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In vendita il castello pirandelliano…

Pare che dopo alterne vicende sia stato messo all’asta il castello Orsini, a Soriano nel Cimino: secondo il Corriere della Sera dell’8 u.s., «una delle 350 dismissioni di palazzi storici, ville e castelli decise dal governo Monti per ”fare cassa”».

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, FaustoIl castello non ospitò mai lo scrittore: ma il nome, luoghi, paesaggi e caratteri della cittadina del viterbese aleggiano nella sua scrittura come il tintinnio del Corvo di Mizzaro, straniante quanto dovettero esserlo sia egli stesso –pur apparentemente così ‘omologato’– sia l’esperienza raminga dei pellegrinaggi tentati a portare sollievo se non remedium al precario equilibrio mentale di Antonietta e a stringere il trio dei figli bambini nell’ipotiposi di una sperduta normalità

Pirandello dopo Nobel 12 Dicembre 1934 ringrazia i lettori francesi_1(in tema, su Nephelai la lettura
di Acqua amara
e della lettera ad Ojetti
con la dibattuta, tragica ipotesi di Pirandello:
«La pazzia di mia moglie sono io»).

Luigi Pirandello, Paesaggio collinare (1936). Collezione privata

Luigi Pirandello, Paesaggio collinare (1936). Collezione privata

Restò legata, Soriano, al ricordo di Pirandello, che vi villeggiò con la famiglia a cavallo degli anni Dieci, vi dipinse alcuni quadri della sua delicata produzione figurativa, e inoltre vi ambientò due novelle, Rondone e Rondinella e, se non erro, Canta l’epistola.

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino (tra il 1908 e il '12?)

Famiglia Pirandello a Soriano nel Cimino (tra il 1908 e il ’12?) – con Rosso di San Secondo

In uno stralcio della prima, così come in alcune foto che riprendono i Pirandello e loro amici, in lontananza si staglia proprio il castello:

«Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni, ove non batteva il sole, s’invaporavan d’azzurro, e forzava gli occhi a scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.

Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che domina il borgo»

“Nini’s paintings”, Cy Twombly, 1971 - Images in lowest resolution, used for illustrative purposes only

“Nini’s paintings”, Cy Twombly, 1971 – Images in lowest resolution, used for illustrative purposes only (Nini è la prima nipotina di Pirandello, figlia di Stefano)
Qui su Nephelai: https://nephelais.wordpress.com/2012/11/02/tra-gioia-e-dolore/

E, nell’oscura vicenda italiana senza remedium, anche il castello Orsini pare farsi sempre più lontano, più corrusco.

et quod sequitur

Maria Amici

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“Zia Michelina”, una novella ..pirandelliana

– Novelle per un anno –

Zia Michelina

Novella di Luigi Pirandello pubblicata nel maggio 1914 su Noi e il mondo – rivista diretta da Lucio D’Ambra legata al quotidiano romano La Tribuna -, nel 1922 confluita ne L’uomo solo, quarto volume delle Novelle per un anno.

Si segnalano, nell’edizione del 1922 rispetto a quella del ’14, non soltanto varianti linguistiche ma consistenti divergenze strutturali: addirittura il radicale cambiamento del finale altera profondamente la chiave interpretativa dalla centralità consolatoria della dimensione materna a un sostanziale pessimismo.

Nell’edizione del 1922, che seguiamo nella presente lettura, la novella è disponibile su questa pagina dell’insostituibile PirandelloWeb.

Luigi Pirandello, Paesaggio di Anticoli Corrado (1936). Collezione privata

Nella novella, pseudovalori atavici quali il predominio dell’interesse economico – che per di più vincola le unioni matrimoniali -, la soggezione e reificazione della donna, la virilità dell’uomo quale sua sola identità e qualità, pesano in maniera determinante sui comportamenti, sui giudizi, sul senso di sé.

