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L’angelo spezzato, di Graziano Versace

La copertina de “L’angelo spezzato”, il nuovo libro di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012.

La copertina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

  Un altro preadolescente, il protagonista del nuovo Bildungsroman di Graziano Versace, appena pubblicato dallo stesso editore che ha ospitato il suo “Ladri di locandine” e “Tutto il mondo dentro”, mentre aspettiamo di poter leggere “I dodici punti, edito in questo stesso anno da Leucotea.

  Il dodicenne Matteo vive anch’egli in Calabria (nel nostro immaginario, non lontano da Daniele o da Maria, protagonisti di libri precedenti di Versace), in un paesino della provincia, che si riconosce ed egli stesso riconosce dai profumi dell’«olio nuovo», dall’odore della pioggia e della nebbia che confonde i contorni delle cose, delle persone, eppure non tutte insensibili alla solidarietà inaspettata, delle case via via disabitate in borghi e in un Paese che sembrano abbandonati.

  Vive in un contesto sociale, se non di abbandono, di grave difficoltà, in cui una figura indimenticabile di madre è costretta ai lavori più faticosi e agli orari più proibitivi per mantenere quanto rimane della propria famiglia, lei e il loro bambino, dopo la morte del marito in un incidente sul lavoro.

  Vive, Matteo, nondimeno in un ambiente “magico”, grazie al ricordo dell’insegnamento sorridente di un padre che mai era stato lontano: «Guarda che la natura, e la vita, sono  belle e misteriose».

  E, mentre cala la notte, il fanciullo più ne prende coscienza: «C’era la magia, fuori. Ma per trovarla, bisognava imparare a cercarla».

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici

  La sua ricerca prende l’avvio da una difficoltà imprevista e traumatica: a causa di un’intemperanza di quella stessa natura da rispettare quantunque sappia far danni, l’angelo di gesso, regalo della nonna morta alla sua mamma, l’angelo che li avrebbe salvati dalla miseria, l’angelo che aveva vegliato sulla sua famiglia, e di cui lui, Matteo, era diventato il custode, invece caduto per terra s’era spaccato, aveva perso le ali.

  Quell’angelo spezzato non è forse il segno materiale di un trauma che, dalla morte, dalle difficoltà, dalle ingiustizie, dalle assenze irreversibili, da una società assente che non sa elaborare una rete di protezione nelle disgrazie e nella povertà, la sua famiglia e il ragazzo stesso subiscono?

  Non è l’amara condizione del ragazzo stesso, della madre, dell’Uomo?

  Di lì a poco infatti Matteo incontrerà un altro uomo non meno spezzato, non meno travolto dalla povertà e dal lutto, «scavato» dal dubbio, dal ricordo, dal dolore: il misterioso zi’ Giovanni.

  Il «vecchio, metà del viso in ombra», gli farà da mistagogo nella quest e in un borgo fantasma, all’interno del palazzo della marchesa, vecchia anche più di lui, appena ripartita da un palazzo di cui non cura di chiudere le porte, un palazzo altrettanto sepolto nell’ombra in cui galleggiano «bomboniere, statuette, bambole, macinini da caffè, qualche libro ingiallito, piatti e bicchieri decorativi, teiere, clessidre, cornici» significativamente «senza fotografia, orologi, bottigliette verdi e gialle».

  Nelle stanze padronali del palazzo, solo le polverose collezioni di cianfrusaglie – che si possono indovinare appena, nel buio e nella accumulazione, anche narrativa, quasi caotica e preziosa – emergono alla coscienza, e per di più quali “buone cose di pessimo gusto”, “le cose che potevano essere e non sono state”, reperti incomunicanti da un passato che non ha saputo spiegare né le proprie incongruenze, né perché non sappia mantenere le promesse, sfumando la figura quasi «rimbambita», e assente, della vecchia signora.

  In paese lo chiamano «l’angelo dei poveri», zi’ Giovanni, perché quel vecchio abbattuto, strano e inoffensivo, «prega per tutti», «sempre poveri disgraziati come lui», sebbene magari i soldi li abbiano: perché in fondo il male non guarda in faccia nessuno.

