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In morte di Antonietta

Ugo Fleres: Ritratto di M. Antonietta Portulano

Ugo Fleres: Ritratto di M. Antonietta Portolano

Il 17 dicembre 1959 moriva Maria Antonietta Portolano*, che tanto segnò l’avventura umana, spirituale e artistica del marito, Luigi Pirandello.
–Egli l’aveva preceduta quasi d’un quarto di secolo– .

Antonietta PortulanoIl figlio Fausto – e oggi anche questa pagina (per rispetto, senz’altri commenti) – la ricorda in una «riflessione amara, per nulla consolatoria… degna del destino tragico di Antonietta»: così la riprende La copertina di "Vivere con Pirandello" di Maria Luisa Aguirre D'Amiconel suo Vivere con Pirandello la nipote di questi, figlia di Lietta, Maria Luisa Aguirre D’Amico (al libro –Milano 1989–, abbiamo già accennato su Nephelai qui e qui)

“Ah, no, non posso piangere questi altri morti quando mi sono, zitto zitto, inghiottito tra l’indifferenza di tutti, la stretta partecipazione di tutti,

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 – Fotografia in pubblico dominio – This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

questa casa squallida, questa tremendamente irrimediata miseria, e tutta la mia miseria venuta a galla, questa viltà eroica, tant’è spudorata e scoperta. L’essermi sentito insieme così chiamato a essere partecipe, eppure restato così distante, così discosto dalla cosa veniente e poi avvenuta. L’annullamento di un nulla.

Un nonnulla, la propria madre, una quisquilia di affetto materno, una cura peregrina, astratta, un timore atavico, un’apprensione vaga e incerta: la vita si avesse a riscontrare alla morte, o al semplice dolore, o all’irregolare deforme.

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI - via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Fausto Pirandello: Ritratto di Luigi Pirandello, 1936 da «Meridiano di Roma» 20 dicembre XV [1936] p. VI – via web, da Istituto Studi Pirandelliani

Ma era già deforme la sua grave vecchiezza, la squallida età dai moti lenti, dal fiato corto, dai voleri aggiogati, dai ricordi spenti. Una constatazione di elementi disunentisi”.


Nota

*M. Antonietta Portolano “fu sepolta accanto al genero e al nipotino**. Sulla pietra tombale ci sono due cognomi: Aguirre Pirandello. Nella piccola tomba del cimitero romano […] del Verano […] riposa anche Lietta, dal marzo 1971”  [dal citato Vivere con Pirandello, p. 174].


** [Manuel Aguirre e Manolo Aguirre Pirandello, rispettivamente marito e figlio primogenito di Lietta].

La nota risponde alla gentile domanda rivoltami da Michaela Di Cesare, commediografa canadese, che ringrazio dell’attenzione dimostratami.

et quod sequitur

Maria Amici


“A Marta Abba per non morire”: il ricordo di lei

Studio in via Antonio Bosio, 15 - Roma. La macchina da scrivere di Pirandello

Studio in via Antonio Bosio, 15 – Roma. La macchina da scrivere di Pirandello

Errabonda sulla rete, mi sono imbattuta, cercando tutt’altre scritture, in una puntata in particolare di “Con parole mie“, programma di RaiRadio1 a cura di Umberto Broccoli, tuttora in corso.
Una delle rare occasioni in cui la Rai, anche solo per pochi minuti, si ‘benigna’ di mettere a frutto il suo ricchissimo archivio, oscurato da una programmazione insignificante e mercenaria.

Risaliva al 10 maggio 2011* e proponeva, seguendo il filo tematico della ‘pubblicazione’, letture di brani di origini e funzioni diverse:

da una delle lettere di Plinio il Giovane in accompagnamento a un suo discorso non pubblicato che il destinatario avrebbe altrimenti tardato a leggere:

“Caro Arriano, poiché prevedo che la tua venuta ritarderà, ti faccio avere il testo del discorso che ti avevo promesso…”,

ad un amaro sfogo della filologa e scrittrice italiana Maria Corti bloccata non da una impasse creativa ma ..organizzativa:

“Il mio romanzo è fermo perché non ho tempo; è un brutto modo di lavorare”,

Marco_Aurelio giornalesino alla proposta di un aforisma sempreverde:

“Chi vede le cose presenti ha visto tutto…”

– una riflessione di Marco Aurelio (Ricordi, 6,37), approfondisco oggi:

“Chi vede le cose presenti ha visto tutto: quelle che sono state fin dall’origine dei tempi e quelle che saranno per tutta l’eternità, perché tutte sono di una stessa natura e di una stessa forma” -,

che potrebbe guidare il ricordo e la meditazione del lettore non disaccorto ancora indietro, sino all’impulso d’altra saggezza che evidentemente attraversava i secoli (e già da quasi mezzo millennio prima dell’imperatore filosofo) e che in latino suona:

nihil sub sole novi – niente di nuovo sotto il sole”.

Marta Abba, foto Moreschi

Marta Abba, foto Moreschi

Emergendo dalle spire del Tempo, nella rubrica realizzata in collaborazione con Rai Teche, a circa venti minuti dall’inizio (20′ 13”), era invece proposta, presentata con qualche imperfezione da cui non era peraltro esente essa stessa, una cosiddetta “testimonianza del 1986*, il frammento di un’intervista a Marta Abba, definita “attrice storica di Pirandello”.