Dove più la novella tuttavia si distingue dal suo substrato naturalistico positivista, è nel sottolineare l’ontologico peso delle ‘maschere’ che la convivenza sia con la società sia con se stessi impone alla persona, non meno che la ‘camera della tortura’ (si cita la preziosa espressione esegetica di Giovanni Macchia) imposta dal pensiero comune che finisce per accerchiare l’individuo e fagocitarne le scelte e l’esistenza. Gli snodi narrativi sono continuamente segnati da un turbinio di progressive mistificazioni cui sono sottoposti i comportamenti e le motivazioni dei personaggi, specialmente della protagonista, la più lontana dal sentire comune, alle cui contraddizioni ella oppone una stridente disperata estraneità.

La situazione iniziale della novella vede il giovane Simonello, da tutti detto “Marruchino”, partire per il servizio militare proprio in concomitanza alla morte del vecchio Marruca, che lasciava lui erede delle sue proprietà, e la moglie usufruttuaria.

Egli era infatti stato adottato dallo zio paterno Marruca, vedovo. Era, questi, un contadino arricchito, che lo aveva voluto con sé sin dalla tenera età e che, pur di testimoniare la propria virilità – sminuita nell’opinione comune dal non aver generato figli suoi -, oltre che per fornire cure materne al bambino, aveva preso in moglie l’ideale di donna in quella società di valori arcaici fortemente maschilisti: una giovanissima di carattere arrendevole, Michelina appunto, che non solo aveva ben adempiuto, in quell’ottica, ai suoi doveri di moglie, in più persino affezionandosi al marito, ma si sentiva, del nipote acquisito, madre a tutti gli effetti.

Fausto Pirandello, Donna con bambino (1929-30, Roma, Via Bosio)

Il nipote, secondo gli schemi consueti renitente a qualsiasi proposta di istruzione come di esperienza esterna, invece, dopo esser partito fa sapere di non voler tornare a casa, per una qualche sua pena segreta: la matrigna non riesce a farsela confidare neppure quando torna in licenza, durante la quale anzi egli è scontroso, arriva persino a rifugiarsi in campagna evitandola.

Quando la donna comprende infine, turbata e quasi inorridita, il motivo della disperazione del figlio-nipote acquisito – questi si sarebbe innamorato di lei -, il rimedio suggerito dal cognato e da vicini insinuanti e malevoli le appare assurdo, anzi abominevole, poiché domina in lei il sentimento materno: tuttavia, non solo nessuno è disposto a intenderlo, così come d’altronde neppure che sia amore quello di Marruchino, bensì tutto è riportato alle sottese questioni economiche, all’eredità inattingibile al giovane in maniera autonoma finché lei viva.

“Zia Michelina si vide, si sentì sola. Sola e come sperduta.
Ma dunque, se questo era il mondo, se in questo mondo, di fronte all’interesse, non si capiva più nulla, neppure il sentimento più santo, quello dell’amor materno, che credevano tutti? che la vera «interessata» fosse lei? che volesse rimaner padrona di tutto e tener soggetto il nipote? Questo credevano? Interessata, lei! Ah, se veramente..„

Così, la donna, la sensibilità esacerbata dal peso dell’incomprensione e del sospetto, giunge addirittura alla decisione di riprender marito, contro ogni logica, contro le proprie stesse dirittura umana e coerenza sentimentale, pur di estrarsi dalla linea ereditaria: una volta ancora nel gioco di sovrapposizioni di giudizi esterni, dell'”opinione comune”, viene, la sua, considerata una “pazzia”, dacché ..non è comprensibile come la donna possa rinunciare all’eredità per inseguire il piacere cui si potrebbe dare ugualmente, anche senza sposare! Si ribadisce quindi l’ennesima mistificazione degli invece puri moventi della protagonista.

Fausto Pirandello: Mosè salvato, 1934

Persino al padre di Marruchino -un vecchio laido che per di più la diffama- ella giunge ad offrirsi, per liberarsi dall’ulteriore equivoco che sposi per interesse, ma l’orrore fisico e morale e il desiderio di preservare l’eredità per il nipote prevalgono.

Michelina dunque, stravolta, irriconoscibile, affronta con inusitata durezza il giovane e finisce anch’ella per ritorcergli il travisamento dei suoi sentimenti di donna e madre, fraintendendo a sua volta quelli di lui, in più rinfacciandogli mire fondate non di meno sulla convenienza; si dice infine disponibile a sposarlo: purché il matrimonio sia solo formale.

