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Pirandello o….. la stanza della tortura!

A Castiglioncello, Pirandello con altri amici incalza la "vittima", Silvio D'Amico. Da destra, la figura femminile è forse Paola Masino; quindi Massimo Bontempelli, Luigi Pirandello, Mario Labroca musicista e fratello della nuora di lui, Marta Abba, Silvio D'Amico, Nicola De Pirro. Estate 1933?

A Castiglioncello, Pirandello con altri amici incalza la “vittima”, Silvio D’Amico. Da destra, la figura femminile è forse Paola Masino; quindi Massimo Bontempelli, Luigi Pirandello, Mario Labroca musicista e fratello della nuora di lui, Marta Abba, Silvio D’Amico, Nicola De Pirro. Estate 1933? – Immagine a qualità degradata i cui diritti appartengono ai relativi proprietari – reperita su web.

Emerse da differenti occasioni di ricerca – come nodi sulla superficie del mare, a punteggiare una rete sommersa di vita lontana e neppure immaginata -, queste inattese fotografie evocano una sdillabrata sequenza estiva, un patrimonio di ricordi vivi non soltanto nei discendenti, ma certo di loro più personali.

Apparentemente effettuati a pochi momenti di distanza, gli scatti sembrano alludere ad una situazione scherzosa che può aver previsto come vittima il critico teatrale Silvio D’Amico, e

Castiglioncello, estate 1933, Pirandello con altri amici: da sinistra Francesco Di Cocco, "ai remi" Nicola De Pirro, quindi una incombente Marta Abba, Marcella Pavolini, Mario Labroca, Silvio D'Amico ancora "vittima", Paola Masino, Massimo Bontempelli, Luigi Pirandello.  - Immagine a qualità degradata i cui diritti appartengono ai relativi proprietari - reperita su siba3.unile.it/

Castiglioncello, estate 1933, Pirandello con altri amici: da sinistra Francesco Di Cocco, “ai remi” Nicola De Pirro, quindi una incombente Marta Abba, Marcella Pavolini, Mario Labroca, Silvio D’Amico ancora “vittima”, Paola Masino, Massimo Bontempelli, Luigi Pirandello. – Immagine a qualità degradata i cui diritti appartengono ai relativi proprietari – reperita su siba3.unile.it/

quali ‘carnefici’, in questa improvvisata stanza della tortura (la nota esegesi critica di Macchia che scolpiva ben altri contesti pirandelliani), gli amici della comitiva, da Bontempelli a Labroca, da De Pirro a Paola Masino, da Marta Abba a Marcella Pavolini, a un insolitamente divertito Luigi Pirandello.

Ambientazione: Castiglioncello, meta di vacanze estive del jet-set letterario-teatrale: un entourage nella cui orbita esterna – rivela egli stesso dalle pagine della “Nuova Antologia” di cui sarebbe stato redattore e poi direttore – si aggirava anche, con altri coetanei quali i nipotini di Pirandello, i figli e nipoti di D’Amico, un Giovanni Spadolini bambino allora naturalmente ignoto…

et quod sequitur

Maria Amici

Pirandello al Lido di Camaiore. Una vogata solitaria in pattino… sulla spiaggia

Pirandello al Lido di Camaiore. Una vogata solitaria in pattino… sulla spiaggia – Immagine a qualità degradata i cui diritti appartengono ai relativi proprietari – reperita su web.


“Nenè e Ninì”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

Nenè e Ninì

Novella di Luigi Pirandello, pubblicata sul Corriere della Sera del 31 marzo 1912, poi nella raccolta La trappola, Treves, Milano 1915 e in Novelle per un anno, La rallegrata, 1922.

In tale edizione, qui ripresa, possiamo leggerla sull’inestimabile PirandelloWeb.

Nell’elaborazione pirandelliana, come scrive Gioanola* in un libro che percorro in lettura ultimamente,

“la tematica matrimoniale convoca soprattutto una fenomenologia della sventura, colorandosi di tonalità tra il drammatico e il grottesco […] coi risvolti più orripilanti causati dai legami matrimoniali”.

