scappano di mano. Bastano questi esempi per rendersi conto come il surrealismo prima di definirsi in una corrente letteraria e pittorica, era un atteggiamento interno, avvalorando la tesi fondamentale del surrealismo che mira a trascendere il reale per il magico, il sublime, l’eterno. E non vi è dubbio che la lucciola che cade

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

Luigi Pirandello, Il caos, su olio

«in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare» è una comparazione iperreale che subito si fa surreale «raccattata dalla campagna, la mia nascita fu segnata nei registri della piccola città sul colle. Io penso […] che sarà cosa certa per altri che dovevo nascere là e non altrove e che non potevo nascere dopo né prima» con un ampio disporre del reale a significare il sospetto di una realtà tutta diversa, una realtà nient’affatto precostituita, una realtà che si arrampica verso l’inconoscibile con dati tuttavia realisticissimi: il registro dell’anagrafe di Girgenti, la campagna, la lucciola, il mare. Vi è cioè un salire alla maniera brunelleschiana con i mattoni reali verso una novità altrettanto reale che è la cupola del Duomo di Firenze che ha agganciato una regola di statica come un invisibile appoggio nel cielo. E mi sono soffermato su questo brano di Pirandello, modesto in fondo a paragone di altre sue cose, proprio per sottolineare che già l’idea è vocabolo, o comunque “spinta” al vocabolo.

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d'Autore, messinscena del Teatro d'Arte diretto da L.Pirandello, 1925

Marta Abba interprete della Figliastra nei Sei personaggi in cerca d’Autore, messinscena del Teatro d’Arte diretto da L.Pirandello, 1925 – da web

Quel formarsi interiore della parola di cui si diceva prima può avere un risultato immediato (o apparentemente immediato) e uno invece differito nel tempo, più realistico, storicistico addirittura: seppur col destino di voler essere parola, il surrealismo già esisteva nella piccola realtà della lucciola di un brano di prosa.

La forza esplicita del surreale (e non importa, ripeto, se Pirandello conoscesse allora tale parola) è nei Sei personaggi in cerca d’autore che sono la personificazione magica di quel qualcosa che bussa ai cassetti del computer uomo per esservi incluso e aggiungere probabilità alla conquista dell’infinito.

Il funerale del commediografo descritto dal giornalista francese Henri Mercadier ci aiuta a decifrare l’immaginazione surreale che aveva spinto Pirandello (morto all’apice della sua grandezza due anni dopo aver ottenuto il Nobel) a disporre nel suo testamento quella cerimonia funebre raccapricciante e solitaria, densa di significanti magico-umanistici.

Pirandello Mie ultime volontà da rispettare, autografo«… il lugubre carro, solo tutto solo – scriverà Mercadier – discende per via Torlonia al piccolo trotto incosciente del cavallo nero. E’ grottesco, commovente, equivoco e segreto. Se ne va, anonimo e banale, sulla strada larga e calma: i rari passanti che lo incontrano salutano senza guardare. E’ un povero che passa. Il più povero dei poveri. Un uomo, che non fu altro che un uomo con lo spirito di un genio. La gente non sa: ignora, negligente e futile. Sento il bisogno di gridare: ‘E’ Pirandello che passa’…»

pirandelloscuroMille surrealità danzano su questa scena descritta da Mercadier nella sua realtà di cronaca e tuttavia già inventata da Pirandello nel suo testamento. Il drammaturgo si sente piccolo di fronte all’inconoscibile che è la morte e vuole manifestarlo. Sceneggia così la sua uscita dalla vita, la pazienza di morire prima della morte, l’accettazione della morte, dato esplicitamente freudiano e perciò stesso più strettamente surreale. E vuole essere solo, forse a trarsi da una realtà ipocrita che costringe le facce alla esteriorità cruciata anziché alla meditazione e al dolore; forse nel gesto orgoglioso del grande che vuole distanziarsi nell’atto di morire dai tanti che l’hanno misconosciuto, o da tutti per quel soliloquio di grandezza ancora maggiore: non dichiarata però, rappresentata ambiguamente fino a significare anche il suo opposto. Dicevamo all’inizio che la parola quando si fa simbolo ha un significato immediato e molti mediati fino al suo opposto. Nella rappresentazione del funerale di Pirandello ne troviamo un esempio tangibile: il reale (lo scrivere il testamento) diventa iperreale (nel giocare d’anticipo la parte della sua morte); surreale (nei significati di quella rappresentazione).