Trovarsi, in "Maschere nude": in occhietto firme di Luigi Pirandello e, successiva?, di Marta Abba. Da collezione Abba?

Trovarsi, in “Maschere nude”: in occhietto firme di Luigi Pirandello e, successiva?, di Marta Abba

“D. – E’ vero che il Maestro ha scritto Trovarsi per lei, e modellando il personaggio della protagonista sulla sua personalità?

M. A. – Noi ci dimentichiamo -troppo- che Pirandello è stato un direttore di compagnia, oltre a essere il grande Autore che è, e allora Pirandello fu come Shakespeare in Inghilterra:

Pirandello dirige Marta Abba e Lamberto Picasso ne La nuova colonia, 1928.

Pirandello dirige Marta Abba e Lamberto Picasso ne La nuova colonia, 1928.

Lui viaggiò con la compagnia, studiò i Suoi attori – senza volerlo. E può darsi che abbia studiato anche me, e che qui ci sia qualche cosa di me*.

"Luigi Pirandello. Lido di Camaiore 1932, hóspede da família Abba, escreve ''Trovarsi''"

“Luigi Pirandello. Lido di Camaiore 1932, hóspede da família Abba, escreve ”Trovarsi””

D. – Ci potrebbe spiegare il significato profondo della frase di Pirandello, che dedicando a lei le sue opere scriveva:

.

“A Marta Abba per non morire?

Pirandello legge a Marta Abba "Trovarsi", Lido di Camaiore, Agosto? 1932

Pirandello legge a Marta Abba “Trovarsi”, Lido di Camaiore, Agosto? 1932

M. A. – Io ne fui per un po’ di tempo quasi atterrita, di dover dare in pasto al pubblico questa dedica: e ..dico, chissà come la prenderanno..? E poi dopo mi sono fatta più.. più adulta e ho detto «basta, la prendano come vogliano, ma è così: “A Marta Abba per non morire”»: perché la Sua opera non muoia..
Lui voleva che io recitassi le sue opere„

Pirandello con Marta Abba e Sir James Barrie - LIFE 28 dic 1936, London

Pirandello con Marta Abba e Sir James Barrie – LIFE 28 dic 1936, London

Come sempre, come già un’altra volta ascoltando e stavolta anche vedendo una sua intervista*, mi ha commosso sentir parlare di Pirandello e vieppiù da chi gli è stato vicino e tanto ha condiviso con lui.

Marta Abba specchioE con quella voce di cui anche nelle tonalità più scure e rugginose si avvertono (persino oggi. E un tempo?) il calore e la dolcezza, e questi i critici alternativamente notavano insieme con i toni metallici e scattosi, l’impostazione troppo marcata,  la freddezza, il distacco e l’implosione del tragico…**

Quella voce di chi “recita anche fuori della scena”, come sogghignava il

"L'amica delle mogli": una scena con Marta Abba e Lamberto Picasso

“L’amica delle mogli”: una scena con Marta Abba e Lamberto Picasso

conduttore (peraltro un refrain abusato di cui s’è voluto spesso, non del tutto inconsapevole lei, rivestire e mascherare Marta Abba da Norma Desmond), piuttosto che come in altri infastidirmi o destarmi sin troppo facili ironie, a me infondeva sempre più invece il desiderio -il rimpianto- di sentirla quando recitava Pirandello..

Perché Pirandello il suo modo di recitare e di essere attrice, e di essere?, aveva amatostudiato e guidato in una continua osmosi reciproca**: di lei che ora persino frasi semplicissime (pur vive di una profonda consapevolezza) anche da anziana – lo sentiamo – era capace di variare nei toni e nell’intensità e nel significato, e non di meno con un certo filo di ‘estraneità’ tuttavia: giocando con la verità? col ricordo? col suo particolarissimo – e incompreso e raramente apprezzato – modo d’essere attrice?**

Ritratti di Marta Abba nello studio di Pirandello, via Bosio 15, Roma

Ritratti di Marta Abba nello studio di Pirandello, via Bosio 15, Roma

E l’aveva tenuta -sebbene spesso lei fosse lontana- accanto a sé (e più avrebbe voluto) non solo come “musa” – altra sin troppo sbrigativa definizione – ma quale eccezionale sonda della propria ispirazione e dell’Enigma profondo, complesso,  stratificato e sommerso, della propria umanità -anzi dell’Umanità, dell’essere umani-, nella scintilla più alta e nella compromissione più cogente e amara della resa dei conti con se stesso, nella disperazione assoluta e nella vividezza sognante, che impietrite dal e nel silenzio, e nell’abbandono e nel rifiuto e dall’impenetrabilità, si fanno Parola e Arte.

Pirandello alle prove della rappresentazione de La figlia di Jorio dirige Marta Abba. Teatro Argentina, ottobre 1934

Pirandello alle prove della rappresentazione de La figlia di Jorio dirige Marta Abba. Teatro Argentina, ottobre 1934

E mi dava ancora forte il senso che Marta Abba interpretasse Pirandello quando lo recitava e anche non recitandolo (non recitando un suo testo ma rievocando, spiegando, qualcosa di lui). Che lei che peraltro, rinunziando a ancora maggiori e più facili guadagni e a viversene tranquilla e non “odiata”, dell’opera che Qualcuno le aveva affidato s’era fatta Vestale, una volta ancora se ne facesse tedofora, e quel fuoco lo portasse in sé e con sé attraverso lo spazio e il tempo, e oltre il diaframma della morte…

..Eppure, sempre arrestandosi, nel ritegno comune a entrambi – quello che poi solo in parte e combattuta sviò, con la trasmissione in dono delle lettere (non tutte peraltro date alla pubblicazione) all’Università di Princeton -, sempre un passo al di qua del Mistero.