Il giovane accetta: però, dopo lo sposalizio, “un po’ [per] vanità, un po’ [per] le beffe della gente”, un po’ per tener fede alla “parte che s’era assunta d’innamorato”, esige di far consistere la forma del matrimonio nell’atto inteso comunemente quale sostanziale, il coronamento sessuale, e, stravolgendo -e invertendo- la originaria autenticità del suo sentimento, violenta Michelina, la quale si difende invano con tutte le proprie forze, suicidandosi infine.

Così rielaborato, il finale della novella del 1922 diverge dalla precedente edizione, in cui il valore della maternità aveva una connotazione consolatoria e di risarcimento umano e sociale per la protagonista.

“Marruchino”, dopo questo tragico trapasso all’età adulta e ormai inserito a pieno titolo nella società, perfettamente integrato, verrà assolto non solo dalle accuse di stupro, protestando d’aver fatto solo valere quello che la pubblica opinione gli riconosceva quale “diritto”, ma dall’omicidio: dacché con il matrimonio aveva ottenuto sia la donna che i suoi averi, a che compierlo?

Segnata dal ricorrere ossessivo dei lemmi “pazza” e “pazzia”, utilizzati nella prospettiva della gente a lessicalizzare l’abnegazione e il disinteresse della protagonista, persino il suo spirito materno, quando invece al contrario proprio in questi sarebbero da riconoscere dei valori, la novella si conclude infatti con la sanzione definitiva della completa inversione nel pensiero comune della logica, dell’umanità, della scala dei valori, un’inversione tipicamente pirandelliana: anche se quel ragazzo lei “l’amava come un figliuolo” (anzi quasi proprio per questo), in fin dei conti, cosa sarebbe costato a quella “pazza” di Michelina, dato che “era divenuto suo marito, fargli da moglie”?

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Un consiglio per la bibliografia

Raffaele Messina, Zia Michelina e le sue storie. Lettura stratigrafica di una novella di Luigi Pirandello, Napoli : Loffredo Editore, 2010.

Il saggio è anche nella rivista “Critica letteraria” (Napoli: Loffredo; Anno XXXVIII (2010), Fasc. I, n. 146, pp. 77-103); ne è qui reperibile  in lingua inglese la presentazione.

In esso si fa notare come la novella, non particolarmente famosa ma generalmente richiamata paradigmaticamente dai critici che si siano occupati della gestione dei personaggi femminili e del tema della maternità nelle Novelle pirandelliane,  nelle varianti intercorse tra le due edizioni si faccia veicolo, specie per la differenza di conclusione tra l’una e l’altra, di un sostanziale mutamento nell’Autore della visione della vita, maturato negli anni della Prima Guerra mondiale nel senso di un pessimismo sofferente e oscuro.

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In estrema sintesi

 

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi (non del tutto precisa) è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 266-267.

«Un bambino è allevato dallo zio vedovo che, per dargli una madre, si risposa. L’uomo muore, lasciando la giovane vedova con l’usufrutto dei beni lasciati al nipote. Questi, arrivato all’età del militare, s’incapriccia della zia, creandole un “sospetto che le fece orrore […] misto di schifo”, perché lei si sente madre, avendolo allevato da quando aveva due anni. Per reagire, smette i panni di vedova e va in cerca di un nuovo marito, ma se si risposasse perderebbe l’usufrutto. Finisce per cedere alla pressione dei famigliari interessati: sposerà il nipote, ma a patto che le nozze siano bianche. Il focoso ragazzo non resiste alla tentazione, va nel podere in cui la donna si è rifugiata e la violenta. Zia Michelina si uccide gettandosi in un burrone».

et quod sequitur
Maria Amici


“..la pazzia di mia moglie sono io…”

Pirandello tra il 1905 e il 1907 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Pirandello tra il 1905 e il 1907

  Luigi Pirandello, lettera a Ugo Ojetti, 10 aprile 1914.

– Il testo parziale della lettera è tratto da “Biografia del figlio cambiato”, di Andrea Camilleri; note e riflessioni sono mie -.

Mio caro Ugo,
non so che dire!

La lunga lettera* dell’Albertini, sì, cortesissima, rispettosissima, è vero, ma è stato per me in questo momento, Ugo mio, un vero colpo di grazia!