Pirandello: Novelle per un anno: La rallegrata, 1922 - copertinaPirandello peraltro la complica, denunciando storture e condizioni intese come irrevocabili nella loro atavicità e collegandole a tali esiti avversi: e suggerisce – impensabilmente, nel fraintendimento di base di alcuni critici che usano sottolinearne invece la misoginia e il conservatorismo – un legame di consequenzialità.

Nell’esordio di Nenè e Ninì è delineata in pochi tratti la situazione di partenza: una bella, giovane vedova senza famiglia d’origine e con due bambini, un maschietto e una femminuccia, si sente scoraggiata dalla propria (prevedibile) inesperienza. Tale premessa è congegnata a intersecarsi ad un dato critico: subito si precisa che in tale situazione è

«il pensiero d’un maschio da educare»

a indurre la donna a riprender marito, scelta che altrimenti forse non avrebbe fatto.

Pirandello, a destra vicino alla madre (?), col primogenito Stefano; a sinistra il cognato mostra il figlio. Antonietta è seduta all'estrema sinistra della foto

Pirandello, a destra vicino alla madre (?), col primogenito Stefano (?), a sinistra il cognato mostra il figlio. Antonietta è seduta all’estrema sinistra della foto

Sottintesa, e più volte ribadita dunque, è infatti la problematicità della condizione femminile, la schiacciante inferiorità: una donna sola, per di più portata – come d’uso – a sminuire la prospettiva dell’educazione di una figlia femmina (infatti si rileva che non si tratta solo di un disagio per la differenza di genere e di abitudini), è impensierita di fronte a quella, più articolata e dispendiosa, di un figlio maschio, cui evidentemente annette maggior valore: perché, peraltro, nel suo condizionamento, è la società in cui vive a farlo.

Ugualmente, appena più avanti, dinanzi alla alternativa che si pone nel dover salvare la madre o i figli, è la fattrice/educatrice a esser privilegiata, e i feti-neonati, evidentemente considerati rimpiazzabili, ad esser sacrificati, sull’altare anch’essi del

«troppo pensiero di Ninì».

Ma con tutto questo la giovane donna muore ugualmente ed è il nuovo marito a “dovere” prendersi cura della famigliola e della casa.

«Nenè e Niní restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stesse a rappresentar lì in casa loro».

Pirandello, foto di famiglia con moglie e bambini piccoli (Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra)

Pirandello, foto di famiglia con moglie e bambini piccoli (Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra)

Il vedovo-patrigno dunque si ritrova proiettato in una condizione – in Pirandello in più intertestualità testimoniata eco di quella esistenziale – di completa ‘estraneità’, che prelude allo straniamento:

 «la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi».

I due figli non suoi, chiusi, nei confronti del patrigno, in una ruvida e malfidata ‘alterità’, sono una sorta di specchio oscuro sostitutivo dei gemelli cui è stato negato di nascere: quella promessa non mantenuta ha un corrispettivo paradossale e amaro.

La trappola, progetto di copertina, olio su tela, cm 35 - 23. Immagine reperita sul web

La trappola, progetto di copertina, olio su tela, cm 35 – 23. Immagine reperita sul web

Eppure l’uomo non può fuggire, non può sottrarsi: interviene un altro procedimento tipicamente pirandelliano, la trappola.

Analogamente, infatti, nei vicini si costituisce immediatamente il processo di “stanza della tortura”*, per citare la nota espressione inaugurata per il teatro pirandelliano da Giovanni Macchia, per cui i personaggi da sé o dall’(ossessiva) osservazione sociale – segno della cristallizzazione cui peraltro la vita stessa costringe – sono come sequestrati* e distaccati da se stessi, sistematicamente fraintesi nei loro intendimenti e negli atti, particolarmente – e soprattutto – quelli più dignitosi e reinterpretati a misura dell’altrui meschinità, dell’altrui opportunismo.

Il vedovo si prende cura diligentemente della casa e dei figlioli acquisiti, non fa loro mancare nulla, né di materiale né nell’educazione: ma è invece continuamente vittima di una costruzione, al limite della psicosi, di un mondo persecutorio (di fatto, non da lui immaginato) da parte del pregiudizio del vicinato, alternativo alla realtà e basato – ed è un’altra contraddizione radicata in criteri di giudizio arcaici – sul non avvenente aspetto fisico, o almeno così ritiene egli, non sapendo individuare altre motivazioni.