Il termine surrealismo ha ormai solo in parte il significato letterario e storico che aveva al delinearsi del surrealismo: ha cioè acquistato il “potere” di definire uno status non creato dall’uomo ma scoperto dall’uomo come sono i colori della luce scomposti dal prisma che tuttavia non tinge il bianco che lo attraversa ma ne dichiara soltanto il mistero.

Marta Abba e l'urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Marta Abba e l’urna greca che contenne le ceneri di Luigi Pirandello, al Caos

Mistero e surrealtà potrebbero essere sinonimi se non fosse che l’una tende sempre più a chiarire l’altro, attraverso una trascendenza pragmatica che è arte. Surrealismo potrebbe essere sinonimo di arte se no fosse che l’arte surrealista rivendica una sua indipendenza quasi fosse più arte, quasi fosse possibile l’esistenza di un più in arte: è invece il richiamo a non ripetere il naturalismo come perpetua pretesa dell’arte: arte è il raggiungere la ricchezza dell’informazione nell’impatto col segno è il culmine dell’informazione nella sua ricchezza ambigua.  Surrealtà quindi è arte quando non discorre del suo segno ma è segno. Che trascende la realtà per conquistare realtà, per accrescere la realtà.

«Morire. Chi sa com’è morire. Da poterlo dire agli altri com’è. Non lo sapremo mai». (Pirandello, Saggi. Foglietti, p. 1231).

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI - via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI – via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Quel «da poterlo dire agli altri com’è» può sembrare superfluo, ed è invece il dato surreale, esplicito: una cosa possibile che non esiste e che il poeta inventa e insieme disattende. E’ lo sforzo di farci dubitare (in negativo), che lo sapremo un giorno, vinta la realtà con la surrealtà

..et quod sequitur
Maria Amici


In memoriam

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In memoria di

Luigi Pirandello

10 dicembre 1936

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..et quod sequitur
Maria Amici
10 dicembre 2013

immagine di base reperita su web – via medias.en.expertissim.com – con modifiche personali e citazione (c)

immagine di base reperita su web con modifiche personali e citazione (c)


In memoriam…

 

( il fotomontaggio è mio, le immagini di base sono reperite sul web )

( il fotomontaggio è mio, le immagini di base sono reperite sul web )

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Condividiamo la venerazione, Marta

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….et quod sequitur..

Maria Amici


Rossella Falk su “La locandiera”

Rossella Falk

Rossella Falk
Roma: 10 novembre 1926 + 5 maggio 2013

Sentito profondamente «il ricordo della grandissima signora del teatro italiano, Rossella Falk» – “Quegli occhi più occhi di così” – pubblicato da Silvia Montanari sul suo suggestivo blog “La Locandiera .

Un blog, quello di Silvia, dedicato alla Roma… si potrebbe dire “che non c’è più” – se non fosse che a respirarla profondamente la si percepisce, con nostalgia, nelle strade e tra le persone: malgrado spesso facciano di tutto per negligerla, per tradirla, per dimenticarla e dimenticarsi.

Dal blog "La Locandiera"

Dal blog “La Locandiera”

Non la smarrisce né si smarrisce Silvia, però: che con spirito fine e più raffinato – e un bagaglio di studi e sentire non indifferente, in specie, e non solo, sul Teatro e la sua storia – sa fare da ospite e da guida intellettuale nel difficile, non puntiforme, ‘momento di trapasso’: non è un caso, quel nome, “la locandiera”.

Siamo dunque condotti noi ospiti, dall’ospite e ispiratrice e guida e comes suscitati e accompagnati, nella sapiente, dosata evocazione del passato, tra fatti e atteggiamenti e avventure culturali e di costume, tra una cartolina e una fotografia, un diario di viaggio (di Dickens!) e un biglietto

Dal blog La locandiera

Dal blog La locandiera

d’invito vergato a mano (di Eleonora Duse!), da una memoria (di Flaubert…) a una battuta al fulmicotone (di Petrolini), da una lettera di Ungaretti a una di Pasolini – e tanto altro – , a una lettera d’amore (…di due sconosciuti) in un’involontaria, così inedita, “macchina del tempo” (il Colosseo): macchina del tempo esso stesso, questo suo blog, fantastico, viaggio alla riscoperta dell’immaginario comune e in esso della storia della nostra cultura.