Ugo Ojetti

Ugo Ojetti

Ti dico il perché… ma già forse da un pezzo ti sarà arrivata agli orecchi la notizia delle mie immeritamente sciagurate condizioni familiari. Non è vero? Ho la moglie, caro Ugo, da cinque* anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia – io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato del tutto dal consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja*, del resto ereditaria nella sua famiglia.

Un frammento della lettera di Pirandello a Ugo Ojetti, 1914

“Non mi pare di meritarmi un siffatto trattamento. Sono stato umile e remissivo, tanto con il “Corriere” quanto con “La Lettura”… non mi son mai avuto a male, se mi hanno rimandato qualche novella… Ma che vogliano fare così anche con un romanzo, no!”

Non ti darei l’afflizione di sentire direttamente da me queste notizie, mio vecchio amico, se la disgrazia che mi capita adesso con l’Albertini non avesse qualche attinenza con essa.

Intenderai facilmente, che per quanto io guadagni lavorando in queste condizioni, per quanto ella, mia moglie, abbia di suo un discreto reddito, non c’è denaro che basti: tutto quello che entra è subito ingojato, divorato dal disordine che regna in casa da sovrano assoluto e con in capo il berretto a sonagli della follia.

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Ora è qua con me; ma lunedì, proprio lunedì venturo partirà di nuovo per la Sicilia: ha già i bauli pronti, e mi toccherà andarla a lasciare a Girgenti con uno dei figliuoli.

M’arriva a buon punto, come vedi, questo rifiuto del romanzo, su cui contavo per far fronte a bisogni gravi e urgenti„

N.B.

 * Con la lettera cui Pirandello accenna, autorevolmente Albertini, direttore del “Corriere della Sera”, piuttosto che Renato Simoni, il direttore del supplemento “La lettura” per il quale era stato proposto, rifiuta di pubblicare a puntate il romanzo “Si gira” (che sarà poi intitolato “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”).

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

 * Pirandello qui rannoda l’inizio della pazzia della moglie al 1909, non al 1903, l’anno del disastro della zolfara in cui Stefano Pirandello aveva investito i soldi della dote di Antonietta -l’allagamento in cui si perdono uomini e materiali e denaro-, alla notizia del quale Antonietta ha una crisi: non la prima peraltro, ma a seguito della quale rimane temporaneamente paralizzata – tempo dopo ne guarirà grazie alle cure profuse dal marito.

Nel 1909 muore invece il suocero, Calogero Portulano: che nella mente di Antonietta – per quanto invero fosse stato assai manchevole come padre – restava il suo sostegno e la sua indipendenza, o comunque autorità, economica, dacché anche dopo sfumata la dote quegli era stato tenuto alla reintegrazione di essa – e peraltro aveva scelto di usare “titoli non trasferibili di reddito minimo per fare un ulteriore dispetto” a Luigi, come commenta Camilleri –; il padre, che inoltre le scriveva, richiesto dal genero, nei momenti dei più gravi accessi della malattia, in modo da tentare di tranquillizzarla – probabilmente di restituirle la dimensione a lei più familiare, quella inculcatale, di figlia bambina che non era stata educata a crescere, piuttosto che di donna, moglie, madre.

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906. Foto in pubblico dominio L.633/1941

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906

Antonietta ne ha un ulteriore peggioramento: tale che, per la sua eccessiva turbolenza e per le scenate furibonde di gelosia – in cui non si limita a inveire contro le cameriere e a mandare in frantumi stoviglie e  porcellane -, il marito deve spesso prendere una stanza in affitto altrove e allontanarsi di casa, o – per volere di lei – accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli, a Bonamorone dove viveva il padre e la donna sarebbe restata con i fratelli, o in seguito, non potendo o non volendo più essi, con una cameriera in una residenza da Luigi presa in affitto, il villino Catalisano, vicino a Girgenti ma in campagna, con vista in lontananza sul mare.