Marta Abba e Palazzeschi tra il pubblico alla commemorazione di Pirandello. Roma Teatro Valle a Roma 27.06.1961

Marta Abba e Palazzeschi tra il pubblico alla commemorazione di Pirandello. Roma Teatro Valle a Roma 27.06.1961

Non solo la Sua opera non muore, affidata alla severa, devota Vestale che in vita preferì (o dovette) venerarlo ad amarlo, ma è il ricordo di lei (di lei e soprattutto da parte di lei e da lei tramandato) a non morire, attraversando i secoli: e anche in questo, appunto, capii cosa forse il Maestro avesse inteso – e cosa lei: che forse dovette prima respingere per poi comprendere – quando, non solo sul piano professionale e artistico, Egli scrisse quella famosa ..polisemica.. dedica:

A Marta Abba per non morire

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“Bibliografia” – e note –

* Il link della puntata di Con parole mie del 10 maggio 2011.
L’intervista parte dal minuto 20′ 13”.

* Non sono riuscita a trovare tracce (almeno sul web) dell’intervista “del 1986”.

Ne esiste un’altra (è la stessa? Sono addirittura altre due?), indicata come Marta Abba a Lugano, di Grytzko Mascioni, realizzazione di Paolo Lehner; produzione della Rtsi:

  • del 1980, come indicato qui nella scheda della tls.theaterwissenschaft  di Mascioni – regista “nel 1980” per la RSI di un Trovarsi interpretato da Marta Abba e accorpato, in un “documento storico” eccezionale e unico, con una “lunga intervista televisiva” all’attrice – e in effetti su Trovarsi è la domanda che qui ascoltiamo per prima – ;
  • o del 1983, sempre per la TV svizzera, come indicato nell’articolo di Repubblica dell’8 Gennaio 1986: C’è anche ‘la divina’ Garbo tra molti grandissimi attori .
Marta Abba posa in due pezzi a Castiglioncello accanto a Silvio D'Amico - Immagine reperita su web, i diritti appartengono ai rispettivi proprietari

Marta Abba posa in due pezzi a Castiglioncello accanto a Silvio D’Amico – Immagine reperita su web, i diritti appartengono ai rispettivi proprietari

Questa intervista è evidentemente di difficile reperimento, tanto che Gigi Livio (nel saggio infra** citato, n. 32) ringrazia d’avergliene procurata la registrazione radiofonica Sandro D’Amico (uno dei figli dell’influente Silvio e, come l’omonimo cugino Luigi Filippo, marito d’una figlia di Lietta – nel caso di Sandro la Maria Luisa Aguirre D’Amico già citata in queste pagine per il suo Vivere con Pirandello)…?

Del 1986 è generalmente riportata invece un’intervista a Paolo Stoppa.

Su RSI sono stati trasmessi anche, tra l’altro, Suo marito, di Luigi Pirandello,  adattamento e regia di Fabio Battistini con Stefano Santospago, Nicoletta Bertorelli, K. Fusco, A. Zanoletti – prod. RSI 2006 –
e, con adattamento e regia dello stesso Battistini, Caro Maestro… Marta mia, delicato testo radiofonico tratto dal carteggio di Luigi Pirandello con Marta Abba, con Marina Bonfigli (Marta Abba), Giulio Bosetti (Pirandello) e Massimo Loreto.

Pirandello, Uno nessuno e centomila, Firenze 1926, nell'occhietto dedica a Marta Abba A Marta una e unica, Pola 09.12.1926

Pirandello, Uno nessuno e centomila, Firenze 1926, nell’occhietto dedica a Marta Abba: A Marta una e unica, Pola 09.12.1926

Battistini aveva improntato la propria attività forse anche prima del passaggio alla Radiotelevisione svizzera a scelte preziose, a realizzazioni molto curate, pur talora di opere meno note, tratte anche dal repertorio pirandelliano. Forse per tale sua impostazione e per riguardo alla loro amicizia, Marta Abba gli aveva lasciato in eredità scritti e fotografie del Maestro.

* Di Marta Abba in audio e/o video ho reperito solo un’altra testimonianza – e vi pregherei di segnalarmene altre – : un’intervista rilasciata nel 1978 (?) a latere di un altro dramma di Pirandello: Non si sa come – sull’occasione non ho potuto trovar altro su web.

Il video è reperibile qui e qui.

Marta Abba

Marta Abba

** Sul tema, la recitazione di Marta Abba come paradigma della interpretazione dell’Attore in Pirandello – e non solo -, sto studiando il poco cui posso attingere e qui per varie ragioni, tra cui ..l’indegnità mia, non mi ci soffermo. Su Marta Abba attrice il contributo a mio parere più interessante tra i molti che ho letto è di Gigi Livio, “Fiamma del diavolo che non consuma”. Marta Abba attrice “frigida” – le virgolette sono d’obbligo –, nella rivista “L’Asino di B.” 2006/11 – reperibile su L’Asino Vola ed anche sul meritorio PirandelloWeb qui.