  E il vecchio, il nonno che Matteo rimpiange di non aver avuto, gli si fa angelo, ‘aiutante’, messaggero e testimone: gli insegna a pregare, a nutrire speranza, ad affidarsi, a vegliare.
Salva e si lascia salvare: è custode e insegna indirettamente a Matteo cosa significhi essere realmente custode, per se stesso, per la famiglia, per il mondo fuori.

  Grazie a lui e al suo esempio, Matteo scopre non solo e non tanto l’esperienza e la pratica dell’orazione, ma l’infinita intima potenzialità della preghiera di avvivarsi vera e di segnare la vita, proprio e solo quando essa non è la superstiziosa monetina gettata nel juke box a favore di se stessi ma uno sconvolgente, critico atto di abnegazione, di dono.

  Solo questa, la preghiera che sa accendere gli animi e le anime, nata dalla generosità e che provoca generosità, è la preghiera autentica, il vero rapporto con un Dio la cui autenticità è l’Offerta estrema d’Amore.

  Alla fine, la formazione e il romanzo di formazione sono compiuti. Il piccolo eroe trova un ‘tu’ nella corresponsione limpida di una coetanea; saprà lenire il dolore dell’uomo perché anch’egli deprivato e altruista; saprà riscoprirsi accanto, vivo, il ricordo ‘vigilante’ del papà e ancora di più essere vicino alla mamma e sostenerla; saprà tornare alla sua vita, cosciente del fatto che non si “rimette a posto da sola”, ma ognuno debba saper fare «la sua parte», angeli spezzati ma solidali l’uno all’altro.

  L’Autore, in questo Canto di Natale la cui lettura continuerà a sapersi rendere interlocutrice in qualsiasi periodo dell’anno e della vita, ha saputo di nuovo mettersi a confronto con la fase critica dell’acquisizione -da parte dell’uomo- della maturità e della coscienza del proprio significato e della propria vocazione: che in tutti i personaggi, a loro volta “angeli spezzati”, si rivela essere la donatività.

  Con la forza e l’estrema delicatezza di lessico e di sentimenti che lo contraddistinguono, Versace ha calibrato storia e personaggi vividi e riconoscibili, così da gradualmente coinvolgerli – come in ogni narrazione sapiente, che riesca ad evocare la tradizione millenaria del racconto – ognuno nella propria quest “risolutiva”.

  E ognuno l’Autore ha saputo rendere indimenticabile, dai due protagonisti alla figura dolente e fratta, ma generosa, della madre di Matteo, che per la maggior parte del tempo è “fuori scena”, sì, ma proprio lei, che Matteo sa che si sarebbe sentita persa senza l’angelo, resta così pregnante che, quando torna a casa e nella scrittura, il lettore rimane stravolto dalla forza del suo dolore, del suo amore, della sua dedizione, fulgidi nell’abbraccio tenero al figlio e in quegli occhi «così stanchi ma così belli, due grandi olive che sprigionavano bontà e calore».

  La generosità si vive ma non si racconta: così la madre, ora protetta, non saprà dell’“avventura” del figlio, tuttavia questi, accanto a lei e nel mondo, è ormai, finalmente, «una luce. Una piccola luce piena di vita. O una preghiera, si disse [Matteo] pensando a zi’ Giovanni. Una preghiera che finalmente è stata esaudita».

Maria Amici

La prima pagina de L'angelo spezzato, di Graziano Versace - Foto di Maria Amici


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  Nelle immagini , la mia copia de “L’angelo spezzato”, di Graziano VersaceEdizioni San Paolo 2012 – Foto di Maria Amici

La mia copia de L'angelo spezzato, di Graziano Versace

La mia copia de L’angelo spezzato, di Graziano Versace – Immagine realizzata da Maria Amici

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Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

– Qui c’è la versione precedente della scheda –

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versacepubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

  Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

  Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

  In specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, di quel paesino si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica.
Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario, l’unico disponibile.