Ed ecco che dalle sue pagine rivive il Pirandello giovane studente ma già consapevole del ‘crollo’ sociopolitico che avrebbe infisso ne I vecchi e i giovani; la magia e l’allucinazione della [sua] «gioia di esserci», a Roma – ma al contempo la Roma acquasantiera e portacenere, nel non facile rapporto con la

Dal blog La locandiera

Dal blog La locandiera

Città e l’Italia: di lui, “viaggiatore senza bagaglio” in Europa e nel mondo, che poi a Roma si spense insalutato. Ma, come dai suoi libri, traspira ancora dai libri suoi, del suo studio, che anch’esso ci si schiude nel blog.

Tra le pagine de La locandiera, emozionati viviamo con lui il primo incontro con la grande attrice Marta Abba -anch’ella negletta-;  e insieme con lei, con lui, compunti diamo l’ultimo saluto ad un’altra attrice, che di Pirandello fu sensibile, intelligente, profonda –insostituibile– interprete: Rossella Falk.

«Grazie, Rossella».

E… grazie, Silvia.

Et quod sequitur

Maria Amici


Autori, attori e personaggi…?

Pirandello dirige Marta Abba e Lamberto Picasso ne La nuova colonia, 1928.

Pirandello dirige Marta Abba e Lamberto Picasso ne La nuova colonia, 1928.

Con un certo rammarico mi rendo conto di una mesta congiuntura: in pochi mesi quest’anno sono mancate ben tre attrici che, con differenti intensità e continuità, hanno legato il loro nome e la loro professionalità all’interpretazione (o anche alla regia) del repertorio drammatico pirandelliano.

Immagini reperite sul web. Il fotomontaggio è mio. I diritti appartengono ai rispettivi proprietari

Immagini reperite sul web. Il fotomontaggio è mio. I diritti appartengono ai rispettivi proprietari

Ho voluto ricordarle su Nephelai, che proprio a Luigi Pirandello è ultimamente dedicato, con -spero- il dovuto rispetto e talvolta con l’affetto del ricordo e della familiarità.

Regina Bianchi - Immagine reperita su web

Regina Bianchi – Immagine reperita su web

A Mariangela Melato è dedicato il primo post, dell’Undici Gennaio 2013 (link).

Il breve, sentitissimo ricordo del Sei Aprile è per Regina Bianchi (link).

Proclemer in Santa Giovanna di Shaw

L’ultimo, invece, risale ad appena qualche giorno fa, il Venticinque Aprile: una memoria il cui esordio riprende la prima esperienza teatrale di Anna Proclemer (ma anche l’“incontro” con G.B. Shaw), sul filo dell’evocazione di Marta Abba e Eleonora Duse (link):

Eleonora Duse. Immagine reperita su web

Eleonora Duse. Immagine reperita su web

“Anna, «il cammino è là, poco lontano»…„

L’evidente citazione nel titolo è parsa «suggestiva» – così mi hanno pregiato di notare (cosa posso dire?! grazie…) –

E l’allusione c’era: con l’ultima immagine presentata sul post (link), Proclemer nella Figlia di Jorio, avevo tentato una sorta di ringskomposition, riprendendo un’allocuzione alla dannunziana Mila.

Pirandello alle prove della rappresentazione de La figlia di Jorio dirige Marta Abba. Teatro Argentina, ottobre 1934

Pirandello alle prove della rappresentazione de La figlia di Jorio dirige Marta Abba. Teatro Argentina, ottobre 1934

Piuttosto, tuttavia, mi piace immaginarle insieme, queste Signore del palcoscenico, per il «cammino» su cui avranno incontrato i loro Autori: o, chissà, i loro Personaggi…

et quod sequitur

Maria Amici


Scrittura e ricordo, per Chiara Palazzolo

premio_2013_d0Alla scrittrice prematuramente scomparsa otto mesi fa è stato dedicato, dall’Istituzione Biblioteche Centri Culturali di Roma,

il “Concorso Racconto fantastico ‘Chiara Palazzolo’”.

Ad un ricordo di lei, e ad una iniziativa in tal senso, su Nephelai era stata dedicata una pagina non casuale:

Per-Chiara Parole e letture per Chiara Palazzolo.

nelboscodiausProprio durante quell’incontro, testimonia sul suo blog “Non solo Mozartla scrittrice Rita Charbonnier, si era profilata l’idea di offrire alla memoria dell’autrice della Trilogia di Mirta-Luna e di Nel bosco di Aus un concorso di scrittura, infine istituito nell’ambito delle celebrazioni del decennale del Premio Biblioteche di Roma.

nonsolomozart

Il blog di Rita Charbonnier: scritture, ascolti, visioni

Sull’iniziativa ed ulteriori informazioni, cedo la parola appunto a Non solo Mozart – blog che mi pregio tuttora di seguire con più che profondo interesse -.