* Consciamente o no, Marta Abba, che tanta confidenza riservata ha con le parole di Pirandello, usa un sintagma significativo, tratto da Trovarsi, uno dei più intensi e complessi drammi – e studii – a lei dedicati.
Il testo è reperibile su PirandelloWebqui.

Et quod sequitur
Maria Amici


“Nenè e Ninì”, novella di Luigi Pirandello

– Novelle per un anno –

Nenè e Ninì

Novella di Luigi Pirandello, pubblicata sul Corriere della Sera del 31 marzo 1912, poi nella raccolta La trappola, Treves, Milano 1915 e in Novelle per un anno, La rallegrata, 1922.

In tale edizione, qui ripresa, possiamo leggerla sull’inestimabile PirandelloWeb.

Nell’elaborazione pirandelliana, come scrive Gioanola* in un libro che percorro in lettura ultimamente,

“la tematica matrimoniale convoca soprattutto una fenomenologia della sventura, colorandosi di tonalità tra il drammatico e il grottesco […] coi risvolti più orripilanti causati dai legami matrimoniali”.

Pirandello: Novelle per un anno: La rallegrata, 1922 - copertinaPirandello peraltro la complica, denunciando storture e condizioni intese come irrevocabili nella loro atavicità e collegandole a tali esiti avversi: e suggerisce – impensabilmente, nel fraintendimento di base di alcuni critici che usano sottolinearne invece la misoginia e il conservatorismo – un legame di consequenzialità.

Nell’esordio di Nenè e Ninì è delineata in pochi tratti la situazione di partenza: una bella, giovane vedova senza famiglia d’origine e con due bambini, un maschietto e una femminuccia, si sente scoraggiata dalla propria (prevedibile) inesperienza. Tale premessa è congegnata a intersecarsi ad un dato critico: subito si precisa che in tale situazione è

«il pensiero d’un maschio da educare»

a indurre la donna a riprender marito, scelta che altrimenti forse non avrebbe fatto.

Pirandello, a destra vicino alla madre (?), col primogenito Stefano; a sinistra il cognato mostra il figlio. Antonietta è seduta all'estrema sinistra della foto

Pirandello, a destra vicino alla madre (?), col primogenito Stefano (?), a sinistra il cognato mostra il figlio. Antonietta è seduta all’estrema sinistra della foto

Sottintesa, e più volte ribadita dunque, è infatti la problematicità della condizione femminile, la schiacciante inferiorità: una donna sola, per di più portata – come d’uso – a sminuire la prospettiva dell’educazione di una figlia femmina (infatti si rileva che non si tratta solo di un disagio per la differenza di genere e di abitudini), è impensierita di fronte a quella, più articolata e dispendiosa, di un figlio maschio, cui evidentemente annette maggior valore: perché, peraltro, nel suo condizionamento, è la società in cui vive a farlo.

Ugualmente, appena più avanti, dinanzi alla alternativa che si pone nel dover salvare la madre o i figli, è la fattrice/educatrice a esser privilegiata, e i feti-neonati, evidentemente considerati rimpiazzabili, ad esser sacrificati, sull’altare anch’essi del

«troppo pensiero di Ninì».

Ma con tutto questo la giovane donna muore ugualmente ed è il nuovo marito a “dovere” prendersi cura della famigliola e della casa.

«Nenè e Niní restarono orfani anche di madre, con uno che non sapevano neppure come si chiamasse, né che cosa stesse a rappresentar lì in casa loro».

Pirandello, foto di famiglia con moglie e bambini piccoli (Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra)

Pirandello, foto di famiglia con moglie e bambini piccoli (Lietta, Fausto, Stefano seduto a terra)

Il vedovo-patrigno dunque si ritrova proiettato in una condizione – in Pirandello in più intertestualità testimoniata eco di quella esistenziale – di completa ‘estraneità’, che prelude allo straniamento:

 «la casa non era sua, la dote non era sua, quei due figliuoli non erano suoi».

I due figli non suoi, chiusi, nei confronti del patrigno, in una ruvida e malfidata ‘alterità’, sono una sorta di specchio oscuro sostitutivo dei gemelli cui è stato negato di nascere: quella promessa non mantenuta ha un corrispettivo paradossale e amaro.

La trappola, progetto di copertina, olio su tela, cm 35 - 23. Immagine reperita sul web

La trappola, progetto di copertina, olio su tela, cm 35 – 23. Immagine reperita sul web

Eppure l’uomo non può fuggire, non può sottrarsi: interviene un altro procedimento tipicamente pirandelliano, la trappola.

Analogamente, infatti, nei vicini si costituisce immediatamente il processo di “stanza della tortura”*, per citare la nota espressione inaugurata per il teatro pirandelliano da Giovanni Macchia, per cui i personaggi da sé o dall’(ossessiva) osservazione sociale – segno della cristallizzazione cui peraltro la vita stessa costringe – sono come sequestrati* e distaccati da se stessi, sistematicamente fraintesi nei loro intendimenti e negli atti, particolarmente – e soprattutto – quelli più dignitosi e reinterpretati a misura dell’altrui meschinità, dell’altrui opportunismo.

Il vedovo si prende cura diligentemente della casa e dei figlioli acquisiti, non fa loro mancare nulla, né di materiale né nell’educazione: ma è invece continuamente vittima di una costruzione, al limite della psicosi, di un mondo persecutorio (di fatto, non da lui immaginato) da parte del pregiudizio del vicinato, alternativo alla realtà e basato – ed è un’altra contraddizione radicata in criteri di giudizio arcaici – sul non avvenente aspetto fisico, o almeno così ritiene egli, non sapendo individuare altre motivazioni.