  In questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, la focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi è tale da appannare – apparentemente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

     Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzate retoriche, i personaggi dei due ragazzini, Francesco e Daniele.
  Francesco vive con amarezza il rapporto col padre e con la società. Quegli, sì, peraltro lo picchia spesso ma, altrettanto frequentemente, quasi per paura che il figlio resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, tuttavia isolandosi affettivamente e isolandolo. Se, infatti, dinanzi a “Cesco” – rifugiatosi dietro al soprannome a metà tra fumetti e spaghetti-western “Cesco Kid” –  coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”.
  Daniele è figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia: una scelta non sua, che lo costringe ad una diversa forma di emarginazione, indefinita ma penosa. I genitori sono spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco, ma il ragazzo non molla. Anzi, se il profilo di Daniele sembra quasi impallidire rispetto a quello del compagno, non si può non notare che la figura di Cesco non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

  Solo apparentemente, si diceva, viene tuttavia dissimulato il peso della dis-cultura  dominante: perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

  Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico non meno che luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita.
Quella passione diviene un prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti: non solo dei genitori e dei gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi o piuttosto suoi sogni.
Diviene, quella passione,  specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione.

  In questa dinamica si inserisce il furto delle locandine, che i ragazzi, intimamente solidali eppure in competizione reciproca non meno che ognuno con se stesso, sottraggono alla bacheca del bar e del cinema del paese, sfidandolo.
Le locandine si rivelano dunque ‘emblema’ della vita stessa. In un ambiente che proprio la vita non garantisce come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, locandine e vita, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, a non essere risucchiati da un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale,  nega accoglienza all’individuo come persona, tanto meno lo sostiene quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

  E infatti “l’ambiente”, “la vita” non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ne risulta così ribadita la caratteristica di provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

  Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale possa condividere il carattere precario, solo l’amicizia in qualche modo sopravvive: fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione: pur nella lontananza, pur nella definitiva assenza dell’altro.

  Ed è l’amicizia a strutturare l’essere umano, l’essere umani: a favorire la maturazione di una coscienza adulta.

Maria Amici


Ladri di locandine, di Graziano Versace

La copertina di "Ladri di locandine" di Graziano Versace

Qui c’è la versione aggiornata della scheda

  La copertina di  “Ladri di locandine” di Graziano Versace, pubblicato nel 2009 da Edizioni San Paolo.

Fresco, con un assetto linguistico appropriato e significativo, profondo e coinvolgente nei contenuti e nell’espressione. Un libro che può leggersi d’un fiato, ma non si dimentica, poi si cerca ancora: ed è quanto di più vicino, in un panorama editoriale generalmente smozzicato e di involontaria vacuità, a diventare, nell’immaginario comune del lettore, un ‘classico’.

Centrale è la figura dei protagonisti, due dodicenni che vivono in un paesino della provincia di Reggio Calabria.

Di esso, specie (ma non solo) per chi non ne è nato lontano – o per chi respira aria e senso del “Sud”, dovunque esso significhi -, si risente l’atmosfera: la latente disperazione, la parlata arcaizzante, fitta di espirate e dura, quasi brusca, asfittica. Asfittica come quel mondo ‘costretto’ in un corto orizzonte di scelte dettate dalle convenzioni ma, di più, dal sospetto, dall’irriflesso guardarsi le spalle. Dal vivere la vita al livello minimo necessario.

La focalizzazione sui comportamenti e negli occhi dei due ragazzi e le loro “gesta”, le sfide reciproche e all’”altro”, in questo agile ma profondo “romanzo di formazione”, è tale da appannare – apparentemente, inizialmente.. – il riflesso sinistro dell’ambiente segnato dalle faide e dalla sfiducia in cui essi vivono.