Sulla pagina è possibile inoltre reperire la registrazione audio della serata del 31 ottobre scorso e, a parte, l’intenso, stimolante intervento di Rita Charbonnier, che fonde insieme esperienza di vita e di lettura/scrittura.

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– A Chiara Palazzolo e alla sua scrittura è appunto dedicato, su Nephelai, il commosso Parole e letture per Chiara Palazzolo.

– Rita Charbonnier è attrice e scrittrice di successo. Suoi sono titoli significativi nel panorama librario contemporaneo, quali Le due vite di Elsa (2011), La strana giornata di Alexandre Dumas (2009) e il pluritradotto La sorella di Mozart (2006, ried. 2011; pubblicato in dodici nazioni tra cui gli Stati Uniti).

Il suo sito ufficiale (clicca).
Il suo blog, Non solo Mozart (clicca), è tra quelli assiduamente frequentati dal mio affettuoso ichnèuein; testimonianza tra le più estemporanee ne è uno dei post su Nephelai: Ai compagni di vita ignorati.

et quod sequitur

Maria Amici


“Una giornata” di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

Una giornata

Una delle più intense novelle di Pirandello, Una giornata, del 1935 e compresa poi nell’omonima raccolta pubblicata postuma in Novelle per un anno, nel 1937,Nettuno, Anni '30 . Effetto seppia - Diritti appartenenti ai rispettivi proprietari – la si può leggere qui, sul meritorio PirandelloWeb

Ineludibile il senso di
riconoscimento
vertiginoso, nell’ ‘io’ personaggio, narratore autodiegetico, dell’Uomo che, dalla vita attraversata come un |sogno| – quasi come in un trompe l’œil, che diventa un fil rouge nella raccolta- , in una atmosfera onirica e surreale si risveglia, in una irriconoscibile stazione – il che probabilmente Tornatore ricorderà in parte, nel suo Una pura formalità – :

una stazione ottenebrata dal buio appena scalfito da un “lanternino cieco” (cieca lanterninosofia..?)

Una stazione ferroviaria nella notte . I diritti appartengono ai rispettivi proprietariIl lumicino, lungi dal soccorrere il viaggiatore, è accorso per sanzionare la sua |esclusione| dal |treno|, vita e rifugio; per “rigettarlo” nell’oscurità.

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una scena di "Una pura formalità", di G.Tornatore - i diritti appartengono ai rispettivi proprietariDisorientato, senza memoria, sbalestrato in mezzo alla superficiale cortesia della comune indifferenza – da parte della totalità degli ‘altri’, che in lui riconoscono l’|estrinseco|, non l’uomo -, guidato solo da indizi frammentari così come si rivelano i rapporti più cari, più tormentosi, “portat[i] via da tutto quel vento che […] scompiglia la testa”:

Sulla scrivania di Pirandello nella casa di Via Bosio 15, Roma, carte e documenti dal portafogli: carta di libera circolazione sulla linea ferroviaria del 1930 e foto con autografo di Marta Abba tutta gualcita

Sulla scrivania di Pirandello nella casa di Via Bosio 15, Roma, carte e documenti dal portafogli: carta di libera circolazione sulla linea ferroviaria del 1930 e foto con autografo di Marta Abba tutta gualcita

persino quella donna bellissima e lontana, rifratta in una fotografia gualcita, che gli dà sì il senso di appartenenza del perfetto incastro, del ‘suo’ posto, ma inconoscibile e lontana al risveglio dal sonno nel gelo sepolcrale del letto dove forse era solo un sogno che l’avesse stretto a sé.

E però anche ineludibile la commozione nel riconoscere, in quell’eluso personaggio, e tale da portare in sé tutte le stigmate della sua stessa intuizione teoretica e artistica sull’Uomo, l’uomo Pirandello, quel vecchio dal cuore “giovine, il più giovine di tutti”, ma – sempre nel fondo inconoscibile, incompreso o, percependosi tale, soprattutto escluso – ‘viaggiatore senza bagaglio’, oppresso quasi dalla vivezza prodigiosa di quegli occhi che erano i suoi di bambino.