Anche il suo nome, peraltro, Erminio Del Donzello, sembra quasi ribadire la tragica, anzi specificamente umoristica caricaturalità imposta del personaggio.

Luigi Pirandello - Anni '10?Ed è un asserto considerato quasi dogmaticamente in quel ‘tribunale’ un’altra doppia proiezione: sia cioè che egli costringerà, prendendo moglie, i due piccoli a servirla e che essi avrebbero presto seguito, per di più senz’altro «soppressi» dalla donna-‘orco’, la sorte della loro madre e dei fratellini, sia una fosca illazione che adduceva la morte di questi ultimi ad una non meglio chiarita «giusta e ben meritata punizione»:

«Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.

Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte. Ecco qua: il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nenè e Ninì sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l’una e poi l’altro, sarebbero stati soppressi».

 pirandelloCon la causticità maturata negli anni, Pirandello ulteriormente fa precisare al narratore come tale moglie il vicinato la aspettasse, quasi in fibrillazione e nel paradosso: ogni famiglia aveva

«almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell’una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse».

 Ed egli sempre più sentiva crescere in sé

 «paura delle suocere. Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli»,

 nelle cui menti peraltro non si peritavano di instillare i loro sospetti maligni:

 «che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro animucce? e che paure?»

Lina (Lietta) Stefano e Fausto Pirandello, 1901– E nel lettore alla commozione instillata dalla «lingua ancora imbrogliata» dei due bambini fa eco l’indignazione per il continuo, spietato lavaggio del cervello cui sono sottoposti e che li rende irriconoscibili:

«Già Nenè, che s’era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta […] s’impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
– E io l’ammazzo!
Subito, all’atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.
– Oh cara! Amore! Angelo! Sí, cara, cosí! Perché tutto è tuo, sai? […] ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per te e per Ninì!
Ninì era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po’ a roncolo e la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: «E io l’ammazzo!» si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:
L’ammassi davero?»

 Peraltro anche nell’uomo si fa man mano strada la «necessità ineluttabile» di quella decisione: e poiché quasi nessuno dei personaggi pirandelliani è un ‘eroe’ (ed è già fortunato se, pur non un Oreste, è un Amleto come distingue un noto passo de Il fu Mattia Pascal) né esiste quella purezza d’amore da Pirandello auspicata e venerata, a tale sposa nelle sue considerazioni (ribadendo la subalternità della condizione della donna non meno peraltro che la degradazione dell’uomo) il vedovo – così come l’altro di Prima notte (qui su Nephelai) – assegna la risposta alle funzionalità primarie/primitive: badare alla casa, ai figli, alle esigenze sessuali dell’uomo ancor giovane*.

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma - immagine in pubblico dominio in Italia

Luigi Pirandello e Antonietta nella casa in via Sistina, Roma

In fondo, anche la prima volta

 «aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell’andare accattando l’amore, non gli era parso più compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore».

 Infine sposa una «casta zitella attempata», estranea al vicinato, ritenendo – anche qui una proiezione – di non scontentare nessuno: invece anch’ella rimane coinvolta nella ridda di critiche, di malignità e implicite prevaricazioni che di fatto la paralizzano nella cura della casa e degli orfani cui si dedica, orfani ormai ‘spodestati’ non dai genitori acquisiti nei loro diritti sulla casa, ma dalle loro stesse menti dai condizionamenti esterni.

Così,

 «il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni»

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la  sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

e non sa neppure lui tirarsi fuori dal meccanismo perverso in cui è rimasto coinvolto dall’esterno e che a sua volta ricostruisce con proprie rappresentazioni mentali sull’orlo della follia, sul «destino» di cui sarebbero stati non vittima ma autori e ‘portatori sani’ i due bambini, addirittura loro (e ritorce così non meno farneticando l’accusa del vicinato) ‘responsabili’ della morte della madre a loro immolata in quanto risposatasi per provvedere a loro dopo la morte del padre: e poi nel circuito degenere che si era attivato sarebbe toccato a lui, che a sua volta aveva perso la prima moglie e ora la vita stessa.. e poi ancora, dopo, sarebbe toccato alla nuova sposa, che si sarebbe rimaritata ancora per badare ai figliastri e poi…

«e così, via via, un’infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa»

 tutti votati alla morte, al sacrificio umano imposto sin dalla notte dei tempi dalla sopravvivenza delle nuove generazioni.