Anche il suo nome, peraltro, Erminio Del Donzello, sembra quasi ribadire la tragica, anzi specificamente umoristica caricaturalità imposta del personaggio.

Luigi Pirandello - Anni '10?Ed è un asserto considerato quasi dogmaticamente in quel ‘tribunale’ un’altra doppia proiezione: sia cioè che egli costringerà, prendendo moglie, i due piccoli a servirla e che essi avrebbero presto seguito, per di più senz’altro «soppressi» dalla donna-‘orco’, la sorte della loro madre e dei fratellini, sia una fosca illazione che adduceva la morte di questi ultimi ad una non meglio chiarita «giusta e ben meritata punizione»:

«Nessuna pietà, nessuna considerazione per lui, in tutto quel vicinato, per la sua doppia sciagura. Pareva anzi che la morte della moglie e delle sue creaturine gemelle fosse giudicata da tutti come una giusta e ben meritata punizione.

Tutta la pietà era per i due orfanelli, di cui in astratto si considerava la sorte. Ecco qua: il patrigno, adesso, senza alcun dubbio, avrebbe ripreso moglie: una megera, certo, una tiranna; ne avrebbe avuto chi sa quanti figliuoli, a cui Nenè e Ninì sarebbero stati costretti a far da servi, fintanto che, a furia di maltrattamenti, di sevizie, prima l’una e poi l’altro, sarebbero stati soppressi».

 pirandelloCon la causticità maturata negli anni, Pirandello ulteriormente fa precisare al narratore come tale moglie il vicinato la aspettasse, quasi in fibrillazione e nel paradosso: ogni famiglia aveva

«almeno una ragazza da marito; e tutte, senza eccezione, queste ragazze da marito sarebbero state mammine svisceratamente amorose di quei due orfanelli; perfida tiranna, spietata megera sarebbe stata solo quell’una, che il professor Erminio Del Donzello avrebbe scelto tra esse».

 Ed egli sempre più sentiva crescere in sé

 «paura delle suocere. Perché ognuna di quelle mamme disilluse sarebbe certo diventata subito una suocera per lui; tutte quante si sarebbero costituite mamme postume della sua povera moglie defunta, e nonne di quei due orfanelli»,

 nelle cui menti peraltro non si peritavano di instillare i loro sospetti maligni:

 «che prevenzioni, che sospetti insinuavano nelle loro animucce? e che paure?»

Lina (Lietta) Stefano e Fausto Pirandello, 1901– E nel lettore alla commozione instillata dalla «lingua ancora imbrogliata» dei due bambini fa eco l’indignazione per il continuo, spietato lavaggio del cervello cui sono sottoposti e che li rende irriconoscibili:

«Già Nenè, che s’era fatta una bella bamboccetta vispa e tosta […] s’impostava fieramente incontro alle minacce immaginarie, ai maltrattamenti, ai soprusi della futura matrigna, che le vicine le facevano balenare; e mostrando il piccolo pugno chiuso, gridava:
– E io l’ammazzo!
Subito, all’atto, quelle le si precipitavano addosso, se la strappavano, per soffocarla di baci e di carezze.
– Oh cara! Amore! Angelo! Sí, cara, cosí! Perché tutto è tuo, sai? […] ci siamo qua noi, a farli stare a dovere, tanto lei che lui, non dubitare, ci siamo qua noi per te e per Ninì!
Ninì era un badalone grosso grosso, pacioso, con le gambette un po’ a roncolo e la lingua ancora imbrogliata. Quando Nenè, la sorellina, levava il pugno e gridava: «E io l’ammazzo!» si voltava piano piano a guardarla e domandava con voce cupa e con placida serietà:
L’ammassi davero?»

 Peraltro anche nell’uomo si fa man mano strada la «necessità ineluttabile» di quella decisione: e poiché quasi nessuno dei personaggi pirandelliani è un ‘eroe’ (ed è già fortunato se, pur non un Oreste, è un Amleto come distingue un noto passo de Il fu Mattia Pascal) né esiste quella purezza d’amore da Pirandello auspicata e venerata, a tale sposa nelle sue considerazioni (ribadendo la subalternità della condizione della donna non meno peraltro che la degradazione dell’uomo) il vedovo – così come l’altro di Prima notte (qui su Nephelai) – assegna la risposta alle funzionalità primarie/primitive: badare alla casa, ai figli, alle esigenze sessuali dell’uomo ancor giovane*.

Luigi Pirandello e Antonietta sulla terrazza della casa in via Sistina, Roma - immagine in pubblico dominio in Italia

Luigi Pirandello e Antonietta nella casa in via Sistina, Roma

In fondo, anche la prima volta

 «aveva preso moglie perché la vita di scapolo, quell’andare accattando l’amore, non gli era parso più compatibile con la sua età e con la sua dignità di professore».

 Infine sposa una «casta zitella attempata», estranea al vicinato, ritenendo – anche qui una proiezione – di non scontentare nessuno: invece anch’ella rimane coinvolta nella ridda di critiche, di malignità e implicite prevaricazioni che di fatto la paralizzano nella cura della casa e degli orfani cui si dedica, orfani ormai ‘spodestati’ non dai genitori acquisiti nei loro diritti sulla casa, ma dalle loro stesse menti dai condizionamenti esterni.