Pirandello ed il padre vecchissimo nella casa di Pirandello a Pietralata a Roma, 1922. – Spesso, guardandolo, si era inquietato della propria somiglianza con il genitore, uno specchio oscuro. –  Public domain in Italy, L.633:1941

Quegli occhi che sempre come da una remota inattingibile (da quale?) lontananza gli restituisce, “sbarrati dal terrore”, lo specchio, arbitro inquietante e intertestualmente ubiquo della frammentazione dell’io e di una ricerca tuttavia inesausta; quegli stessi occhi, e sono i suoi, che gli ‘tornano’ a specchio dai bambini, man mano che li guarda già cresciuti, figli dei suoi figli: proiettati nel tempo e – alcuni – nello stesso amaro ‘male di vivere’.

In una lettera a Marta Abba del 15 ottobre 1930 Pirandello si era scritto:

Marta Abba

“senza più casa, senza più nulla; ho dato a tutti tutto quello che avevo; disposto a dare ancora e sempre tutto quello che ho, nessuno più [mi] vuole, tutti, dovunque vada, mi fanno capire che sono di più, e che è bene che me ne vada e stia lontano. Me ne andrò. Devo morir solo: voltare la faccia al muro e chiudere gli occhi per sempre, se non voglio più vedermi e sentirmi attorno questa disperata solitudine e quest’orrendo abbandono”.

Non fu così, ma forse unicamente nel momento stesso della morte, che lo sorprese improvvisa, in pochi giorni, ma non da lui inaspettata: quel freddo 10 dicembre in cui i figli (e in questo rimpiango di non averne condiviso la sorte) colgono l’attimo in cui cessa di respirare, di cui i nipoti ricordano il trapestio, al piano di sopra, dei genitori squassati – specie Stefano che ha un mancamento -;  e Corrado Alvaro – ma in casa propria – uno “schianto”, come un “avviso”, “come se avesse picchiato forte chissà a quale porta”.

Chissà, piuttosto, se e dove si sarà acceso,

“così, improvvisamente, qualche fiore: e nessuno sa spiegarsene la ragione”.

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Né si spegne.

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*La testimonianza di Corrado Alvaro si legge nella sua prefazione alle Novelle per un anno, Mondadori 1957; delle reazioni dei congiunti ho letto o ascoltato non recentemente – al momento non ricordo dove – in memorie dei nipoti. L’ultima citazione è tratta dalla novella Di sera, un geranio, apparsa sul “Corriere della Sera” il 6 Maggio 1934.

– Immagini trovate su internet;
l’elaborazione grafica delle due foto di stazione è mia.

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Un consiglio per la bibliografia

– Giacomo Debenedetti, “Una giornata” di Pirandello, in ID., Saggi critici. Seconda serie, a cura di W. Pedullà, Marsilio, Venezia 1990 (ma il saggio è del 1937: in esso consiste la recensione di Debenedetti a Una giornata di Pirandello pubblicata nel “Meridiano di Roma” dell’8-15 agosto 1937);

 un trompe-l’oeil ulteriore, rispetto a quello individuato dalla studiosa infra citata, è il  ‘riuso’ del saggio debenedettiano nel suo:
Franca Angelini, Parricidi: Debenedetti legge Pirandello,
consultabile su PirandelloWeb;

– Giuseppina Scognamiglio, Lo sconvolgimento del tempo e la drammatica delle apparenze in «Una giornata» di Luigi Pirandello, «Critica letteraria» XXIV (1996), n. 91/92 (Miscellanea di studi critici in onore di Pompeo Giannantonio, III. Letteratura contemporanea), pp. 235-45.

In estrema sintesi

“Strappato dal sonno, forse per sbaglio” un uomo si riscuote dopo essere stato “espulso” da un treno, in una stazione sconosciuta, in piena notte, nel buio. Non ricorda nulla di sé se non vagamente d’aver lavorato, molto e sempre; nella città a lui ignota, lo conoscono, infatti, malgrado egli non si conosca né li conosca, anzi si senta un “estraneo” e un “intruso”: né può esser certo che ciò che gli accade sia vero. Un autista lo porta a casa, da una donna sconosciuta ma ‘sua’: al risveglio, da un sogno, come in un sogno, ma sempre lo stesso, è solo, ed è vecchio: i suoi stessi figli, entrati nella sua stanza, li vede incanutirsi man mano che si avvicinano, seguiti dai loro figli, che lo guardano col suo stesso sguardo..

et quod sequitur

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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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