E a quest’amara conclusione, in fondo, Pirandello voleva condurre: così come, terribile, ne La distruzione dell’uomo, e, non meno, nello stesso 1912, ne La trappola, dove il flusso espressivo che prende voce e non corpo esclama:

«Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte… Un altro essere in trappola!»

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell'Ambasciata del Cile presso il Quirinale

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell’Ambasciata del Cile presso il Quirinale

Il consiglio del curato, che dovrebbe sbloccare l’impasse educativa cui sono costretti i due genitori, di non temere d’usare la forza necessaria, invece provvede a adempiere quello che pareva il destino segnato: il professore viene denunciato per sevizie mai compiute, ne ha un tracollo e con un filo di voce, prima di morire, non riesce ad altro che consigliare alla moglie (con una vena di aspra vendetta per quel Toto che l’aveva denunciato) di non esimersi dalla ruota ancestrale dei matrimoni:

«Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che provveda lui, insieme con l’altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui»

 Intanto, nella loro perfida innocenza, «ignari e felici» i bambini seguitano a giocare col «pappagalletto imbalsamato», ancora ribadendo persino in quella «lingua imbrogliata» il proprio acre coinvolgimento – certo indotto ma sintomo di umanità degradata – nel cruento cannibalismo umano degli adulti che cresce e si moltiplica:

 « – Mao, ti strozzo! – diceva Nenè.
E Ninì, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
– Lo strossi davero?»*

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 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

Macchia Pirandello o la stanza della tortura copertina* Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano : Jaca Book, 2007, p. 266.

* Giovanni Macchia è autore del fortunato Pirandello o La stanza della tortura, Milano : Mondadori, 1981.
Un articolo sulla edizione aggiornata del saggio nel Corriere della Sera del 25.05.2000 Pirandello. L’autore in cerca di un pubblico da torturare a firma dello stesso Macchia.

 * Ma si rimanda ai saggi di Macchia, per l’accezione ben più complessa. Il critico si è soffermato poliedricamente su vari aspetti della tematica ne Il personaggio sequestrato, Atti dello psicodramma n.6-7 (reperibile qui) e sul meritorio PirandelloWeb, tratto da Pirandello o la stanza della …, cit.

pirandello teatro con un saggio di giovanni macchia Copertina* Dover rispondere, da uomo rimasto solo, alle pur cogenti necessità sessuali – e peraltro non limitando la prospettiva solo a quelle -, con il senso profondo della solitudine e dello scarto di dignità, pare un fil rouge di amara consapevolezza d’avvilita umanità, che Pirandello riproporrà nel complesso personaggio del Padre nei Sei personaggi in cerca d’autore, degli uomini de L’uomo solo, nel protagonista de L’uscita del vedovo, negli altri vedovi protagonisti di Chi la paga, de I piedi sull’erba, di Ma non è una cosa seria, e non solo: e altresì della donna vedova, non a caso di nome Leuca, in bilico tra purezza e ambiguità, disgusto e desiderio, di Pena di vivere così).

Pirandello verso i 40 anni?* Quelle peculiari tenerezze della «lingua ancora imbrogliata» Pirandello le avrà riprese dalla vita quotidiana con tre figli piccoli pur in quella babele o «inferno» di casa (così desolato la definisce nella nota lettera ad Ojetti, ripresa qui su Nephelai) che solo talora gli concedeva finestre di affettuosità ricambiata nel continuo sacrificio di una dedizione e di un lavoro necessari, intessuti di dignità e comprensione.

i tre figli di Pirandello ragazzini: Fausto, Stefano, LiettaNel suo libro biografico incentrato su Lietta e Antonietta – che manca forse, nei confronti del nonno, di altrettanta comprensione che quella di lui, oltre che probabilmente di equidistanza –, la nipote Maria Luisa Aguirre D’Amico riprende a sua volta un ricordo della madre:

.