Ma solo apparentemente.
Man mano dal racconto, seguiti con discrezione, emergono vivaci e naturali, ma non fiaccati da verismi di maniera né da forzati eroismi:
Francesco – il cui padre sì lo picchia spesso ma altrettanto frequentemente quasi per paura che resti coinvolto nella rete di vendette trasversali che pur collateralmente coinvolgono anche la sua famiglia, peraltro isolandolo e isolandosi affettivamente: “Cesco”, dinanzi al quale se coetanei e adulti si trovano per una volta solidali, lo sono per respingerlo perché la sua è “gente brutta”;
Daniele – figlio di emigrati da poco ritrasferitisi in Calabria da un altro Sud, l’Australia (scelta che lo costringe ad una, diversa e non definita ma penosa, se non pensosa, forma di emarginazione), e spesso impensieriti dalla frequentazione dei due ragazzi per via della famiglia di origine di Francesco -: Daniele, la cui figura sembra quasi ‘impallidire’ rispetto a quella del compagno, che pure non sarebbe così grande se non meditata e sentita e compresa dall’amico.

Solo apparentemente, si diceva, tuttavia, perché, pur serbando malgrado tutto uno sguardo limpido – ma non ingenuo e forse neppure del tutto innocente – , in quell’ambiente i due ragazzini sono immersi, e ne fanno da reagente seppur in maniera indiretta.

Una significativa immagine di Ladri di biciclette, film del 1948 di Vittorio De Sica

Ecco allora che la passione per il cinema – che li accomuna tra loro non meno che al Totò di Nuovo Cinema Paradiso eppure con connotazioni originalissime – diviene codice di comportamenti e di lessico;  diviene luogo della fantasia e possibilità di farla slargare nella vita; diviene prendere coscienza e commisurarsi con il senso della realtà e dei fallimenti degli adulti – non solo i genitori, i gestori dei locali ma, primo fra tutti, del proiezionista, figura che potrebbe o sarebbe potuta essere di maestro e idolo, ma che forse non sa più neppure lui se ha vissuto i suoi ricordi, o i suoi sogni -;  diviene specchio del desiderio di un ‘altrove’ nello spazio ma anche nel tempo, in prospettiva nella loro maturazione:  le locandine, che peraltro i ragazzi intimamente solidali sfidano ognuno se stesso e l’amico a sottrarre alla bacheca del bar e del cinema del paese, si rivelano ‘emblema’ di una vita che, dall’ambiente non garantita come diritto – né all’esistenza fisica né alla partecipazione pubblica né a chance culturali ed esperienziali -,  i due tendono a ‘rubare’, appunto come rivendicazione di quel diritto: il diritto al sogno, all’aspirazione, ad imporsi, senza esserne risucchiati, ad un contesto che, immiserito da se stesso e dalla negligenza a livello nazionale (rapporto che ci è spontaneo cucire, se non suggerito dal testo),  non è intenzionato ad accogliere l’individuo – e giammai a curarlo o a metterlo in luce-, come persona sensibile, autonoma, protagonista, tanto meno quale cittadino titolare di diritti e doveri, quale uomo portatore di valori.

E infatti “l’ambiente”, “la vita”, non tardano a incrinare quel plastico di celluloide, carta e colla, che i due, col candore non infantile dei piccoli, avevano tentato di costruirsi a fini apotropaici:  ribadendone la provvisorietà che il gioco aveva provato ad ‘incantare’.  E non solo per l’atto violento che causa la divisione del connubio, ma perché di esso non resta quasi che il filo del ricordo.

Quasi: perché invero, ai protagonisti come al lettore – tenuto a bada da un autore che con chiarezza meritevolmente evita i toni consolatori o ottimistici – resta la consapevolezza che, per quanto della vita reale – e stretta dalla vita – possa condividere il carattere precario, è l’amicizia, fatta di comprensione, di complicità, di insegnamento senza supponenze, di reciprocità, di mutuo sostegno e affetto, di comunione, a strutturare l’essere umano, l’essere umani, a favorire la maturazione e la formazione di una coscienza adulta.

Maria Amici

Un'immagine di Graziano Versace, l'Autore
Un’immagine di Graziano Versace, l’Autore

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