Così,

 «il professor Erminio Del Donzello pareva in pochi mesi invecchiato di dieci anni»

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la  sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

Foto di famiglia 1888: i genitori Stefano e Caterina, i fratelli Enzo e Giovanni, la sorella Annetta. N.b. sul libro che il padre tiene fra le mani, una mano ignota ha scritto a penna Mal Giocondo

e non sa neppure lui tirarsi fuori dal meccanismo perverso in cui è rimasto coinvolto dall’esterno e che a sua volta ricostruisce con proprie rappresentazioni mentali sull’orlo della follia, sul «destino» di cui sarebbero stati non vittima ma autori e ‘portatori sani’ i due bambini, addirittura loro (e ritorce così non meno farneticando l’accusa del vicinato) ‘responsabili’ della morte della madre a loro immolata in quanto risposatasi per provvedere a loro dopo la morte del padre: e poi nel circuito degenere che si era attivato sarebbe toccato a lui, che a sua volta aveva perso la prima moglie e ora la vita stessa.. e poi ancora, dopo, sarebbe toccato alla nuova sposa, che si sarebbe rimaritata ancora per badare ai figliastri e poi…

«e così, via via, un’infinita sequela di sostituti genitori sarebbe passata in poco tempo per quella casa»

 tutti votati alla morte, al sacrificio umano imposto sin dalla notte dei tempi dalla sopravvivenza delle nuove generazioni.

E a quest’amara conclusione, in fondo, Pirandello voleva condurre: così come, terribile, ne La distruzione dell’uomo, e, non meno, nello stesso 1912, ne La trappola, dove il flusso espressivo che prende voce e non corpo esclama:

«Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte… Un altro essere in trappola!»

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell'Ambasciata del Cile presso il Quirinale

Foto scattata nel giorno del fidanzamento di Lietta. Da sinistra, Fausto, Luigi, Lietta, ?, Stefano?; alle spalle di Lietta, il fidanzato, il maggiore Manuel Aguirre Humeres, addetto militare dell’Ambasciata del Cile presso il Quirinale

Il consiglio del curato, che dovrebbe sbloccare l’impasse educativa cui sono costretti i due genitori, di non temere d’usare la forza necessaria, invece provvede a adempiere quello che pareva il destino segnato: il professore viene denunciato per sevizie mai compiute, ne ha un tracollo e con un filo di voce, prima di morire, non riesce ad altro che consigliare alla moglie (con una vena di aspra vendetta per quel Toto che l’aveva denunciato) di non esimersi dalla ruota ancestrale dei matrimoni:

«Sposa, sposa quel Toto, cara, della signora Ninfa. Non temere; verrai presto a raggiungermi. E lascia allora che provveda lui, insieme con l’altra, a quei due piccini. Stai pur certa, cara, che morrà presto anche lui»

 Intanto, nella loro perfida innocenza, «ignari e felici» i bambini seguitano a giocare col «pappagalletto imbalsamato», ancora ribadendo persino in quella «lingua imbrogliata» il proprio acre coinvolgimento – certo indotto ma sintomo di umanità degradata – nel cruento cannibalismo umano degli adulti che cresce e si moltiplica:

 « – Mao, ti strozzo! – diceva Nenè.
E Ninì, voltandosi, con la lingua imbrogliata:
– Lo strossi davero?»*

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 Un consiglio per la bibliografia
– e note –

Macchia Pirandello o la stanza della tortura copertina* Elio Gioanola, in Pirandello’s story: la vita o si vive o si scrive, Milano : Jaca Book, 2007, p. 266.

* Giovanni Macchia è autore del fortunato Pirandello o La stanza della tortura, Milano : Mondadori, 1981.
Un articolo sulla edizione aggiornata del saggio nel Corriere della Sera del 25.05.2000 Pirandello. L’autore in cerca di un pubblico da torturare a firma dello stesso Macchia.

 * Ma si rimanda ai saggi di Macchia, per l’accezione ben più complessa. Il critico si è soffermato poliedricamente su vari aspetti della tematica ne Il personaggio sequestrato, Atti dello psicodramma n.6-7 (reperibile qui) e sul meritorio PirandelloWeb, tratto da Pirandello o la stanza della …, cit.

pirandello teatro con un saggio di giovanni macchia Copertina* Dover rispondere, da uomo rimasto solo, alle pur cogenti necessità sessuali – e peraltro non limitando la prospettiva solo a quelle -, con il senso profondo della solitudine e dello scarto di dignità, pare un fil rouge di amara consapevolezza d’avvilita umanità, che Pirandello riproporrà nel complesso personaggio del Padre nei Sei personaggi in cerca d’autore, degli uomini de L’uomo solo, nel protagonista de L’uscita del vedovo, negli altri vedovi protagonisti di Chi la paga, de I piedi sull’erba, di Ma non è una cosa seria, e non solo: e altresì della donna vedova, non a caso di nome Leuca, in bilico tra purezza e ambiguità, disgusto e desiderio, di Pena di vivere così).