La copertina di "Vivere con Pirandello" di Maria Luisa Aguirre D'Amico«…I fratelli litigavano. Lietta si ricordava che Fausto andava dal padre, seduto dietro la scrivania, per fare le rimostranze contro Stefano. Il padre, alzando per un momento gli occhi dal lavoro, diceva con aria terribile: “Stefano, bada che ti ammazzo!”. E Fausto, piccolo, con la lingua ancora imbrogliata, lo interrogava preoccupato: “Lo amassi davvero?”…»

Maria Luisa Aguirre D’Amico, Vivere con Pirandello, Milano : Mondadori, 1990, p. 34.

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In estrema sintesi

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story : la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 266.

C’è la vedova rimasta con due bambini piccoli, che sposa un insegnante, ha una gravidanza gemellare, abortisce e poi muore. Lui si ritrova con due bambini non suoi da allevare, compassionato dalle vicine, che non disdegnerebbero di sposarlo per via dello stipendio sicuro. Ma il protagonista si risposa con un’altra che non è del giro, per cui le maligne zitelle del vicinato lo accusano di maltrattamento dei figli, fino a farlo invecchiare di dieci anni e infine morire per il dispiacere.

Nota bene.

– Com’è evidente, le immagini riguardanti la famiglia Pirandello o chiunque non hanno riferimento diretto col testo. –

et quod sequitur
Maria Amici


“La rosa”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

La rosa

Novella di Luigi Pirandello pubblicata ne La lettura (rivista mensile del Corriere della Sera) di Novembre 1914, poi in E domani, lunedì, Treves, Milano 1917; quindi confluita in Novelle per un anno, La candelora, edita nel 1928.
In tale redazione è reperibile qui, sul più che meritorio PirandelloWeb

La protagonista, Lucietta, sin dall’esordio della novella si rivela personaggio già variato. In treno – il luogo pirandelliano tipico dei momenti di ‘rivelazione’ e di ‘svolta’ –, si reca alla sua nuova destinazione, in cui è stata assunta quale telegrafista, con i due figli piccoli: è vedova di un uomo che la sposò, giovanissima, suggerisce Nettuno, Anni '30 . Effetto seppia - Diritti appartenenti ai rispettivi proprietaril’Autore, come una «bamboletta»; la morte di quegli, dai contorni ambigui, l’ha costretta a vender casa, e l’‘occhio sociale’, cui non sa sfuggire, a considerare da un lato la vita di prima più agiata di quanto non fosse, e dall’altro la condotta del marito più onesta, la sua morte più lineare se non addirittura eroica, «una vendetta politica».

Nelle pieghe della narrazione, trapela la critica alla disagiata condizione femminile reificata e manipolata per sottintesi interessi sessuali, così come la reazione della donna, che ad un livello morale mediocre e alle convenzioni non sfugge.

Pirandello nel 1932?Sul treno, la donna incontra il segretario comunale dello stesso paese verso cui sta viaggiando, un uomo malinconico, che la colpisce superficialmente per la sua aria e le sue parole da pensatore, da «filosofo»; i suoi «due occhi grandi, intenti e tristi», anzi, senza che lui lo voglia la infastidiscono, come segno dell’estraneità del mondo che le sarebbe sempre rimasto «lontano, lontanissimo e ignoto».

Ugualmente, l’uomo appare remoto, lui e le sue osservazioni vaghe – come una di esse, interessante per i richiami intertestuali pirandelliani che evoca, a specchio come il riflesso del lanternino dello scompartimento che appare, ‘dietro il vetro’, come una luce esterna che segue l’essere umano ed esiste solo con lui e per lui:

«come la fede… [ – quegli nota – ].  Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è più lume».

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera. Anno 1914

Il sonnacchioso paese è pressoché sconvolto dall’arrivo della nuova telegrafista, sia nella componente maschile, che entra in uno stato di sovraeccitazione che non ha come sfogarsi se non, nel tocco paradossale e corrosivo di Pirandello, con ..pedate a tradimento ai cani randagi, quegli stessi che, nella conversazione in treno, alla vedova avevano significato l’accidia costante del paese; sia in quella femminile, specialmente tra le «brutte donne», improvvisamente, per reazione di gelosia, solidale alle «povere bestie».

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

E domani lunedì, Treves rist. 1919 (prima ed. 1917) . copertina

Significativamente stretta dall’anellino nuziale che non riesce più a levarsi dalla mano cresciuta, l’attraente vedova rinuncerebbe all’invito a una festa da ballo rivoltole dai soliti ‘ronzoni’ così spesso impietosamente ritratti dall’Autore, se inaspettata, in un vaso dentro casa, altrettanto allusivamente non fosse spuntata una «magnifica rosa rossa» a risvegliare vanità, forse sensualità, desiderio di ammirazione, la sua «gioja vestita di nero», la «gioja» dei suoi «vent’anni».