     Elio Gioanola, critico letterario di taglio “psicanalitico”, nel suo Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive(Milano, Jaca Book, 2007) p. 260, spiega altrimenti il mutamento del 1909 e che venga risentito da Pirandello come il momento di scaturigine della follia: “Pirandello fa

la casa di Calogero Portulano a Girgenti

datare l’inizio della follia della moglie dal 1909, che è l’anno della morte di Portolano, quando Antonietta si fa forte dell’eredità paterna e può permettersi l’ossessivo andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi, dando vita così alle ricorrenti, complicate separazioni provvisorie dal marito (lei non accetterà mai la separazione legale e continuerà a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello*). Ma sappiamo bene come la follia mostri traccia della sua presenza fin dalle origini della vita coniugale, come aveva preannunciato lo zio Vincenzo”.

– A questo proposito, precedentemente (p. 232) il critico aveva citato – a proposito della rinuncia al matrimonio, da parte di Luigi, nel 1892, a causa delle asfissianti condizioni imposte da Calogero Portulano – un’iniziativa di “Vincenzo, fratello di mamma Caterina”, che mandò una lettera di “congratulazioni per lo scampato pericolo insieme a questo inquietante sigillo: «Antonietta è figlia di due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori»”.

En passant noto che altri studiosi, e la nipote di Pirandello stesso, Maria Luisa Aguirre D’Amico (nel suo “Vivere con Pirandello”), non presenta ugualmente la disposizione di Antonietta alla separazione legale.

– Nel certificato medico stilato in seguito (probabilmente in occasione del ricovero di Antonietta nella casa di salute “Villa Giuseppina”, sulla via Nomentana, a Roma), l’11 gennaio 1919, dal dottor Ferruccio Montesano della Regia Università di Roma “La Sapienza”, si legge che «Portulano Antonietta in Pirandello affetta da delirio paranoide si è resa pericolosa per sé e per gli altri».

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 – Fotografia in pubblico dominio, L.633/1941

Tuttavia, Pirandello per più di vent’anni, malgrado tutto, aveva rifiutato, nonostante le pressioni dei medici, di ricoverare la moglie in una clinica, vulgo manicomio: anche quando l’alterazione del suo stato mentale aveva comportato aggressioni non solo verbali a lui, accuse insensate a lui e alla figlia, la necessità addirittura che anche Lietta lasciasse per qualche tempo la casa. Non tanto, forse, per scontare d’essere il marito che, preso dall’arte “le sfugge in una dimensione a lei  ignota” (l’espressione -il misunderstanding?-, è  di  Sciascia,

Luigi Pirandello

e così ripreso da Camilleri) ma per la speranza e l’errore – per tanti critici abissale! – d’aver voluto, quella dimensione altra e alta, condividerla con la donna cui aveva legato la sua esistenza e cui d’esser unito per la vita –lui così profondamente leale, fedele e monogamo –,  nel bene e nel male, aveva promesso: e mantenne, a costo di consumarsi, malgrado avesse potuto in seguito trovare in un’altra donna una più profonda comunione spirituale e intellettuale – ma, e una volta di più,  forse non l’amore.

et quod sequitur
Maria Amici


Enrico IV, maschera e follia: la lettera a Ruggeri

  “Enrico IV”, uomo e personaggio, maschera e follia: la presentazione di un capolavoro,
nella lettera di Luigi Pirandello a Ruggero Ruggeri del 21 settembre 1921

 

Pirandello conversa con Ruggeri al teatro Argentina

Pirandello conversa con Ruggeri al teatro Argentina

Caro Amico,
m i  a f f r e t t o   a rispondere alla Sua lettera del 19, di cui La ringrazio con tutto il cuore. Le dissi a Roma l’ultima volta che pensavo a qualche cosa per Lei. Ho seguitato a pensarci e ho maturato alla fine la commedia, che mi pare tra le mie più originali: Enrico IV, tragedia in tre atti di Luigi Pirandello. Le accennerò in breve di che si tratta:

 Antefatto: – Circa venti anni addietro alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare, con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile s’era dato la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva quasi per circa un mese ossessionato.