Pirandello verso i 40 anni?* Quelle peculiari tenerezze della «lingua ancora imbrogliata» Pirandello le avrà riprese dalla vita quotidiana con tre figli piccoli pur in quella babele o «inferno» di casa (così desolato la definisce nella nota lettera ad Ojetti, ripresa qui su Nephelai) che solo talora gli concedeva finestre di affettuosità ricambiata nel continuo sacrificio di una dedizione e di un lavoro necessari, intessuti di dignità e comprensione.

i tre figli di Pirandello ragazzini: Fausto, Stefano, LiettaNel suo libro biografico incentrato su Lietta e Antonietta – che manca forse, nei confronti del nonno, di altrettanta comprensione che quella di lui, oltre che probabilmente di equidistanza –, la nipote Maria Luisa Aguirre D’Amico riprende a sua volta un ricordo della madre:

.

La copertina di "Vivere con Pirandello" di Maria Luisa Aguirre D'Amico«…I fratelli litigavano. Lietta si ricordava che Fausto andava dal padre, seduto dietro la scrivania, per fare le rimostranze contro Stefano. Il padre, alzando per un momento gli occhi dal lavoro, diceva con aria terribile: “Stefano, bada che ti ammazzo!”. E Fausto, piccolo, con la lingua ancora imbrogliata, lo interrogava preoccupato: “Lo amassi davvero?”…»

Maria Luisa Aguirre D’Amico, Vivere con Pirandello, Milano : Mondadori, 1990, p. 34.

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In estrema sintesi

La sintesi è di
Elio Gioanola, in Pirandello’s story : la vita o si vive o si scrive, Milano: Jaca Book, 2007, p. 266.

C’è la vedova rimasta con due bambini piccoli, che sposa un insegnante, ha una gravidanza gemellare, abortisce e poi muore. Lui si ritrova con due bambini non suoi da allevare, compassionato dalle vicine, che non disdegnerebbero di sposarlo per via dello stipendio sicuro. Ma il protagonista si risposa con un’altra che non è del giro, per cui le maligne zitelle del vicinato lo accusano di maltrattamento dei figli, fino a farlo invecchiare di dieci anni e infine morire per il dispiacere.

Nota bene.

– Com’è evidente, le immagini riguardanti la famiglia Pirandello o chiunque non hanno riferimento diretto col testo. –

et quod sequitur
Maria Amici


“..la pazzia di mia moglie sono io…”

Pirandello tra il 1905 e il 1907 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Pirandello tra il 1905 e il 1907

  Luigi Pirandello, lettera a Ugo Ojetti, 10 aprile 1914.

– Il testo parziale della lettera è tratto da “Biografia del figlio cambiato”, di Andrea Camilleri; note e riflessioni sono mie -.

Mio caro Ugo,
non so che dire!

La lunga lettera* dell’Albertini, sì, cortesissima, rispettosissima, è vero, ma è stato per me in questo momento, Ugo mio, un vero colpo di grazia!

Ugo Ojetti

Ugo Ojetti

Ti dico il perché… ma già forse da un pezzo ti sarà arrivata agli orecchi la notizia delle mie immeritamente sciagurate condizioni familiari. Non è vero? Ho la moglie, caro Ugo, da cinque* anni pazza. E la pazzia di mia moglie sono io – il che ti dimostra senz’altro che è una vera pazzia – io, io che ho sempre vissuto per la mia famiglia, esclusivamente, e per il mio lavoro, esiliato del tutto dal consorzio umano, per non dare a lei, alla sua pazzia, il minimo pretesto d’adombrarsi. Ma non è giovato a nulla, purtroppo; perché nulla può giovare! I medici hanno dichiarato che è una forma irrimediabile di paranoja*, del resto ereditaria nella sua famiglia.

Un frammento della lettera di Pirandello a Ugo Ojetti, 1914

“Non mi pare di meritarmi un siffatto trattamento. Sono stato umile e remissivo, tanto con il “Corriere” quanto con “La Lettura”… non mi son mai avuto a male, se mi hanno rimandato qualche novella… Ma che vogliano fare così anche con un romanzo, no!”

Non ti darei l’afflizione di sentire direttamente da me queste notizie, mio vecchio amico, se la disgrazia che mi capita adesso con l’Albertini non avesse qualche attinenza con essa.

Intenderai facilmente, che per quanto io guadagni lavorando in queste condizioni, per quanto ella, mia moglie, abbia di suo un discreto reddito, non c’è denaro che basti: tutto quello che entra è subito ingojato, divorato dal disordine che regna in casa da sovrano assoluto e con in capo il berretto a sonagli della follia.

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Famiglia Pirandello con Antonietta e figli piccoli: Lietta, Stefano, Fausto

Ora è qua con me; ma lunedì, proprio lunedì venturo partirà di nuovo per la Sicilia: ha già i bauli pronti, e mi toccherà andarla a lasciare a Girgenti con uno dei figliuoli.

M’arriva a buon punto, come vedi, questo rifiuto del romanzo, su cui contavo per far fronte a bisogni gravi e urgenti„

N.B.

 * Con la lettera cui Pirandello accenna, autorevolmente Albertini, direttore del “Corriere della Sera”, piuttosto che Renato Simoni, il direttore del supplemento “La lettura” per il quale era stato proposto, rifiuta di pubblicare a puntate il romanzo “Si gira” (che sarà poi intitolato “Quaderni di Serafino Gubbio operatore”).

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

Maria Antonietta Portulano con la figlia Lietta bambina

 * Pirandello qui rannoda l’inizio della pazzia della moglie al 1909, non al 1903, l’anno del disastro della zolfara in cui Stefano Pirandello aveva investito i soldi della dote di Antonietta -l’allagamento in cui si perdono uomini e materiali e denaro-, alla notizia del quale Antonietta ha una crisi: non la prima peraltro, ma a seguito della quale rimane temporaneamente paralizzata – tempo dopo ne guarirà grazie alle cure profuse dal marito.