Già durante il viaggio il segretario aveva preannunciato alla signora l’avvenimento:

«fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
– Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
– Ballano i cani? – domandò.
– No: i “civili” di Pèola…»

Appunto tra questi «“civili”», causticamente virgolettati, nell’amaro umorismo pirandelliano «tragici in quel loro furore senile», appena la vedova fa il suo ingresso, di nuovo

«Fu l’ebbrezza, fu il delirio, fu la pazzia».

Velazquez, La Venere allo specchio  . Immagine in  pubblico dominio

Velazquez, La Venere allo specchio . Immagine in pubblico dominio

L’arrivo della donna, della sua femminilità sbocciata come la rosa – non una metafora sconosciuta, per lo studioso di letteratura – e, involontariamente?, offerta, sfrena le invidie cariche di ripicca delle donne e soprattutto il parossismo del desiderio nei maschi eccitati.

Nella sala, si diffonde la «nebbia» vaporante della

«bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca, i capelli bagnati, irsuti»,

innescata dal richiamo erotico come dall’occasionalità, dall’eccezionalità del ballo: una vertigine che in diverso modo coinvolge anche la vedova.

Come dall’esterno, incarnazione mai vieta del pirandelliano osservatore spersonalizzato, estraneo, forestiero quasi, ancora una volta – ma ‘a specchio’ dacché la notazione era stata della vedova – «da lontano», il segretario comunale, distaccatosi dall’«esilio» che gli avevano imposto la delusione e l’infrangersi dei sogni, la segue con occhi inteneriti, ammirati, accesi da ben altro sentimento che i presenti, e che già l’aveva spinto a timide attenzioni nei giorni passati: «costernato» dall’attrazione che pur sente per quella rosa e ciò che essa in fondo significa nella vedova, in quel che egli reputa il suo coraggioso avventurarsi nella vita, eppure senza sapersi convincere ad avvicinarsi a quella «cara folle fatina vestita di nero», a distoglierla da quell’arena e i suoi fumi di bruta libidine, a proteggerla da quelli e da se stessa.

Non riesce: ma è lei, «con uno scatto da cerbiatta» – di biblica memoria di purezza – ad allontanarsi, nello «sgomento» che le suscita quella «bestiale sovreccitazione» maschile, nel «ribrezzo» e nell’«onta», entrambe, nel loro diverso portato accomunate, spesso parole chiave legate alla sfera della sensualità in Pirandello quando non sorvegliata dalla coscienza e dall’umanità.

Jenny Schulz-Lander

Jenny Schulz-Lander

Particolarmente «ribrezzo» è termine pirandelliano tipico a lessicalizzare la reazione della coscienza pura alla pulsione sessuale non solo non controllata ma di fatto svilita, disumanizzata, fondata su una visione strumentale dell’essere umano che la suscita, occasionale, di scarsa rilevanza e (ma si tratta piuttosto di un segno esteriore) non contestualizzata nell’unione matrimoniale.

E’, questo, uno degli indizi potenti del ‘pudore’, del ‘candore’* di Pirandello, non del suo moralismo – com’è stato spesso frettolosamente liquidato – ma di una concezione della donna e dei rapporti personali particolarmente elevata e vocata alla purezza, alla castità persino nel e dell’atto sessuale.
– Si sa peraltro che si ha difficoltà, e l’hanno anche i critici, a cogliere ciò che non appartiene.

Nell’atto subitaneo della vedova, la rosa, la magia e il mistero, soprattutto la naturalità e l’innocenza dell’attrattiva, le cade dai capelli ed è il sindaco, simbolicamente, a «ghermirla» con la mano animalesca perché la offra e si offra, lei, al suo favorito. La donna si ritrae, non sa come reagire a quel losco tentativo di compromissione.

Antonietta Portulano

Antonietta Portulano

Scorge allora – una scelta ben più rassicurante –, più «lontano», il segretario comunale, del quale non teme il coinvolgimento nella ridda dei desideri: gli altri insorgono per vendetta, con «sospetti maligni», denunciando, ma è un’illazione, l’intenzione riposta di quella scelta, nella donna: e, altrimenti, che comunque essa inveri il desiderio dell’uomo.