Sciaguratamente il giorno della cavalcata mentre sfilava con la sua dama accanto nel magnifico corteo, per un improvviso adombramento del cavallo, cadde, batté la testa e quando si riebbe dalla forte commozione cerebrale restò fissato nel personaggio di Enrico IV. Non ci fu verso di rimuoverlo più da quella fissazione, di fargli lasciare quel costume in cui s’era mascherato: la maschera, con tanta ossessione studiata fino allo scrupolo dei minimi particolari, diventò in lui la persona del grande e tragico imperatore. Sono passati vent’anni. Ora egli vive – Enrico IV – in una sua villa solitaria: tranquillo pazzo. Ha quasi cinquant’anni. Ma il tempo per lui (per la sua maschera, che è la sua stessa persona) non è più passato ai suoi occhi e nel suo sentimento: s’è fissato con lui, il tempo. Egli, già vecchio, è sempre il giovine Enrico IV della cavalcata. Un bel giorno si presenta nella villa a un nipote di lui, il quale seconda la tranquilla pazzia dello zio, cui è affezionatissimo, un medico alienista.

lettera di Ruggero Ruggeri a Pirandello, da Torino, il 7 Agosto 1918

lettera di Ruggero Ruggeri a Pirandello, da Torino, il 7 Agosto 1918

C’è forse un mezzo per guarire quel demente: ridargli con un trucco violento la sensazione della distanza del tempo. La tragedia comincia adesso, e credo che sia d’una veramente insolita profondità filosofica ma viva tutta in una drammaticità piena di non meno insoliti effetti. Non gliel’accenno per non guastarle le impressioni della prima lettura. Data la situazione, avvengono cose veramente imprevedibili, se Ella pensa che colui che tutti credono pazzo, in realtà da anni non è più pazzo ma simula filosoficamente la pazzia per ridersi entro di sé degli altri che lo credono pazzo e perché si piace in quella carnevalesca rappresentazione che dà a sé e agli altri della sua “imperialità” in quella villa addobbata imperialmente come una degna sede di Enrico IV; e se Ella pensa che poi, quando a insaputa di lui, è messo in opera il trucco del medico alienista, egli, finto pazzo, tra spaventosi brividi, crede per un momento d’esser pazzo davvero e sta per scoprire la sua finzione, quando in un momento riesce a riprendersi e si vendica in un modo che – sì, via questo davvero, per lasciarle qualche sorpresa, non glielo dirò.

Senza falsa modestia, l’argomento mi pare degno di Lei e della potenza della Sua arte. Spero che riuscirò a renderlo, perché l’attività della mia fantasia è ora più che mai viva e piena e forte. Ma prima di mettermi al lavoro, vorrei che Ella me ne dicesse qualche cosa, se lo approva e Le piace.

Pirandello e Ruggeri al Teatro Manzoni di Milano, 1922?

Pirandello e Ruggeri al Teatro Manzoni di Milano, 1922?

Ha visto i Sei personaggi in cerca d’autore? Sapesse che vivo dolore è stato per me non aver potuto dare a Lei, in giro con lo Sly, questa commedia; non perché in fondo sia scontento dell’interpretazione della compagnia Niccodemi, ma perché m’ero figurato Lei e non Gigetto Almirante nella personificazione della parte del “Padre”. Pazienza! Mi saluti tanto tanto, La prego, il nostro caro Virgilio [Talli] che è stato tanto buono d’inviarmi un telegramma di fraterna solidarietà in occasione della tragica morte del mio povero Nino Martoglio. Spero, mio caro Amico, che la Sua amicizia e quella di Virgilio varranno a togliere una certa freddezza che la signora Alda Borelli ha veramente più d’un motivo d’avere verso di me. Gliene dirò qualche cosa la prossima volta. Adesso la lettera è troppo lunga, e Le stringo forte, fraternamente, la mano.

Roma, 21 settembre 1921
Suo aff.mo
Luigi Pirandello

et quod sequitur.
Maria Amici

Ruggero Ruggeri nelle vesti di Enrico IV, prima mondiale 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano

Ruggero Ruggeri nelle vesti di Enrico IV, prima mondiale, 24 febbraio 1922, al Teatro Manzoni di Milano

Ruggero Ruggeri nelle vesti di Enrico IV, prima mondiale 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano

Ruggero Ruggeri nelle vesti di Enrico IV, prima mondiale, 24 febbraio 1922, al Teatro Manzoni di Milano


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