Nel 1909 muore invece il suocero, Calogero Portulano: che nella mente di Antonietta – per quanto invero fosse stato assai manchevole come padre – restava il suo sostegno e la sua indipendenza, o comunque autorità, economica, dacché anche dopo sfumata la dote quegli era stato tenuto alla reintegrazione di essa – e peraltro aveva scelto di usare “titoli non trasferibili di reddito minimo per fare un ulteriore dispetto” a Luigi, come commenta Camilleri –; il padre, che inoltre le scriveva, richiesto dal genero, nei momenti dei più gravi accessi della malattia, in modo da tentare di tranquillizzarla – probabilmente di restituirle la dimensione a lei più familiare, quella inculcatale, di figlia bambina che non era stata educata a crescere, piuttosto che di donna, moglie, madre.

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906. Foto in pubblico dominio L.633/1941

Il villino Catalisano, la residenza in affitto a Girgenti, tra 1896 e 1906

Antonietta ne ha un ulteriore peggioramento: tale che, per la sua eccessiva turbolenza e per le scenate furibonde di gelosia – in cui non si limita a inveire contro le cameriere e a mandare in frantumi stoviglie e  porcellane -, il marito deve spesso prendere una stanza in affitto altrove e allontanarsi di casa, o – per volere di lei – accompagnare la moglie in Sicilia con i figli più piccoli, a Bonamorone dove viveva il padre e la donna sarebbe restata con i fratelli, o in seguito, non potendo o non volendo più essi, con una cameriera in una residenza da Luigi presa in affitto, il villino Catalisano, vicino a Girgenti ma in campagna, con vista in lontananza sul mare.

     Elio Gioanola, critico letterario di taglio “psicanalitico”, nel suo Pirandello’s Story. La vita o si vive o si scrive(Milano, Jaca Book, 2007) p. 260, spiega altrimenti il mutamento del 1909 e che venga risentito da Pirandello come il momento di scaturigine della follia: “Pirandello fa

la casa di Calogero Portulano a Girgenti

datare l’inizio della follia della moglie dal 1909, che è l’anno della morte di Portolano, quando Antonietta si fa forte dell’eredità paterna e può permettersi l’ossessivo andirivieni tra Roma e Girgenti, dove ha casa e poderi, dando vita così alle ricorrenti, complicate separazioni provvisorie dal marito (lei non accetterà mai la separazione legale e continuerà a firmarsi, anche dopo il ricovero, Antonietta Pirandello*). Ma sappiamo bene come la follia mostri traccia della sua presenza fin dalle origini della vita coniugale, come aveva preannunciato lo zio Vincenzo”.

– A questo proposito, precedentemente (p. 232) il critico aveva citato – a proposito della rinuncia al matrimonio, da parte di Luigi, nel 1892, a causa delle asfissianti condizioni imposte da Calogero Portulano – un’iniziativa di “Vincenzo, fratello di mamma Caterina”, che mandò una lettera di “congratulazioni per lo scampato pericolo insieme a questo inquietante sigillo: «Antonietta è figlia di due pazzi gelosi e sarebbe stata pazzissima più dei genitori»”.

En passant noto che altri studiosi, e la nipote di Pirandello stesso, Maria Luisa Aguirre D’Amico (nel suo “Vivere con Pirandello”), non presenta ugualmente la disposizione di Antonietta alla separazione legale.

– Nel certificato medico stilato in seguito (probabilmente in occasione del ricovero di Antonietta nella casa di salute “Villa Giuseppina”, sulla via Nomentana, a Roma), l’11 gennaio 1919, dal dottor Ferruccio Montesano della Regia Università di Roma “La Sapienza”, si legge che «Portulano Antonietta in Pirandello affetta da delirio paranoide si è resa pericolosa per sé e per gli altri».

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 - This photograph is in the public domain in Italy, L.633/1941

Luigi, Antonietta, Lietta e Fausto in una fotografia che fu inviata a Stefano sottotenente prigioniero a Mauthausen tra il 1915 e il 1918 – Fotografia in pubblico dominio, L.633/1941

Tuttavia, Pirandello per più di vent’anni, malgrado tutto, aveva rifiutato, nonostante le pressioni dei medici, di ricoverare la moglie in una clinica, vulgo manicomio: anche quando l’alterazione del suo stato mentale aveva comportato aggressioni non solo verbali a lui, accuse insensate a lui e alla figlia, la necessità addirittura che anche Lietta lasciasse per qualche tempo la casa. Non tanto, forse, per scontare d’essere il marito che, preso dall’arte “le sfugge in una dimensione a lei  ignota” (l’espressione -il misunderstanding?-, è  di  Sciascia,

Luigi Pirandello

e così ripreso da Camilleri) ma per la speranza e l’errore – per tanti critici abissale! – d’aver voluto, quella dimensione altra e alta, condividerla con la donna cui aveva legato la sua esistenza e cui d’esser unito per la vita –lui così profondamente leale, fedele e monogamo –,  nel bene e nel male, aveva promesso: e mantenne, a costo di consumarsi, malgrado avesse potuto in seguito trovare in un’altra donna una più profonda comunione spirituale e intellettuale – ma, e una volta di più,  forse non l’amore.

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