Luigi Pirandello.

Il turbamento del segretario, «la crudele sofferenza nei suoi occhi», a sua volta le inoculano il timore e il fastidio che quei sospetti, quella maldicenza gretta, fossero sì fondati, ma non su di lei, bensì nell’animo del timido segretario: che non aveva forse osato, per quella sua disposizione timida e distaccata, lontana, rivelarlesi e irresoluto non riesce adesso a schermirsi né ad opporsi alle insinuazioni, rivendicando la propria estraneità, peraltro non sentita.

Ecco allora che la vedova si rivolge a lui con incredulità e «dispetto», a difendere la propria onorabilità e nondimeno a ridimensionare e inibire, opponendo un veto implicito, i sentimenti e i desideri dell’uomo:

«E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?»

Marta Abba, 1922 - Fondo Vittorio Martinelli Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Marta Abba, 1922 – Fondo Vittorio Martinelli -Archivio della Cineteca di Bologna – foto a qualità impoverita reperita su web

Ugualmente la donna, in definitiva, non sa sfuggire alla propria – già paventata – estraneità a quel mondo che in lei vede solo un corpo da possedere e tale fraintendimento estende decisamente, ciecamente, all’‘altro’, a chiunque; il «dispetto» ribadisce il suo «fastidio» già provato in precedenza per il segretario e per ciò che egli significava del mondo che, per lei, sarebbe stato sempre «indifferente» nei suoi confronti, o di lei avrebbe approfittato, ‘burlandosene’.

Entrambi condizionati dalla pressione inesorabile, e tràdita da secoli dalla Grecia omerica, di una tale ‘società di vergogna’, sintagma di doddsiana memoria*,

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

La copertina di The Greeks and the Irrational, di E. R. Dodds, reperita sul web

come lei ma con un più profondo senso di consapevolezza, anche l’uomo si trova intrappolato nella maschera impostagli successivamente da essa, dalla donna amata e dalla volontà di costei d’essere tutelata.

Pur di preservare, ancora, non solo l’onorabilità ma l’innocenza e la purezza della donna e dell’amore stesso, per fissare per sempre quell’amore nel «cerchio magico»* che lo sottragga allo svilirsi sulle bocche altrui e specialmente alla deperibilità e al decadimento della tensione spirituale e della dirittura morale, il segretario si rende conto che, così come lei imponeva, anche quel momento vertiginoso e critico della scelta

«esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durata per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa».

Così, nell’atto di restituirle la rosa perché la butti via, da allora e per il futuro il segretario rinuncia alla vita, alla reciprocità dell’amore, e in fondo a sottrarsi alla sua dimensione di «lontano».

Luigi Pirandello L’amore, peraltro, per come Pirandello pare intenderlo, è sentimento così assoluto, eterno ed elevato e imprendibile, e in definitiva ‘altro’, da rivelarsi fragilissimo se trasferito sul piano del contingente e del temporale: se il vagheggiamento si traduce in relazione effettiva, l’amore, che non sopporta la materialità ma neanche la realizzazione, ne è vulnerato spesso irreparabilmente, fino a svanire: così la scelta possibile, l’unica, è la rinuncia, restare «lontano».

«La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.

– Ecco, sì… grazie… – disse [il segretario]; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre».

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L’esito cinematografico*

Olimpia Barroero, 1919 - Archivio della Cineteca di Bologna - foto a qualità impoverita reperita su web

Olimpia Barroero, 1919 – Archivio della Cineteca di Bologna, immagine impoverita reperita su web

Nel 1921 da La rosa sarà tratto, a cura di Stefano Landi (nome d’arte di Stefano Pirandello figlio), un film, per la regia di Arnaldo Frateili:

Lo scrittore Bruno Barilli - immagine in pubblico dominio, legge 633.1941-128.2004

Lo scrittore Bruno Barilli – immagine in pubblico dominio

nel cast tra vari D’Amico figurano gli attori Lamberto Picasso e Olimpia Barroero e, oggi diremmo quale special guest, lo scrittore Bruno Barilli.

Nello stesso anno, ancora da novelle di Pirandello, sarà tratto il soggetto di Ma non è una cosa seria di Augusto Camerini (adattamento e cura di Camerini e Frateili) e Il viaggio di Gennaro Righelli.

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

Pirandello con Gennaro Righelli e Angelo Musco

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 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

* ‘Pudore’ e ‘candore’ sono espressioni tematiche rispettivamente di

La copertina de "L'uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino", di Luigi Filippo D'Amico

La copertina de “L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino”, di Luigi Filippo D’Amico

Luigi Filippo D’Amico ne L’uomo delle contraddizioni. Pirandello visto da vicino, Palermo : Sellerio, 2007; e

Massimo Bontempelli nell’orazione funebre Pirandello, o del candore, pronunciata dinanzi alla Regia Accademia d’Italia il 17 gennaio 1937, poi in Id., Introduzioni e discorsi, Milano : Bompiani, 1964.

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Buenos Aires, 1933: Pirandello e Bontempelli visitano gli studi cinematografici della Lumitor

Si tenga tuttavia presente che la definizione dell’autore de La vita intensa e Nostra Dea risente della sua impostazione teorica dell’approccio con la realtà tipica del suo ‘realismo magico’; con tutto ciò la lettura di Bontempelli ha punti interessanti, sia sul piano personale sia perché nella definizione della sincerità nell’anima candida nel suo istinto delle cose, nell’approccio dell’artista con il reale, con l’ingenuità del «bambino che è pirandello non parlo di me copertina feltrinellistato», riprende molto da vicino un articolo di Pirandello, Non parlo di me, pubblicato sulla rivista “Occidente” nel 1933 e altri, citati in Simona Micali, Pirandello e il mito come archetipo, reperibile su PirandelloWeb.

*Per la distinzione tra società-civiltà-cultura “della colpa” e “della vergogna”, si legga E. R. Dodds, The Greeks and the irrational, University of California, Berkeley & Los Angeles 1951: trad. it.:  I greci e l’irrazionale (con presentazione di Arnaldo Momigliano), Firenze : Sansoni, 2003.

* Sul «cerchio magico» ci si sofferma su Nephelai anche nella lettura della novella Prima notte.

* Un elenco su web di film tratti da opere di Pirandello si trova anche alla voce Pirandello, Luigi, nell’Enciclopedia del cinema Treccani e altrove.

* Sul film La rosa di Frateili – e anche sull’abitudine al coinvolgimento reciproco (esclusivo?) dei membri del ‘clan’ D’Amico-Frateili-(Cecchi) -, La forma del fuoco e la memoria del vento: Gabriele Baldini saggista e narratore, a cura di Viola Papetti, Roma : Edizioni di storia e letteratura, 2005.

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In estrema sintesi

La copertina di “Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive”, di E. Gioanola

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 200.

“una bella vedova, giovanissima, […] si trova sbalestrata in un paese del sud a fare la telefonista. Qui è fatta oggetto della tenera ammirazione del segretario comunale e delle mire oscene dei notabili del luogo. Partecipa a un ballo con una rosa tra i capelli, «intatta e pura» nella sua gioia in mezzo alla «bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata» dei ballerini, mentre il segretario la segue con lo sguardo estasiato.
«Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei». Il giovane è uno di quelli che guardano «come da lontano ogni cosa, perduto in un esilio angoscioso». Lei, accortasi a un tratto della «bestiale sovreccitazione» di quegli uomini, prova «ribrezzo e onta». La rosa le cade dai capelli, il sindaco la raccoglie e le propone di darla ad uno dei presenti in segno d’amore. La donna scarta tutti i ballerini e cerca il segretario, che impallidisce mortalmente, turbatissimo per la possibilità che gli si presenta. Tutti gridano che è una dichiarazione e lei gli chiede se davvero creda che lo sia. Lui, per salvaguardare l’innocente purezza della vedova, è costretto a dire di no e le restituisce la rosa.

Così rinuncia a realizzare l’amore, ma nello stesso tempo lo salvaguarda dal suo possibile degrado. Le rose si vagheggiano, non si colgono”.

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Nota bene

Le immagini di Jenny Schulz-Lander, Antonietta Portulano, Marta Abba non sono utilizzate in quanto allusive alla tematica della novella.

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